(AGENPARL) - Roma, 22 Maggio 2026 - L’agricoltura italiana oggi vive in una zona di frattura. Da una parte c’è il clima, che non è più un fattore esterno ma un attore protagonista. Dall’altra c’è la politica, che tenta di governare un settore sempre più strategico. In mezzo ci sono gli agricoltori, che ogni giorno devono fare i conti con norme europee, costi crescenti, mercati instabili e un ambiente che cambia più velocemente delle leggi che dovrebbero proteggerlo.
I numeri raccontano una storia chiara. Negli ultimi vent’anni, secondo ISPRA, gli eventi climatici estremi in Italia sono aumentati di oltre il 30%. La disponibilità idrica pro capite è scesa del 20%. Le gelate tardive del 2021, la siccità del 2022, le alluvioni del 2023 e le ondate di calore del 2024–2025 hanno mostrato che il clima non è più un’eccezione: è la nuova normalità. E questa normalità pesa soprattutto su chi lavora la terra. In alcune aree del Nord, le perdite produttive nelle colture idroesigenti hanno superato il 40%. Nel Sud, la salinizzazione dei suoli avanza come una marea silenziosa.
Su questo scenario si innesta la cornice normativa europea. La PAC 2023–2027, regolata dal Regolamento (UE) 2021/2115, ha introdotto gli eco‑schemi, vincolando il 25% dei pagamenti diretti all’adozione di pratiche sostenibili. È un cambio di paradigma: non si finanzia più solo la produzione, ma il modo in cui si produce. Eppure l’adesione italiana è stata più bassa del previsto. Non per mancanza di sensibilità, ma perché la transizione ecologica, se non è accompagnata da strumenti economici adeguati, rischia di diventare un peso insostenibile per le aziende agricole più piccole.
Il Green Deal europeo e la strategia Farm to Fork hanno fissato obiettivi ambiziosi: dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030, ridurre del 20% i fertilizzanti, portare al 25% la superficie agricola biologica. Obiettivi che, dopo le proteste agricole del 2024–2025, sono stati ricalibrati, ma restano la direzione di marcia. E poi c’è il Regolamento (UE) 2023/1115 sul ripristino della natura, che impone agli Stati membri di recuperare almeno il 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030. Per l’Italia significa intervenire su suoli impoveriti, aree agricole semplificate, zone umide scomparse.
Nel frattempo, la politica nazionale ha scelto una strada identitaria: la sovranità alimentare. È un concetto che parla alla pancia del Paese, ma che deve fare i conti con la realtà dei numeri. Il 30% dei prodotti agroalimentari importati non rispetta gli stessi standard ambientali e sanitari richiesti ai produttori italiani. La richiesta di reciprocità è legittima. Ma la sovranità alimentare non può essere solo difesa: deve essere anche costruzione. E si costruisce con l’acqua, con il suolo, con la biodiversità, con la capacità di adattarsi a un clima che non assomiglia più a quello del passato.
Il PNRR avrebbe dovuto essere il grande acceleratore della transizione agricola. La Missione 2, dedicata alla rivoluzione verde, ha stanziato fondi per l’agricoltura di precisione, l’efficienza irrigua, la logistica sostenibile. Ma la capacità di spesa resta il vero tallone d’Achille: nel 2025, meno del 40% delle risorse destinate all’agricoltura risultava effettivamente impegnato. E senza investimenti, la transizione resta una parola.
Poi c’è la biodiversità, che è il termometro della salute dei sistemi agricoli. L’Italia ha perso il 33% dell’avifauna agricola in 26 anni. Gli impollinatori sono in declino. Le monocolture intensificate hanno ridotto la complessità ecologica dei territori. Non è un tema da ambientalisti: è un tema da economisti. Perché un’agricoltura senza biodiversità è un’agricoltura fragile, esposta a rischi crescenti e costi sempre più alti.
E allora la domanda è semplice, anche se la risposta non lo è: quale modello agricolo vuole costruire l’Italia? Uno che rincorre le emergenze o uno che le anticipa? Uno che difende il passato o uno che investe nel futuro? Uno che subisce il cambiamento climatico o uno che lo governa?
La verità è che oggi l’agricoltura è il luogo dove si vede con più chiarezza la fragilità del Paese, ma anche la sua possibilità di rinascita. È il settore che più soffre, ma anche quello che più può trasformare. È il primo a essere colpito dal clima, ma anche il primo a poterlo curare.
Il bivio è davanti a noi. E non riguarda solo gli agricoltori. Riguarda tutti. Perché il cibo non è un settore: è un destino comune.