
(AGENPARL) - Roma, 20 Maggio 2026 - Teheran alza il tiro e avverte la comunità internazionale: se l’Iran dovesse subire un’aggressione, il conflitto si estenderebbe oltre lo stretto di Hormuz. Il rischio è una paralisi totale delle rotte energetiche mondiali
La tensione in Medio Oriente tocca nuovi picchi di pericolosità. In una recente dichiarazione televisiva, il Brigadiere Generale Nami, assistente speciale del Ministro dell’Interno iraniano, ha delineato uno scenario bellico che trascende i confini regionali, colpendo direttamente il cuore della sicurezza energetica globale. Il nodo della questione sono i chokepoint strategici — i colli di bottiglia marittimi — che regolano il flusso mondiale di greggio: Hormuz, Malacca e, in particolare, Bab el-Mandeb.
L’estensione del conflitto: oltre Hormuz
Fino ad oggi, il focus strategico di Teheran è rimasto concentrato principalmente sul Golfo Persico. Tuttavia, il messaggio lanciato dal Generale Nami segna un cambio di paradigma: “Se subiremo un’aggressione militare, Bab el-Mandeb entrerà nell’equazione bellica”.
Questa minaccia trasforma Bab el-Mandeb — lo stretto che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa e che costituisce l’accesso obbligato al Canale di Suez — in un obiettivo potenziale. La sua militarizzazione o chiusura trasformerebbe istantaneamente una crisi regionale in un blocco economico mondiale senza precedenti.
Shock energetico: barile verso i 250 dollari
La proiezione economica fornita da Teheran è netta. Un’eventuale attivazione contemporanea degli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb causerebbe una “completa interruzione delle rotte di approvvigionamento energetico”. Le conseguenze immediate sarebbero una paralisi del commercio globale e un’impennata speculativa e reale del prezzo del greggio. Secondo le stime citate dal Generale, il costo del barile supererebbe rapidamente la soglia psicologica dei 200 dollari, spingendosi fino a quota 250.
Una nuova dottrina di deterrenza
L’intento del regime appare chiaro: costruire una deterrenza totale. Collegando la propria sopravvivenza alla stabilità dei flussi petroliferi globali, l’Iran sta alzando drasticamente la posta in gioco per qualsiasi attore internazionale (USA o potenze regionali) che stia valutando un’azione militare diretta.
La minaccia di Nami trasforma il Mar Rosso e il Golfo Persico in un unico, vasto teatro di crisi, dove la diplomazia è sempre più intrecciata alla capacità di controllare le arterie vitali dell’economia moderna. La comunità internazionale si trova di fronte a una nuova realtà: in un mondo interconnesso, la sicurezza di un chokepoint non è più solo una questione marittima, ma un pilastro di ogni strategia di difesa e politica estera.