
(AGENPARL) - Roma, 13 Maggio 2026 - Non sono serviti i mezzi meccanici del Comune di Gerusalemme per abbattere l’ennesima speranza edilizia palestinese nel campo profughi di Shuafat. È bastato il ricatto della legge: le autorità di occupazione hanno costretto la famiglia al-Faqih a demolire autonomamente la propria abitazione in costruzione.
Il ricatto delle multe
Per la famiglia al-Faqih si tratta di una doppia tragedia: dopo aver già abbattuto una vecchia struttura mesi fa per tentare di costruire una nuova dimora, si sono visti recapitare un nuovo ordine di demolizione durante il cantiere. La scelta, dettata dal sadismo burocratico, è stata obbligata: distruggere tutto con le proprie mani o subire il sequestro dei beni per pagare le multe esorbitanti e i costi operativi dei bulldozer israeliani.
Demolizioni come arma di pressione
La pratica è sistematica: le autorità israeliane negano regolarmente i permessi di costruzione ai residenti di Gerusalemme occupata, per poi trasformare la mancanza di tali documenti nel pretesto legale per lo sventramento dei quartieri. Chi si rifiuta di diventare il boia della propria casa finisce sotto i cingoli dei bulldozer ufficiali, con debiti che segnano intere generazioni.
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