(AGENPARL) - Roma, 14 Aprile 2026 - La sospensione del memorandum d’intesa sulla cooperazione militare tra Italia e Israele del 2003 impone un’analisi che vada oltre la comunicazione politica, per guardare alla reale portata strategica dell’atto. Ad un esame tecnico, il documento appare infatti come una cornice burocratica ormai priva di incidenza operativa immediata. L’accordo del 2003 non è mai stato lo strumento regolatore dell’export di armamenti verso Gerusalemme. Quell’ambito è normato dalla Legge 185/90, che prevede autorizzazioni specifiche del Ministero degli Esteri (Uama) per ogni singola transazione. In sostanza in Italia, ogni singola vite di un sistema d’arma che esce verso Israele deve essere autorizzata dall’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento) presso il Ministero degli Esteri. È qui che si decide la sostanza: se l’UAMA non firma la licenza d’esportazione, l’arma non parte. Sospendere il memorandum del 2003 è un gesto politico; bloccare le licenze UAMA è l’unico atto che tocca la sostanza economica e militare.
La reale cooperazione tra i due Paesi risiede in binari contrattuali e industriali separati, che la sospensione del memorandum non intacca: accordi G2G (Government-to-Government), Joint Venture Industriali, Protocolli di Intelligence. La conferma del peso specifico marginale della sospensione arriva dalle reazioni estere. Israele ha derubricato la vicenda a mero atto formale, evidenziando come l’intesa non fosse operativa su fronti critici
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