(AGENPARL) - Roma, 30 Marzo 2026 - La scuola non è un edificio, non è un plesso scolastico fatto di aule, corridoi e registri elettronici. La scuola è fatta di persone: docenti che si impegnano ogni giorno, studenti che crescono e imparano, famiglie che partecipano e sostengono. È una comunità viva, fragile e preziosa, che si regge su relazioni, fiducia e continuità.
Oggi, però, il sistema scolastico italiano sembra sempre più orientato verso una gestione impersonale, dove il valore umano rischia di essere subordinato a logiche tecniche e automatizzate. Da un lato, esistono i docenti di ruolo a tempo indeterminato, legati a una sede salvo richiesta di trasferimento. Dall’altro, una larga parte delle cattedre è assegnata attraverso il sistema delle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze), che ogni anno ridistribuisce migliaia di insegnanti in base a un calcolo informatico.
Questo meccanismo produce una realtà evidente: docenti che cambiano scuola ogni anno, classi che perdono punti di riferimento, percorsi educativi che si interrompono e ricominciano continuamente. Si privilegia l’efficienza del calcolo rispetto alla continuità didattica, alla valorizzazione delle competenze e delle professionalità costruite nel tempo. Eppure, proprio la continuità è uno degli elementi più importanti per la qualità dell’insegnamento.
Il risultato è una scuola che rischia di perdere anima. Un sistema che funziona, sì, ma senza cuore. Che premia procedure e automatismi più che relazioni educative. E in questo scenario, a trarre vantaggio sembrano essere più le dinamiche burocratiche e sindacali che non gli studenti, i veri destinatari del servizio pubblico.
La situazione diventa ancora più critica se pensiamo agli studenti più fragili, con una disabilità. Per loro, la continuità del docente — in particolare dell’insegnante di sostegno — non è un optional, ma una condizione fondamentale per costruire fiducia, sicurezza e progresso. Cambiare insegnante ogni anno significa spesso ricominciare da capo, interrompere relazioni educative costruite con fatica, rallentare percorsi già complessi e per loro, in particolare, aver ottenuto da quest’anno il riconoscimento alla continuità didattica è un enorme traguardo.
Il ricorso agli algoritmi non è, di per sé, un male. Le tecnologie possono essere strumenti utili per migliorare l’organizzazione, ridurre errori, velocizzare processi. Ma non possono diventare l’unico criterio decisionale. Non possono sostituire la responsabilità umana, il giudizio etico, la capacità di considerare i singoli casi nella loro unicità.
Siamo di fronte a una sfida più ampia, che riguarda l’intera società: quella di preservare l’identità e la singolarità delle persone in un mondo sempre più guidato da sistemi automatici. L’intelligenza artificiale e gli algoritmi devono supportare le decisioni, non prenderle al posto nostro. Perché le scelte importanti — soprattutto quelle che riguardano l’educazione — non possono essere delegate completamente alle macchine.
La scuola, più di ogni altro luogo, dovrebbe essere il presidio di questa umanità. Dovrebbe insegnare ai ragazzi non solo a usare la tecnologia, ma anche a comprenderla, a interrogarla, a non subirla. Dovrebbe essere lo spazio in cui si impara a restare se stessi, a riconoscere il valore delle relazioni, a costruire senso.
Per questo è necessario che il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, intervenga con urgenza. Non per eliminare gli strumenti digitali, ma per riequilibrarne l’uso. Per garantire maggiore continuità didattica, soprattutto nei contesti più delicati. Per valorizzare davvero le competenze dei docenti e non solo la loro posizione in una graduatoria.
E, soprattutto, per rimettere al centro ciò che conta davvero: gli studenti.
Perché una scuola senza relazioni è solo un sistema. Ma una scuola fatta di persone è ancora, e sempre, un luogo di crescita.
