(AGENPARL) - Roma, 9 Marzo 2026 - Dall’Angelus di Papa Leone XIV agli appelli del mondo islamico e della Terra Santa: nel pieno della crisi in Medio Oriente, il dialogo interreligioso cerca uno spazio di manovra. Al centro dell’analisi, la posizione del mondo ebraico, segnata da una faglia strategica tra le necessità della sicurezza nazionale e le riflessioni etiche della diaspora.
Mentre la guerra tra Israele e Gaza continua a segnare il Medio Oriente e le tensioni con l’Iran alimentano timori di un allargamento del conflitto, le religioni tornano a proporre un linguaggio diverso: quello del dialogo.
All’Angelus di ieri Papa Leone XIV ha richiamato ancora una volta la necessità di fermare l’escalation e di restituire spazio alla pace. Non è soltanto un appello spirituale: è il tentativo di mantenere aperto un canale di parola in un tempo in cui la politica appare spesso bloccata nella logica dello scontro frontale. Accanto alla voce del Papa si muove anche il mondo islamico: da Al-Azhar, uno dei principali riferimenti dell’islam sunnita, continuano gli inviti a non trasformare la religione in uno strumento di guerra e a difendere la convivenza tra i popoli.
Tuttavia, il realismo bellico preme ai confini del dialogo: proprio in queste ore, il Capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir ha confermato che la campagna contro l’Iran entrerà in una ‘fase successiva’ e prolungata, ribadendo che per la sicurezza nazionale non esiste un posto sicuro per i nemici di Israele. E’ proprio su questo scarto che emerge una faglia strategica che attraversa le comunità: da un lato vi è l’imperativo della sicurezza nazionale di Israele, che spinge verso una linea di fermezza assoluta; dall’altro, crescono le voci della diaspora — le comunità ebraiche globali — e di settori della società civile israeliana che invocano un approccio basato sul dialogo e sulla de-escalation.
Questa non è un’assenza di posizione, ma un pluralismo sofferto che scuote le fondamenta dell’identità collettiva. Mentre per una parte del mondo ebraico la fermezza militare è l’unica garanzia di sopravvivenza, per la diaspora e per ampi settori intellettuali la prosecuzione del conflitto mette a rischio l’integrità stessa dei valori etici ebraici. È uno scontro tra l’imperativo della terra e l’universalismo dei diritti, una tensione che trasforma ogni preghiera per la pace in una sofferta scelta di campo.
Il dialogo tra le religioni non cancella le responsabilità della politica né ferma da solo le armi. Può però aprire uno spazio diverso, capace di attraversare frontiere e appartenenze quando tutto sembra ridursi allo scontro. Quando le religioni trovano il coraggio di parlare insieme, la guerra perde una parte della sua forza. Il silenzio, invece, resta sempre una scelta