(AGENPARL) - Roma, 23 Gennaio 2026 - (AGENPARL) – Fri 23 January 2026 Confabitare: “il nuovo PUG esclude il ceto medio. Servono regole più elastiche per non svuotare Bologna”.
Confabitare, associazione proprietari immobiliari, interviene sul nuovo Piano Urbanistico Generale del Comune di Bologna segnalando la necessità di un PUG più elastico, capace di adattarsi alla realtà sociale ed economica della città, e di una maggiore facilità nel cambio di destinazione d’uso, affinché il patrimonio edilizio possa rispondere in modo dinamico ai bisogni abitativi reali e non restare ingessato da norme che rischiano di produrre esclusione anziché equilibrio. L’associazione intende così evidenziare criticità profonde che colpiscono in modo diretto il ceto medio, oggi sempre più esposto e privo di strumenti di tutela.
“Qui ci sono diverse problematicità: a livello tecnico, urbanistico – afferma Alberto Zanni, presidente nazionale di Confabitare – ma anche sociale e politico. Il nuovo PUG, così come impostato, non restituisce una visione chiara di quello che si vuole fare. Produce incertezza, e in una città come Bologna, già sotto pressione abitativa, è un fattore di esclusione”.
Confabitare precisa di condividere il blocco della pratica edilizia non conforme alle nuove norme di desigillazione, riconoscendo la legittimità degli obiettivi ambientali e la necessità di ridurre il consumo di suolo. Tuttavia, questo consenso non si estende alle altre pratiche bloccate dal regime di salvaguardia.
“Non vediamo – prosegue Zanni – un beneficio reale per la collettività nel fermare indiscriminatamente pratiche già avviate. Al contrario, vediamo famiglie e piccoli operatori economici messi improvvisamente in difficoltà, senza una spiegazione chiara del vantaggio pubblico che ne deriverebbe”.
Confabitare contesta inoltre l’assenza di chiarezza sulla quota del 30% di edilizia residenziale sociale richiesta ai costruttori privati: “Un approccio pragmatico impone di dirlo con franchezza – spiega Zanni – se questi alloggi, spesso trilocali, verranno affittati a 350/450 euro al mese, potranno davvero dare respiro alla fascia grigia, quella che oggi non accede al welfare, ma non regge il mercato libero. Ma c’è un dato su cui occorre essere molto chiari – sottolinea Zanni – ed è il fatto che resta completamente irrisolto cosa accadrà dopo vent’anni: con quali modalità il Comune intenda gestire il rilascio degli alloggi, la cessazione del possesso da parte degli inquilini e il successivo rientro di questi immobili nel mercato. Un nodo che non può essere ignorato. Se invece parliamo di canoni da 800-900 euro al mese, allora non si crea alcun circolo virtuoso, ma si replica semplicemente il problema. In quel caso non stiamo facendo politica abitativa, stiamo spostando il peso senza risolverlo”.
Un altro punto critico riguarda il modo in cui l’amministrazione affronta il tema delle pratiche edilizie: “Laudani continua a parlare di numeri astratti e lo fa deliberatamente per non far ragionare le persone attraverso un linguaggio più chiaro e dunque empatico – dice Zanni – ma dietro quei numeri ci sono lavoratori che hanno investito risparmi, tempo e aspettative di vita. E’ come se a un lavoratore venisse cambiato l’orario a contratto iniziato, senza spiegazioni. Formalmente può sembrare legittimo, ma socialmente è destabilizzante. È così che si indebolisce ulteriormente la fascia grigia”.
Confabitare evidenzia come questa fascia intermedia, composta da lavoratori regolari che pagano tasse e contribuiscono al funzionamento della città, sia oggi quella più fragile.
“Visti i proclami – osserva Zanni – non ci saremmo aspettati politiche abitative che producono questo livello di precarizzazione. Storicamente, la sinistra ha avuto come riferimento proprio il ceto lavoratore e quello intermedio. Oggi queste persone sembrano non rientrare più in alcun disegno”.
Il paradosso è evidente: “Oggi a Bologna – conclude Zanni – si rischia di stare meglio in una casa popolare con un affitto da 90 euro (anche svolgendo attività irregolari) che lavorando regolarmente per la pubblica amministrazione con uno stipendio di 1.450 euro e dovendo affrontare il libero mercato degli affitti. Non si da un giudizio morale, è proprio la realtà”.
Per questo Confabitare chiede un’assunzione di responsabilità politica chiara. “Il sindaco Matteo Lepore e il Comune devono spiegare pubblicamente come oggi si possa vivere a Bologna con 1.450 – 1.500 euro al mese. Non servono slogan, ma che dia almeno indicazioni. Perché una città che perde il suo ceto medio perde l’equilibrio sociale, che si traduce in coesione e futuro”
