(AGENPARL) - Roma, 13 Gennaio 2026(AGENPARL) – Tue 13 January 2026 C’è un angolo di Roma, a pochi metri da dove sono nato, che oggi è spesso ridotto a sterile polemica. Per me, via Acca Larentia era semplicemente “il piazzaletto”. Era il mio campo di calcetto, dove le porte erano segnate dai giacconi e il ritmo era scandito dal rimbalzo del pallone contro le serrande dell’ autosalone del signor Paradisi, che ce li bucava sistematicamente. Giocatori di altissimo profilo tecnico : Marco, Marcello, Stefano, Maurizio, Carlo, Fabio e tanti altri che adesso faccio fatica a ricordare tutti.
Erano gli anni Settanta e vivevo la spensieratezza di un adolescente a pochi metri dalla sezione del Fronte della Gioventù. Ricordo un rapporto di buon vicinato, fatto di una convivenza serena tra noi ragazzi e quei militanti che entravano in una sede blindata da una porta di ferro bruciacchiata, foderata di libri e secchi di colla. Ma ricordo anche la violenza che incombeva: i sassi lanciati dalla massicciata del tram su via delle Cave e il boato degli ordigni notturni che scuotevano il palazzo dove abitava la famiglia del mio amico “Pisca”, costretto a fuggire di casa in piena notte.
Il 7 gennaio 1978 non fu una “scazzottata tra rivali”. Fu il momento in cui l’Italia perse l’orientamento.
Ero a casa di mia zia Caterina a Largo Orazi e Curiazi, ultimo piano di una posizione strategica, quando capimmo che il confine era stato superato. Tra i ragazzi assassinati c’era Franco Ciavatta. Lo conoscevo non benissimo ci limitavamo ad un cordiale “ciao”, aveva la mia età. Era un “pacioccone”, come diciamo a Roma: timido, convinto delle sue idee, l’antitesi della violenza. La sua morte mi spinse a interrogarmi su cosa stesse succedendo alla nostra Nazione.
La risposta arrivò poco dopo, in quel 1978 maledetto, con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Il Paese era nel caos, disorientato da una violenza che sembrava inarrestabile. Ma quel caos non era casuale. Oggi la storia ci conferma ciò che allora percepivamo: l’Italia era il fronte più caldo della Guerra Fredda. Mentre noi giocavamo a pallone, l’Unione Sovietica esercitava una pressione asfissiante sull’Europa Occidentale.
Il disorientamento del Paese era alimentato da una strategia precisa: il finanziamento massiccio ai partiti comunisti, una propaganda capillare che infiltrava la cultura le scuole, le università e l’attività sotterranea che mirava a destabilizzare le nostre istituzioni. L’attacco al “Cuore dello Stato” delle Brigate Rosse e l’eliminazione di giovani militanti di destra non erano eventi isolati, ma tasselli di un tentativo di trascinare l’Italia dall’altra parte della cortina di ferro.
In quel clima di incertezza, ho fatto la mia scelta di campo. Ho capito che il vero pericolo era una patologia ideologica che, nutrita da influenze straniere, puntava a distruggere la nostra identità e la nostra libertà democratica.
Oggi, vedere certi leader sindacali o politici giustificare ancora regimi illiberali come quello di Maduro in Venezuela, mi conferma che quel disorientamento non è del tutto svanito. La propaganda cambia volto, ma il metodo resta lo stesso.
Ricordare i ragazzi di via Acca Larentia e il sacrificio di Aldo Moro significa oggi avere la lucidità di dire che l’Italia non può più permettersi ambiguità. Stare dalla parte della libertà significa sapere da dove veniamo e riconoscere chi, ieri come oggi, lavora per indebolire il cuore della nostra Nazione.
E voi? Dove eravate, cosa ricordate o cosa vi hanno raccontato di quegli anni in cui l’identità dell’Italia veniva messa a ferro e fuoco?