(AGENPARL) - Roma, 12 Gennaio 2026 - Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che l’Iran avrebbe espresso la volontà di avviare negoziati con Washington, in un momento di estrema tensione interna per la Repubblica islamica. Le affermazioni del presidente arrivano mentre, secondo gli attivisti per i diritti umani, il bilancio delle vittime delle proteste antigovernative ha raggiunto almeno 544 morti e oltre 10.600 arresti in tutto il Paese.
Trump ha collegato l’apertura iraniana al dialogo alle sue recenti minacce di un possibile intervento militare contro Teheran in risposta alla violenta repressione dei manifestanti. Parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, il presidente ha affermato che la sua amministrazione sta valutando diverse opzioni, comprese azioni informatiche e attacchi diretti, pur ribadendo che un incontro diplomatico sarebbe “in fase di organizzazione”.
“L’Iran è stanco di essere maltrattato dagli Stati Uniti. Vogliono negoziare”, ha dichiarato Trump, aggiungendo però che Washington potrebbe “dover agire prima” se la situazione sul terreno dovesse peggiorare.
Da parte iraniana non è arrivata una risposta ufficiale immediata alle parole del presidente statunitense. Tuttavia, il contesto diplomatico resta complesso. Nel fine settimana, il ministro degli Esteri dell’Oman – tradizionale mediatore tra Washington e Teheran – ha visitato l’Iran, alimentando le speculazioni su contatti indiretti. Resta però incerto cosa Teheran possa offrire concretamente, soprattutto alla luce delle rigide richieste statunitensi sul programma nucleare iraniano e sull’arsenale di missili balistici, che l’Iran considera essenziali per la propria difesa.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervenendo davanti a diplomatici stranieri a Teheran, ha minimizzato la portata della crisi interna, sostenendo che “la situazione è sotto il pieno controllo”. In dichiarazioni dai toni duri, ha attribuito la responsabilità delle violenze a Stati Uniti e Israele, senza fornire prove, affermando che le proteste sarebbero state strumentalizzate per giustificare un intervento americano. Allo stesso tempo, Araghchi ha ribadito che l’Iran resta “aperto alla diplomazia”.
Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha confermato che un canale con Washington rimane aperto, ma ha sottolineato che eventuali colloqui dovranno basarsi sul riconoscimento reciproco degli interessi, e non su imposizioni unilaterali.
Sul fronte interno, il regime ha risposto alle proteste convocando manifestazioni filogovernative di massa. La televisione di Stato ha mostrato decine di migliaia di persone scese in piazza a sostegno della teocrazia, scandendo slogan come “Morte all’America” e “Morte a Israele”, in una chiara dimostrazione di forza a difesa della Guida Suprema Ali Khamenei, 86 anni.
Nel frattempo, a Teheran la paura domina la vita quotidiana. Testimoni riferiscono che le strade della capitale si svuotano al calare della sera, mentre le autorità inviano messaggi di allerta alla popolazione, invitando le famiglie a tenere lontani i giovani dalle proteste e minacciando una repressione severa contro chiunque partecipi alle manifestazioni. Messaggi attribuiti anche all’intelligence dei Guardiani della Rivoluzione mettono in guardia dai “gravi rischi” e accusano i manifestanti di collaborare con “mercenari terroristi”.
Le proteste, iniziate il 28 dicembre a causa del crollo del rial iraniano – arrivato a oltre 1,4 milioni di rial per dollaro – si sono rapidamente trasformate in una sfida diretta al sistema teocratico, alimentate dalla crisi economica e dalle sanzioni internazionali legate al programma nucleare.
Con Internet spesso bloccato e le comunicazioni limitate, verificare in modo indipendente la reale entità delle manifestazioni e delle vittime rimane difficile. Il governo iraniano non ha fornito dati ufficiali complessivi, mentre osservatori e attivisti temono che il blackout informativo favorisca una repressione ancora più dura.
In questo scenario, le dichiarazioni di Trump aprono uno spiraglio diplomatico, ma il rischio di un’escalation militare resta alto. Teheran ha già avvertito che le forze statunitensi e Israele diventerebbero “obiettivi legittimi” in caso di un intervento diretto a sostegno dei manifestanti. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se prevarrà la via del dialogo o quella dello scontro.
