(AGENPARL) - Roma, 1 Gennaio 2026 - (AGENPARL) – Thu 01 January 2026 *COMUNICATO STAMPA DEL 1° GENNAIO 2026*
*Il 2026 fra motivi di speranza e giustificate preoccupazioni*
“Si è appena concluso il 2025, anno giubilare dedicato alla speranza. Un
lascito prezioso per tutti, credenti e non, per un nuovo anno che proprio
nella speranza deve avere il suo cardine, accanto a molte giustificate e
ben note preoccupazioni.
A livello globale, una pace urgente e stabile è la priorità assoluta: dal
punto di vista umano in primo luogo, ma anche in ottica economica. Un
obiettivo che ancora sfugge, nonostante sforzi intensi di diplomazia e
politica: ma non è utopistico auspicare che il 2026 sia l’anno della
soluzione per il conflitto in Ucraina e per un assetto più equilibrato e
solido in Medio Oriente, confidando che vengano scongiurate aperture di
nuovi fronti. Sul piano economico, il vulnus inflitto dai dazi americani al
principio del libero scambio ha avuto effetti diversi a seconda di paesi e
settori, ma rimane un fattore negativo per lo sviluppo del commercio e
della produzione su scala internazionale.
Nella dimensione europea, anche il fattore valutario contribuisce
pesantemente a raffreddare le potenzialità di export per le nostre imprese,
soprattutto verso gli USA. Dall’Europa è arrivato un segnale positivo, per
quanto parziale e sostanzialmente obbligato: il superamento della norma che
imponeva lo stop totale alla vendita di motori endotermici già dal 2035 e
l’apertura al principio della neutralità tecnologica per il raggiungimento
degli obiettivi di sostenibilità ambientale. Quello della sostenibilità
rimane un tema strategico ineludibile, che tuttavia va affrontato con
pragmatismo e concretezza. Condivido le critiche del nostro presidente
confederale Orsini sul poco coraggio dimostrato da Bruxelles; confidiamo
comunque che questo limitato cambiamento di rotta sia il segno di una presa
di coscienza della necessità di coniugare la sostenibilità ambientale con
la sostenibilità economica. All’Europa dobbiamo anche, non bisogna
dimenticarlo, le risorse PNRR che hanno contribuito a sostenere il PIL del
nostro paese: un supporto sul quale non potremo più contare.
Anche questo è un motivo per guardare con particolare attenzione alla
manovra di bilancio 2026. L’azione di Confindustria è stata determinante
per recuperare rispetto a un’impostazione iniziale che non convinceva. Fra
le misure più rilevanti per il sistema industriale anche del nostro
territorio l’iperammortamento, esteso fino alla fine di settembre 2028:
anche se per le piccole imprese sarebbe stato più favorevole il credito
d’imposta, si tratta comunque di un provvedimento incoraggiante per gli
investimenti, cui vengono riconosciuti benefici fiscali significativi.
Positivo anche il recupero (nella prima bozza della manovra la si aboliva)
della possibilità di compensare i crediti di imposta di natura agevolativa
con contributi previdenziali e assistenziali e premi INAIL: un modo,
questo, per salvaguardare la liquidità delle imprese. Non altrettanto si
può dire delle risorse per Transizione 5.0, per le quali c’è stata una
serie di ripensamenti di segno opposto che lasciano molte imprese
fortemente e giustamente insoddisfatte. Altri provvedimenti, alcuni dei
quali interessanti in un senso o nell’altro, impattano solo su settori
specifici. Su un capitolo essenziale come quello dell’energia, uno dei
principali fattori di gap per la competitività delle imprese italiane,
qualcosa si muove. L’Energy release 2.0, il meccanismo per fornire energia
elettrica a prezzo calmierato alle imprese energivore che si impegnino a
realizzare impianti per le rinnovabili, è appena diventato operativo. Per
il gas, rimane il pesante differenziale fra il prezzo europeo TTF e quello
italiano PSV: anche se i prezzi della materia prima si sono
progressivamente ridotti nel corso nel 2025, questo rimane un nodo
centrale, accanto alla necessità di disaccoppiamento dei prezzi di gas
metano ed energia elettrica.
A livello locale siamo in un momento di transizione. Il governo regionale è
cambiato, pur nella continuità della figura del presidente e delle forze
politiche di maggioranza, solo poche settimane fa. I primi contatti si sono
svolti in un clima di collaborazione: un patrimonio relazionale prezioso,
questo, rispetto a un ente le cui funzioni sono strategiche per il mondo
produttivo, dalla gestione delle risorse europee alle politiche ambientali,
formative e del lavoro. L’auspicio è che questo spirito positivo si traduca
in azioni costruttive, superando anche prese di posizione pregresse non in
linea con prospettive di sviluppo del territorio. Il 2026 sarà poi un anno
elettorale importante per Pistoia e Prato, entrambe, per motivi diversi,
alle prese con elezioni amministrative anticipate. Con le amministrazioni
delle due città, di Lucca, delle rispettive province e del complesso dei
comuni che le compongono il dialogo è da sempre intenso e assiduo.
Il filo che lega questo excursus è la necessità di creare le condizioni
perché l’industria cresca e si qualifichi. Quello della
deindustrializzazione è uno spettro che minaccia il nostro paese; nelle tre
province di Confindustria Toscana Nord, fortemente caratterizzate in senso
industriale, il fenomeno è poco percepibile – pur nelle criticità che
colpiscono alcuni settori – ma non per questo da sottovalutare. L’industria
è e rimane centrale come motore di sviluppo e di occupazione: in Italia,
secondo un recente rapporto di Confindustria, il manifatturiero rappresenta
il 60% della produzione complessiva, il 35% degli investimenti, il 50%
della spesa nazionale in ricerca e sviluppo, il 95% dell’export. E’ un
sistema complesso, articolato in filiere ad alta specializzazione, che
negli ultimi anni ha compiuto passi decisivi verso la patrimonializzazione,
la digitalizzazione, la qualificazione delle competenze, oltre che qualche
evoluzione, per quanto ancora insufficiente, verso il superamento del
problema dimensionale; è un macrosettore centrale per l’economia nazionale
ma alle prese con problemi di competitività dovuti in gran parte a scelte
politiche e amministrative dei vari livelli istituzionali. Dalle carenze
infrastrutturali alla presenza di sacche di grave illegalità, dai fardelli
dell’elevata imposizione fiscale e della burocrazia alle prestazioni non
ottimali del sistema scolastico e formativo e del mercato del lavoro, dal
già citato problema dei costi energetici a una gestione talvolta inadeguata
dei temi della sostenibilità ambientale: c’è tanto da lavorare per frenare
la deindustrializzazione e nello stesso tempo favorire anche gli altri
macrosettori. Quest’ultima considerazione è essenziale: in un’ottica
armonica e solida di crescita e sviluppo, le convergenze di interessi fra i
vari comparti economici sono ben maggiori delle divergenze.
La speranza che occorre per il 2026 non deve essere inerte ma attiva,
costruttiva, aperta e generosa, orientata a un futuro che può essere
davvero migliore. Dobbiamo crederci tutti: è il presupposto necessario per
concretizzarla.”
*Fabia Romagnoli, presidente di Confindustria Toscana Nord*
*Allegata foto*
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