La Russia potrebbe rafforzare la propria presenza economica sul Mar Rosso attraverso un progetto che nasce da un’iniziativa del Sudan e che, almeno nella sua formulazione pubblica, non prevede installazioni militari. Nel corso dell’incontro con Vladimir Putin a Mosca, il 30 ottobre, il presidente del Consiglio di sovranità sudanese, Abdel Fattah al-Burhan, ha proposto la creazione di una zona economica libera sulla costa sudanese, destinata allo stoccaggio di grano e carburante russi e alla successiva distribuzione delle merci verso altri mercati africani. Alla proposta si affianca la disponibilità di Khartoum a coinvolgere imprese russe nello sviluppo delle infrastrutture ferroviarie del Paese. Si tratta di un’offerta commerciale e infrastrutturale che risponde a interessi economici concreti di entrambe le parti, ma che acquista un significato geopolitico più ampio per la posizione strategica del Mar Rosso e per i precedenti negoziati tra Mosca e Khartoum sulla presenza navale russa. La distinzione tra il progetto economico annunciato oggi e il dossier militare è essenziale. Il Sudan, in quanto Stato sovrano, ha il diritto di scegliere i propri partner commerciali, attrarre investimenti stranieri e istituire zone franche sul proprio territorio attraverso le procedure previste dal proprio ordinamento. Non deve ottenere l’autorizzazione dell’Arabia Saudita, degli Stati Uniti o di altri Paesi per sviluppare un’iniziativa economica con la Russia. Al tempo stesso, una proposta avanzata durante un incontro diplomatico non equivale ancora alla costituzione formale di una zona franca. Per trasformarla in un progetto operativo saranno necessari atti delle autorità sudanesi competenti, la definizione del regime giuridico e doganale, l’individuazione delle aree interessate e accordi sulle modalità di finanziamento e gestione delle infrastrutture. L’offerta di al-Burhan parte da due prodotti che occupano un posto importante nei rapporti commerciali tra la Russia e numerosi Paesi africani: il grano e il carburante. Mosca è uno dei principali esportatori mondiali di cereali e dispone di risorse energetiche che possono alimentare mercati caratterizzati da una forte domanda di prodotti alimentari e combustibili. La creazione di depositi sulla costa sudanese potrebbe facilitare lo stoccaggio, la movimentazione e la distribuzione di queste merci, offrendo alla Russia un punto di accesso commerciale al continente africano e al Sudan nuove opportunità di investimento. Per Khartoum, inoltre, il valore dell’iniziativa non si esaurirebbe nelle attività portuali: l’eventuale ampliamento dei collegamenti ferroviari potrebbe contribuire a ricostruire una rete logistica nazionale gravemente condizionata dalla guerra. La posizione geografica rende tuttavia il progetto particolarmente rilevante. Il Mar Rosso collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb e il canale di Suez, costituendo uno dei principali corridoi del commercio internazionale. Le crisi regionali e le minacce alla navigazione hanno dimostrato quanto la sicurezza di questo passaggio possa incidere sulle catene di approvvigionamento, sui costi del trasporto marittimo e sulle relazioni economiche tra Asia, Africa ed Europa. Disporre di infrastrutture commerciali lungo questa costa può quindi offrire vantaggi che vanno oltre il mercato sudanese. Un centro di distribuzione collegato a depositi di carburante, strutture portuali e linee ferroviarie potrebbe diventare un nodo logistico di interesse regionale, soprattutto se sostenuto da investimenti di lungo periodo. È in questo contesto che torna d’attualità il precedente progetto di un punto di supporto navale russo in Sudan. Mosca e Khartoum discutono da anni della possibilità di realizzare un’infrastruttura destinata alla marina russa sulla costa del Mar Rosso. Il progetto, emerso attraverso accordi e negoziati successivi, prevedeva una presenza navale regolata da intese specifiche, ma la sua realizzazione è rimasta incerta per le difficoltà politiche sudanesi, i cambiamenti istituzionali e la guerra. Nel febbraio 2025 le autorità sudanesi avevano annunciato il superamento di alcune divergenze con Mosca, senza che ciò si traducesse nella piena operatività della struttura. La proposta economica del 30 ottobre non costituisce una conferma della base navale né dimostra che i due governi abbiano deciso di procedere attraverso un percorso alternativo. Il precedente, però, rende legittimo interrogarsi sul possibile valore strategico di una presenza logistica russa più stabile lungo la stessa costa. La questione non riguarda soltanto la distinzione formale tra infrastrutture civili e militari. Una zona franca destinata al commercio non autorizza automaticamente attività navali militari e non può essere descritta, in assenza di prove, come una base mascherata. Tuttavia, la partecipazione di un Paese straniero alla costruzione e alla gestione di depositi, terminali, collegamenti ferroviari e sistemi di approvvigionamento può generare rapporti economici duraturi, accesso privilegiato alle reti logistiche e una maggiore influenza sulle scelte infrastrutturali del territorio. Si tratta di effetti possibili di una cooperazione commerciale, non necessariamente di obiettivi militari. Per questo il significato della proposta sudanese dipenderà soprattutto dalle condizioni concrete degli eventuali accordi, dalla proprietà delle strutture e dalle modalità con cui saranno amministrate. Un altro elemento decisivo è la situazione interna del Sudan. Dall’aprile 2023 il Paese è attraversato dalla guerra tra le forze armate sudanesi, guidate da al-Burhan, e le Rapid Support Forces. Il conflitto ha provocato una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee, con milioni di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni, pesanti danni alle infrastrutture e una profonda contrazione delle attività economiche. In questo scenario, la ricerca di investimenti esteri non può essere considerata soltanto una scelta di politica internazionale: è anche una risposta alle necessità di un Paese che deve ripristinare collegamenti, capacità produttive e servizi essenziali. La disponibilità a coinvolgere la Russia nello sviluppo ferroviario e nella logistica può essere letta come un tentativo di valorizzare la posizione geografica sudanese e attrarre risorse che Khartoum fatica a mobilitare autonomamente. La guerra, tuttavia, pone interrogativi concreti sulla realizzazione del progetto. La capacità delle autorità sudanesi di programmare e finanziare nuove infrastrutture è condizionata dal conflitto, dalla frammentazione del controllo territoriale e dalle difficoltà economiche. Anche un eventuale investimento russo richiederebbe condizioni di sicurezza, garanzie operative e una struttura amministrativa in grado di gestire concessioni, attività doganali e trasporti. La proposta di al-Burhan rappresenta dunque un’apertura politica, ma non consente ancora di stabilire quando una zona franca potrebbe essere istituita, quale tratto della costa verrebbe interessato o quali imprese sarebbero coinvolte. Sono aspetti sui quali le dichiarazioni pubbliche diffuse finora non forniscono dettagli sufficienti. La rete ferroviaria costituisce uno degli elementi più interessanti dell’iniziativa. Al-Burhan ha richiamato la necessità di sviluppare i collegamenti esistenti, prospettando una partecipazione russa ai lavori e alla creazione di nuove catene logistiche. Per un Paese dalle dimensioni territoriali del Sudan, il collegamento tra la costa e le regioni interne è essenziale per la circolazione delle merci e per la ripresa economica. Una zona franca priva di collegamenti efficienti rischierebbe infatti di rimanere un’infrastruttura isolata. Al contrario, l’integrazione tra porti, magazzini e ferrovie potrebbe favorire la distribuzione di prodotti importati e la movimentazione delle esportazioni sudanesi. La portata del progetto dipenderà quindi non soltanto dall’eventuale disponibilità di capitali russi, ma anche dalla possibilità di realizzare una rete di trasporti effettivamente funzionante. In questo quadro, l’Arabia Saudita rappresenta un interlocutore regionale importante, ma non un’autorità chiamata ad approvare le decisioni economiche del Sudan. Riad si affaccia sul Mar Rosso e considera la stabilità delle rotte marittime un interesse diretto, anche alla luce dei propri investimenti e dei programmi di sviluppo lungo la costa saudita. Un rafforzamento della presenza economica russa sulla sponda africana potrebbe quindi attirare l’attenzione delle autorità saudite, senza che ciò implichi un diritto di veto sulle scelte di Khartoum. Secondo una ricostruzione pubblicata da Sudan Tribune nel dicembre 2025, basata su fonti sudanesi, al-Burhan avrebbe rassicurato Riad sul congelamento dei progetti relativi a basi militari straniere sul Mar Rosso, compresa quella russa. Anche in questo caso occorre distinguere il contenuto della ricostruzione giornalistica da un impegno formalmente documentato e, soprattutto, non confondere il dossier delle installazioni militari con quello delle attività commerciali. Al momento non risultano reazioni ufficiali dell’Arabia Saudita alla proposta economica annunciata il 30 ottobre. Non vi sono quindi elementi per attribuire a Riad un’opposizione, un’approvazione o una richiesta di chiarimenti. La posizione saudita potrà diventare rilevante se il progetto avanzerà verso accordi concreti, soprattutto qualora emergessero questioni legate alla gestione delle infrastrutture portuali o a forme di accesso non esclusivamente commerciale. Per ora, la scelta di Khartoum deve essere valutata anzitutto per ciò che è stato effettivamente proposto: un’iniziativa sudanese di cooperazione economica con la Russia, esercitata nell’ambito della sovranità nazionale e ancora priva di un quadro operativo definito. Per Mosca, la proposta si inserisce in una più ampia politica di rafforzamento delle relazioni con i Paesi africani. Le esportazioni agricole, la cooperazione energetica, gli investimenti infrastrutturali e i rapporti diplomatici rappresentano strumenti attraverso i quali la Russia cerca di consolidare la propria presenza economica nel continente. Il Sudan offre una combinazione particolare di fattori: una posizione geografica strategica, un bisogno urgente di infrastrutture e un governo interessato a diversificare i propri interlocutori internazionali. La cooperazione potrebbe quindi produrre vantaggi reciproci, ma anche una relazione asimmetrica qualora il Paese sudanese diventasse fortemente dipendente da finanziamenti, tecnologie o servizi logistici forniti da un unico partner estero. Anche questo rischio non è una conseguenza inevitabile della proposta: dipenderà dalle condizioni negoziate e dalla capacità sudanese di mantenere il controllo delle proprie infrastrutture. La questione centrale, dunque, non è stabilire se il Sudan abbia il diritto di offrire alla Russia una zona franca: quel diritto deriva dalla sua sovranità. Il problema è comprendere se Khartoum disponga oggi degli strumenti istituzionali, economici e di sicurezza necessari per trasformare l’offerta in un progetto concreto, e quale forma assumerà l’eventuale partecipazione russa. Non sono ancora noti la localizzazione precisa delle strutture, il regime delle concessioni, la durata degli accordi, i soggetti finanziatori e le modalità di controllo degli impianti. Senza questi elementi, ogni previsione su una futura trasformazione militare delle infrastrutture rimarrebbe speculativa. La proposta del 30 ottobre segna comunque un passaggio significativo nei rapporti tra Sudan e Russia. Dopo anni nei quali l’attenzione internazionale si è concentrata soprattutto sulla possibile base navale, al-Burhan mette sul tavolo un progetto fondato su grano, carburante, depositi e ferrovie. È una scelta che può rispondere alle esigenze economiche sudanesi e agli interessi commerciali russi, senza che sia necessario attribuirle finalità non dichiarate. Allo stesso tempo, la storia dei negoziati navali e la posizione del Mar Rosso rendono inevitabile una lettura strategica dell’iniziativa. Saranno le decisioni delle autorità sudanesi, gli eventuali accordi con Mosca e gli investimenti effettivamente avviati a chiarire se la proposta diventerà una nuova infrastruttura commerciale e quale peso potrà assumere negli equilibri della regione. Fonti: TASS, Reuters, Associated Press, Anadolu, Al Jazeera, Sudan Tribune.
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