(AGENPARL) - Roma, 8 Ottobre 2026 - La battaglia per l’Eliseo del 2027 si sposta sul terreno più delicato della politica francese: il debito pubblico, il potere d’acquisto e la capacità dello Stato di finanziare il proprio modello economico. Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno presentato un programma che ambisce a trasformare il Rassemblement National da forza di opposizione in alternativa di governo, proponendo una revisione della spesa pubblica, riduzioni fiscali e una nuova disciplina di bilancio. L’annuncio arriva in un momento in cui la Francia deve confrontarsi con deficit persistenti, un debito vicino al 120% del prodotto interno lordo, costi di finanziamento più elevati e un Parlamento frammentato. È su questo terreno che il partito intende costruire il proprio confronto con Emmanuel Macron, accusato da Le Pen di avere promesso una modernizzazione economica senza riuscire a riequilibrare stabilmente i conti pubblici. La proposta più rilevante è un obiettivo di 140 miliardi di euro di risparmi netti entro il 2032, accompagnato dall’impegno a raggiungere il pareggio primario entro diciotto mesi, riportare il deficit sotto il 3% del PIL entro il 2030 e ridurre il rapporto debito/PIL di dieci punti percentuali in cinque anni. Il programma è stato illustrato da Le Monde, nell’articolo del 6 ottobre 2026. Sono traguardi politici annunciati dal Rassemblement National, non risultati acquisiti. La loro realizzabilità dipenderà dalla composizione effettiva delle misure, dalle condizioni economiche, dai vincoli giuridici e dalla capacità di ottenere una maggioranza parlamentare. Il punto centrale, tuttavia, è già evidente: Le Pen e Bardella stanno cercando di ridefinire il confronto con il macronismo intorno alla gestione del denaro pubblico, un terreno sul quale le scelte economiche incidono direttamente sulla credibilità internazionale della Francia e sul futuro dell’eurozona.
Per comprendere il significato del piano occorre partire da una trasformazione fondamentale. La Francia ha convissuto per anni con un settore pubblico molto esteso, una pressione fiscale elevata e un debito crescente, beneficiando però di condizioni finanziarie relativamente favorevoli. Con il rialzo dei tassi d’interesse, quel quadro è cambiato. Il debito non è soltanto una cifra accumulata nei bilanci dello Stato. Deve essere rifinanziato continuamente, e il costo delle nuove emissioni influenza progressivamente la spesa per interessi. Quando il servizio del debito assorbe risorse crescenti, si restringe lo spazio per pensioni, sanità, scuola, investimenti, difesa e riduzioni delle imposte. Il governo può aumentare le entrate, ridurre altre spese oppure indebitarsi ulteriormente, ma ciascuna scelta comporta conseguenze economiche e politiche. È in questo contesto che Le Pen ha evocato il rischio di un default francese in assenza di una svolta politica. Si tratta di un avvertimento politico della leader del RN, non della dimostrazione che un’insolvenza sovrana sia imminente. La Francia resta una grande economia avanzata, dotata di un mercato obbligazionario profondo e inserita nell’eurozona. Tuttavia, il deterioramento dei conti pubblici può rendere più costoso il finanziamento dello Stato e aumentare la pressione per interventi correttivi.
La cifra annunciata dal Rassemblement National è politicamente significativa, ma richiede un chiarimento fondamentale: che cosa significa esattamente risparmiare 140 miliardi di euro entro il 2032? Un obiettivo cumulato su più anni è diverso da una riduzione permanente della spesa annuale. E un risparmio lordo è diverso da uno netto, calcolato dopo aver sottratto il costo delle nuove misure. Questa distinzione è essenziale perché il programma comprende anche riduzioni fiscali e interventi a sostegno del potere d’acquisto, che possono diminuire le entrate pubbliche o richiedere nuove risorse. Per valutare la coerenza del piano sarà quindi necessario conoscere il calendario delle misure, le basi di calcolo, gli effetti attesi sulla crescita e il saldo finale per ciascun esercizio finanziario. Il problema non riguarda soltanto il RN. Qualunque partito che prometta contemporaneamente meno imposte, servizi pubblici adeguati e riduzione del debito deve spiegare come finanziare le tre priorità. La credibilità di una strategia fiscale non dipende dalla grandezza del risparmio annunciato, ma dalla possibilità di tradurlo in misure verificabili e durature.
Uno degli impegni più impegnativi riguarda il raggiungimento del pareggio primario entro diciotto mesi. Il saldo primario misura la differenza tra entrate e uscite dello Stato escludendo gli interessi sul debito. Un Paese può quindi raggiungere il pareggio primario e continuare ad avere un deficit complessivo. È una distinzione fondamentale. Il pareggio primario indicherebbe che lo Stato riesce a finanziare le proprie spese correnti e gli investimenti, al netto degli interessi, senza ricorrere a nuovo indebitamento. Ma gli interessi sui titoli già emessi continuerebbero a pesare sul bilancio. Per ridurre stabilmente il rapporto debito/PIL servirebbero inoltre condizioni favorevoli sul fronte della crescita nominale, del costo medio del debito e degli eventuali aggiustamenti contabili. La promessa del RN va quindi interpretata come un tentativo di introdurre una disciplina fiscale più stringente, non come l’annuncio che il debito cesserebbe immediatamente di aumentare.
Le Pen propone una regola di bilancio orientata a riportare progressivamente il debito pubblico verso il 60% del PIL, valore di riferimento previsto dal quadro fiscale europeo. Partendo da un rapporto vicino al 120%, la distanza è enorme. Ridurre il debito di dieci punti percentuali in cinque anni sarebbe già un obiettivo rilevante. Avvicinarsi al 60% richiederebbe invece un processo molto più lungo, sostenuto da crescita, saldi di bilancio adeguati e continuità politica. La regola d’oro potrebbe rappresentare un principio di orientamento della politica fiscale. Ma la sua efficacia dipenderebbe dalle eccezioni consentite, dalle modalità di applicazione e dalle conseguenze previste in caso di mancato rispetto. Una regola credibile deve funzionare anche durante recessioni, emergenze energetiche e crisi internazionali, quando aumenta la pressione a utilizzare il bilancio pubblico per proteggere famiglie e imprese.
Secondo la ricostruzione di Le Figaro, dedicata al piano economico di Le Pen, il programma comprende 85,5 miliardi di euro di riduzioni della spesa. Una parte degli interventi riguarderebbe immigrazione, amministrazione pubblica, previdenza e pensioni. Sono ambiti politicamente sensibili perché incidono su diritti, servizi, personale e trasferimenti economici. Il RN sostiene di voler eliminare spese considerate improduttive e concentrare le risorse sulle priorità nazionali. I critici di questo approccio sottolineano invece che risparmi così elevati devono essere valutati alla luce dei costi effettivamente eliminabili, degli obblighi costituzionali e internazionali e delle conseguenze per i beneficiari. La questione economica non è se una voce di bilancio possa essere definita uno spreco nel dibattito politico, ma quanto denaro possa essere effettivamente recuperato senza generare nuovi costi altrove.
Tra le misure più controverse figura la proposta di restringere l’accesso ad alcune prestazioni sociali per gli stranieri, accompagnata da controlli più severi sull’immigrazione. Secondo il riepilogo delle proposte pubblicato da Reuters il 6 ottobre, Le Pen ha prospettato risparmi di 15 miliardi di euro nel primo anno e fino a 29 miliardi su base annua attraverso il complesso delle misure migratorie. Si tratta di stime del partito, non di risparmi già verificati. Dal punto di vista finanziario, occorre distinguere la spesa pubblica destinata ai cittadini stranieri dal contributo che gli stessi versano attraverso imposte, contributi previdenziali e attività lavorativa. Una riduzione delle prestazioni non equivale automaticamente a un risparmio netto della stessa entità. Dal punto di vista giuridico, alcune restrizioni possono entrare in conflitto con principi costituzionali francesi e obblighi europei. La questione riguarda dunque sia la scelta politica sia la concreta applicabilità delle misure.
Un altro pilastro della proposta riguarda il funzionamento dell’amministrazione. Le Pen ha prospettato una riduzione degli organici attraverso il mancato rimpiazzo di una parte dei dipendenti pubblici che andranno in pensione, evitando così un programma generalizzato di licenziamenti. Il metodo può consentire risparmi graduali, ma la sua efficacia dipende da dove si concentrano i pensionamenti e dalla possibilità di redistribuire il lavoro senza compromettere i servizi. Il RN propone inoltre una revisione delle agenzie pubbliche, una semplificazione delle strutture amministrative e l’abolizione di oltre 120 imposte. Queste misure sono riepilogate nel quadro delle proposte economiche pubblicato da Reuters. La questione centrale sarà misurare i risparmi amministrativi senza confonderli con la semplice riduzione della capacità operativa dello Stato.
Le pensioni rappresentano uno dei punti più delicati dell’intero programma. La Francia dedica una quota elevata della propria ricchezza nazionale al sistema pensionistico. Qualunque progetto di riequilibrio duraturo dei conti pubblici deve quindi confrontarsi con questa realtà. Le Pen ha annunciato una revisione del sistema e la creazione di un pilastro di capitalizzazione, prospettando risparmi di lungo periodo compresi tra 15 e 20 miliardi di euro, secondo Reuters. Il problema è che la posizione storica del Rassemblement National sull’età pensionabile è stata differente da quella sostenuta dal governo Macron. Se il partito intende modificare l’attuale riforma delle pensioni, dovrà dimostrare come compensare i maggiori costi che potrebbero derivarne. È qui che la promessa di ridurre il debito incontra una delle scelte politicamente più difficili: garantire prestazioni adeguate, contenere la spesa e mantenere un equilibrio sostenibile tra lavoratori attivi e pensionati.
Il RN propone anche di ridurre il contributo netto della Francia al bilancio dell’Unione europea, portandolo verso i cinque miliardi di euro annui. Nella prospettiva del partito, si tratterebbe di recuperare risorse nazionali da destinare ad altre priorità. Ma i rapporti finanziari con l’Unione europea non sono assimilabili a una spesa discrezionale che un governo può semplicemente cancellare dal proprio bilancio. I contributi derivano da regole e impegni comuni, mentre la Francia beneficia a sua volta di finanziamenti europei per agricoltura, ricerca, sviluppo regionale e altre politiche. Occorre inoltre distinguere il contributo lordo dal saldo netto, che misura la differenza tra versamenti e risorse ricevute. La proposta è riportata anche nell’analisi Reuters sulle misure annunciate dal RN. La sostenibilità del risparmio dipenderà quindi dalla possibilità di negoziare una modifica delle regole europee, non soltanto dalla volontà del governo francese.
Accanto ai tagli di spesa, Le Pen e Bardella propongono una riduzione del carico fiscale. L’obiettivo dichiarato è sostenere il potere d’acquisto delle famiglie e rendere le imprese francesi più competitive. Tra le misure figurano la riduzione dell’IVA su alcuni beni essenziali e sull’energia, interventi sulle imposte di produzione e un trattamento fiscale più favorevole per le piccole imprese. Secondo il riepilogo Reuters del piano, l’obiettivo complessivo comprende almeno 30 miliardi di euro di riduzioni fiscali. Il ragionamento economico è che imposte più basse possano aumentare il reddito disponibile, favorire alcuni investimenti e ridurre i costi di produzione. Ma l’effetto sul bilancio pubblico non è automatico. Una riduzione fiscale produce inizialmente una perdita di gettito. Parte di questa perdita può essere compensata da maggiori consumi, investimenti e attività economica, ma l’entità del recupero dipende dal contesto e dal comportamento di famiglie e imprese.
Nel dibattito sulle riduzioni fiscali viene spesso richiamata la curva di Laffer, secondo cui, oltre determinati livelli di imposizione, aumentare le aliquote può ridurre il gettito perché scoraggia l’attività economica o incentiva l’elusione. È un concetto economico utile, ma non dimostra che qualunque taglio delle tasse aumenti le entrate. Perché ciò accada, il sistema dovrebbe trovarsi in condizioni particolari e la risposta dell’attività economica dovrebbe essere sufficientemente forte. Nel caso francese, l’effetto dipenderebbe dalla natura delle imposte ridotte, dai soggetti beneficiari, dalla congiuntura e dalla capacità delle imprese di trasformare il risparmio fiscale in investimenti e occupazione. Per questo un piano che promette contemporaneamente meno tasse e meno debito deve presentare stime prudenti, evitando di considerare già acquisito un aumento futuro del gettito.
Un’altra componente importante del programma riguarda l’energia. Le Pen propone di ridurre la tassazione su alcune forniture e di modificare l’attuale impostazione delle politiche ambientali, criticando i meccanismi di sostegno alle fonti rinnovabili intermittenti. Il RN intende inoltre favorire l’acquisto di automobili prodotte in Francia, riorientare alcune risorse del Fondo Verde e promuovere interventi di climatizzazione negli edifici. Queste proposte combinano tre obiettivi differenti: contenere il costo della vita, sostenere la produzione nazionale e modificare le priorità della transizione energetica. La loro valutazione richiede di considerare sia i benefici immediati sia gli effetti di lungo periodo. Una riduzione dell’IVA sull’energia può alleggerire le bollette, ma riduce il gettito e non garantisce che il beneficio venga trasferito integralmente ai consumatori. Gli incentivi alle produzioni nazionali possono sostenere determinate filiere, ma devono rispettare le regole europee e possono avere effetti sui prezzi e sulla concorrenza. Anche la critica agli incentivi per eolico e solare richiede un’analisi complessiva: i costi dei meccanismi di sostegno vanno confrontati con il valore dell’energia prodotta, gli effetti sui prezzi, la sicurezza degli approvvigionamenti e gli investimenti necessari nelle reti.
La presentazione del piano è stata accompagnata da un calo dei rendimenti dei titoli di Stato francesi. Secondo Reuters, nell’articolo del 6 ottobre dedicato alla reazione dei mercati, il rendimento decennale francese è sceso di circa 14 punti base, al 4,72%, in una giornata di rialzo generalizzato dei titoli di Stato europei. Il segnale merita attenzione, ma non va sovrainterpretato. Il rendimento di un’obbligazione varia per molte ragioni: aspettative sui tassi, andamento dei mercati globali, liquidità, posizionamento degli investitori e percezione del rischio politico. Un calo registrato nella giornata dell’annuncio non costituisce una validazione indipendente dei conti del programma. Un approfondimento di Le Monde del 7 ottobre evidenzia infatti che diversi economisti contestano le ipotesi utilizzate per stimare i risparmi e attribuiscono una parte importante del calo dei rendimenti a fattori di mercato più ampi. La reazione dei mercati segnala dunque che il tema della disciplina fiscale è diventato centrale nel confronto politico francese. Non dimostra che tutti gli obiettivi annunciati possano essere raggiunti.Il ruolo di Jordan Bardella è altrettanto significativo. Il presidente del Rassemblement National ha presentato il programma come una scelta tra diverse priorità di spesa, contrapponendo il contenimento degli sprechi all’aumento delle imposte e dell’indebitamento. La sua presenza accanto a Le Pen riflette anche la volontà del partito di presentare una squadra di governo, non soltanto una candidatura presidenziale. Ma il passaggio dall’opposizione all’esecutivo comporta una trasformazione sostanziale. Un partito può contestare una voce di bilancio senza doverne gestire immediatamente le conseguenze. Un governo deve invece garantire continuità ai servizi, rispettare obblighi contrattuali e internazionali, negoziare con il Parlamento e ottenere finanziamenti sui mercati. Bardella ha inoltre presentato un controbilancio per il 2027 con 71,6 miliardi di euro di misure di risparmio, come riferisce Reuters. Il programma del RN sarà quindi valutato non soltanto sulla sua capacità di indicare una direzione, ma anche sulla precisione delle misure necessarie ad attuarla.
Il confronto tra Macron e il Rassemblement National non riguarda soltanto due visioni economiche. Riguarda la sostenibilità di un modello nel quale i cittadini chiedono protezione sociale, servizi pubblici, pensioni, sicurezza e potere d’acquisto, mentre lo Stato dispone di margini finanziari sempre più ristretti. Il governo uscente difende una parte delle riforme realizzate e sostiene la necessità di continuare il risanamento. Il RN propone una diversa distribuzione delle priorità, con tagli selettivi alla spesa, restrizioni in materia migratoria, minori contributi europei e riduzioni fiscali. Altre forze politiche propongono soluzioni differenti, che possono includere una maggiore progressività fiscale, una revisione delle pensioni, interventi sulla ricchezza o diversi criteri di riduzione della spesa. Nessuna di queste strategie può sottrarsi alla stessa verifica: quanto costa, chi paga, chi beneficia e quale effetto produce nel tempo su crescita e debito?
Il programma di Le Pen e Bardella pone sul tavolo obiettivi misurabili: 140 miliardi di risparmi netti entro il 2032, pareggio primario entro diciotto mesi, deficit sotto il 3% entro il 2030 e riduzione del debito in rapporto al PIL. Questa precisione numerica permette un confronto pubblico più concreto. Ma per trasformare gli obiettivi in una strategia fiscale verificabile occorreranno dettagli altrettanto precisi: costi delle riduzioni fiscali, effetti sulle pensioni, risparmi amministrativi effettivi, compatibilità giuridica delle restrizioni sociali, accordi con Bruxelles e ipotesi macroeconomiche. L’analisi di Le Monde sulle stime del programma richiama in particolare le incertezze sul recupero dell’evasione, sui tagli alle agenzie pubbliche e sui risparmi previdenziali. La differenza tra una piattaforma elettorale e un programma di governo risiede proprio qui. La prima definisce priorità e obiettivi. Il secondo deve dimostrare come raggiungerli, anno dopo anno, anche quando la crescita è inferiore alle attese o il costo del debito aumenta.
La presentazione del piano economico del Rassemblement National segna un passaggio importante nel dibattito francese: il partito sta cercando di mettere al centro della propria proposta la sostenibilità finanziaria dello Stato, associandola a una revisione delle priorità economiche e sociali. Le Pen attribuisce a Macron la responsabilità del deterioramento dei conti pubblici e propone una discontinuità politica. Il bilancio del decennio macroniano, tuttavia, deve essere valutato considerando sia le decisioni interne sia gli shock straordinari affrontati dalla Francia, dalla pandemia alla crisi energetica. La questione decisiva non sarà stabilire quale forza politica utilizzi le espressioni più severe per descrivere la situazione economica. Sarà verificare quali misure possano realmente stabilizzare il debito senza compromettere crescita, servizi essenziali e coesione sociale. La Francia si avvicina così al 2027 con un confronto che riguarda non soltanto il futuro dell’Eliseo, ma anche la credibilità finanziaria di una delle principali economie europee. Il programma del RN offre obiettivi e priorità sui quali sarà possibile misurare le proposte del partito. Le verifiche economiche, giuridiche e parlamentari determineranno quanto di quella piattaforma possa trasformarsi in politica pubblica. La domanda fondamentale, per qualunque governo uscirà dalle prossime elezioni, rimane la stessa: come restituire margine di scelta alla Francia senza trasferire alle generazioni future un costo ancora maggiore?
