(AGENPARL) - Roma, 8 Ottobre 2026 - Migliaia di studenti e insegnanti sono scesi in piazza a Rio de Janeiro per rivendicare la sovranità del Brasile e contestare la candidatura di Flávio Bolsonaro, a pochi giorni dal ballottaggio presidenziale del 25 ottobre. La manifestazione, organizzata dalle realtà studentesche, si è trasformata in un appello alla mobilitazione contro una possibile svolta conservatrice e contro quello che i partecipanti considerano il rischio di una maggiore subordinazione della politica brasiliana agli Stati Uniti.
Nel centro della città sono comparsi striscioni con messaggi come “Fuori Bolsonaro”, “Lula presidente”, “Gli studenti sono antifascisti” e “Il Brasile non è il cortile di nessuno”. Tra gli slogan della giornata anche “Non voto per qualcuno che vende il Brasile”, un’espressione che riassume il timore manifestato da una parte dei partecipanti nei confronti dell’orientamento internazionale associato alla famiglia Bolsonaro.
Il riferimento agli Stati Uniti è emerso con particolare forza negli interventi degli studenti. João Victor Vieira, 20 anni, ha sostenuto che una vittoria di Flávio Bolsonaro potrebbe trasformare il Brasile in una sorta di “colonia degli Stati Uniti”, indicando nella possibile nuova amministrazione una minaccia per l’autonomia del Paese e per le politiche rivolte alle minoranze, alle donne e alla comunità LGBTQ+. La protesta assume così una dimensione che va oltre la scelta tra due candidati e investe direttamente il ruolo del Brasile nello scenario internazionale.
La mobilitazione non è però stata presentata dai suoi protagonisti esclusivamente come una campagna a favore di Luiz Inácio Lula da Silva. Talita Amaral, studentessa di 19 anni intervenuta alla manifestazione, ha sintetizzato il messaggio della piazza affermando: “Stiamo combattendo per il Brasile, non per Lula”. Una distinzione significativa, perché al centro della protesta vengono posti la difesa della democrazia, i diritti sociali e la sovranità nazionale.
Anche la scelta dei simboli ha assunto un significato politico. Alcuni manifestanti hanno indossato la tradizionale maglia gialla e verde della nazionale brasiliana, colori spesso associati negli ultimi anni al campo conservatore. Per i giovani scesi in piazza, riappropriarsi del verdeoro significa sottrarre i simboli nazionali a una precisa parte politica e presentarli come patrimonio dell’intero Paese.
La manifestazione arriva dopo un primo turno che ha lasciato aperta la corsa alla presidenza. Né Lula né Flávio Bolsonaro hanno raggiunto la maggioranza necessaria per evitare il ballottaggio, fissato per il 25 ottobre. Il candidato di destra ha chiuso il primo turno con un vantaggio di circa due milioni di voti su Lula e può contare anche sul possibile trasferimento di una parte consistente dell’elettorato che aveva sostenuto gli altri candidati.
La campagna entra quindi nella fase decisiva e la mobilitazione di Rio mostra quanto il voto venga vissuto anche come una scelta sul futuro indirizzo del Paese. Per i manifestanti, la questione non riguarda soltanto l’alternanza alla presidenza, ma anche il modello di Brasile che emergerà dalle urne e il rapporto che il Paese intenderà mantenere con Washington.
Sul fronte internazionale, la contrapposizione è particolarmente significativa dopo le tensioni degli ultimi mesi tra Brasile e Stati Uniti, segnate anche dalle tariffe imposte da Washington sui prodotti brasiliani e dalle sanzioni adottate nei confronti di un giudice della Corte Suprema federale. La prospettiva di una presidenza Bolsonaro viene letta dai settori progressisti come un possibile cambio di orientamento nella politica estera e nei rapporti con l’amministrazione statunitense.
La piazza di Rio diventa così uno dei luoghi in cui si misura la temperatura politica del Brasile alla vigilia del ballottaggio. Gli studenti chiedono di mantenere aperta la mobilitazione nelle università, nelle strade e attraverso le reti sociali, con l’obiettivo di convincere gli elettori ancora indecisi. Il voto del 25 ottobre sarà il momento decisivo per stabilire se il Paese manterrà l’attuale indirizzo politico o sceglierà una nuova maggioranza conservatrice.
