(AGENPARL) - Roma, 8 Ottobre 2026 - Con le elezioni anticipate del 29 novembre, il partito di Santiago Abascal intravede la possibilità concreta di entrare per la prima volta nel governo nazionale. I sondaggi lo collocano intorno al 18% e indicano una possibile maggioranza del centrodestra insieme al Partito Popolare.
La convocazione delle elezioni anticipate da parte di Pedro Sánchez ha aperto in Spagna uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato difficilmente praticabile: la possibilità che Vox, il principale partito della destra radicale spagnola, entri per la prima volta nel governo nazionale. Per Santiago Abascal il voto del 29 novembre non rappresenta soltanto l’occasione di aumentare la propria presenza parlamentare, ma soprattutto quella di trasformare il consenso elettorale in potere istituzionale. I sondaggi più recenti indicano infatti il Partito Popolare come prima forza politica, mentre Vox si mantiene intorno al 18%, una percentuale che potrebbe consentirgli di diventare decisivo per la formazione di una maggioranza di centrodestra.
Abascal ha accolto la convocazione elettorale definendola una “ottima notizia”. La sua reazione è comprensibile alla luce delle proiezioni: Vox, che alle elezioni del 2023 aveva ottenuto 33 dei 350 seggi del Congresso, potrebbe quasi raddoppiare la propria rappresentanza. Secondo la media dei sondaggi elaborata da RTVE, il PP sarebbe attualmente accreditato di circa 137 seggi e Vox di 65, mentre il PSOE si fermerebbe a 104. Se queste proporzioni trovassero conferma nelle urne, la somma dei due partiti di destra supererebbe ampiamente la soglia dei 176 deputati necessaria per una maggioranza assoluta.
La forza contrattuale di Abascal
La partita, dunque, non riguarda soltanto chi arriverà primo. Il vero nodo sarà capire quale maggioranza potrà governare la Spagna e, soprattutto, a quali condizioni. Un PP privo dei numeri per governare autonomamente avrebbe bisogno di Vox e si troverebbe di fronte a un alleato molto più forte rispetto al passato. Per Abascal questo significherebbe poter trasformare il risultato elettorale in una precisa richiesta di influenza sul programma e sulla composizione del futuro esecutivo.
Nei mesi scorsi Jorge Buxadé, eurodeputato di Vox, ha già spiegato che, nel caso di una coalizione con il PP, il partito chiederebbe una presenza nel governo proporzionata alla propria forza elettorale. Secondo l’analisi di POLITICO, tra i ministeri considerati strategici ci sarebbero quelli legati all’agricoltura, all’immigrazione, alla politica interna e all’industria. Anche cultura ed educazione potrebbero diventare terreno di interesse, soprattutto per la battaglia che Vox conduce contro quello che definisce “wokeismo”.
La questione decisiva, tuttavia, non sarà semplicemente quanti ministeri finiranno nelle mani di Vox, ma quanto del suo programma riuscirà a diventare politica nazionale. Il partito ha già dimostrato nelle regioni in cui governa insieme al PP di considerare la partecipazione istituzionale come uno strumento per spostare verso destra l’agenda del proprio alleato. A livello nazionale, la posta sarebbe naturalmente molto più alta.
L’immigrazione come asse della strategia
Negli ultimi anni l’immigrazione è progressivamente diventata il centro della comunicazione politica di Vox. Se in origine la crescita del partito era stata fortemente legata alla reazione contro il separatismo catalano, oggi il tema migratorio attraversa praticamente ogni settore della sua agenda. Il politologo Guillermo Fernández Vázquez, dell’Università Carlos III di Madrid, osserva che Vox tende ormai a ricondurre all’immigrazione anche questioni economiche e sociali che in precedenza venivano affrontate separatamente.
Il partito sostiene la cosiddetta “priorità nazionale”, cioè il principio secondo cui gli spagnoli dovrebbero avere precedenza nell’accesso ai servizi pubblici e ai benefici rispetto ai cittadini stranieri. A questo si aggiunge una posizione molto più dura sull’immigrazione irregolare e la difesa della cosiddetta “rimigrazione”, termine utilizzato dalla destra radicale europea per indicare il rimpatrio dei migranti privi di documenti e, in determinate circostanze, degli stranieri condannati per reati.
La linea di Vox ha già prodotto conseguenze sul dibattito interno al Partito Popolare. Feijóo ha progressivamente irrigidito alcune posizioni sull’immigrazione, sostenendo l’espulsione degli stranieri condannati per reati e opponendosi a un programma governativo di regolarizzazione dei migranti. È uno dei segnali più evidenti di come la crescita elettorale di Vox abbia contribuito a spostare il terreno della competizione politica spagnola.
Il laboratorio delle regioni
Il rapporto tra PP e Vox non sarebbe comunque una novità assoluta. I due partiti governano già insieme in Andalusia, Aragona, Castiglia e León ed Estremadura, e proprio queste esperienze regionali rappresentano un’anticipazione di ciò che potrebbe accadere a Madrid. Vox ha utilizzato la propria forza parlamentare per ottenere spazio su agricoltura, famiglia, politiche sociali e immigrazione, mentre il PP ha mantenuto la guida degli esecutivi.
Uno dei terreni più controversi è quello della “priorità nazionale”. Vox è riuscito a far inserire il principio negli accordi di governo regionali, ma la sua applicazione concreta incontra i limiti della legislazione vigente. Come sottolinea Miguel González, giornalista di El País citato da POLITICO, la normativa spagnola impedisce discriminazioni nei confronti dei cittadini stranieri nell’accesso a determinati servizi e benefici. Per trasformare la promessa politica in una politica effettivamente applicabile sarebbe quindi necessario intervenire sulla legislazione nazionale sull’immigrazione.
È proprio su questo terreno che potrebbe aprirsi uno dei primi scontri tra i due alleati. Vox punta infatti a modificare le norme che considera penalizzanti per gli spagnoli, mentre il PP dovrebbe trovare un equilibrio tra le richieste del proprio partner e il rispetto della legislazione nazionale ed europea. La futura coalizione potrebbe quindi essere costretta a confrontarsi fin dall’inizio con una domanda fondamentale: fino a dove è disposto ad arrivare il Partito Popolare per mantenere l’alleanza con Vox?
Agricoltura, deregolamentazione e Bruxelles
Un altro elemento centrale del programma di Vox è la deregolamentazione, soprattutto nei settori che il partito considera penalizzati dalle norme europee. L’agricoltura è in questo senso particolarmente significativa: Vox ha costruito una parte importante del proprio consenso tra gli agricoltori contestando le regole dell’Unione Europea in materia di salute, sicurezza e produzione agricola.
Una presenza di Vox nel governo potrebbe quindi tradursi in una maggiore pressione su Bruxelles. José Antonio Fúster, portavoce del partito, sostiene che la crescita delle forze politiche europee accomunate da posizioni simili potrebbe creare le condizioni per una revisione delle politiche comunitarie. Il PP, pur condividendo alcune critiche rivolte dagli agricoltori alle istituzioni europee, ha finora mostrato una maggiore prudenza e un minore interesse ad aprire un conflitto frontale con la Commissione europea.
La stessa impostazione potrebbe avere conseguenze sulle politiche sociali. Gli analisti citati da POLITICO ritengono che Vox potrebbe utilizzare il principio della deregolamentazione per ridimensionare finanziamenti e strutture dedicate all’uguaglianza di genere e alle politiche LGBTQ+. Il partito presenta però la propria posizione come una battaglia contro quelli che considera privilegi e discriminazioni, sostenendo di voler difendere un principio generale di uguaglianza tra cittadini.
Un’alleanza che potrebbe essere tutt’altro che stabile
Il problema per il Partito Popolare non sarebbe soltanto quello di trovare un accordo con Vox, ma di governare insieme a un partito che ha costruito parte della propria identità proprio sulla critica alla moderazione del PP. Il politologo Guillermo Fernández Vázquez prevede per questo una relazione potenzialmente conflittuale, nella quale Abascal potrebbe utilizzare ogni divergenza per accusare il principale alleato di essere troppo debole o troppo prudente.
È una dinamica già conosciuta nelle esperienze regionali, ma che assumerebbe una dimensione completamente diversa a livello nazionale. Vox potrebbe entrare nel governo senza rinunciare alla propria identità di forza alternativa al sistema politico tradizionale della destra spagnola. Il PP, al contrario, dovrebbe dimostrare di essere capace di governare senza perdere il controllo dell’agenda politica e senza consentire al proprio alleato di imporre integralmente le proprie priorità.
Anche Fúster ammette che il rapporto potrebbe essere difficile. Vox, ha spiegato, non condivide la visione del PP e non sarebbe disposto a fare concessioni sul piano dei principi, pur dichiarandosi disponibile a una trattativa. La distanza tra i due partiti è quindi destinata a rimanere, anche nel caso in cui la matematica elettorale li costringesse a collaborare.
Il 29 novembre può aprire una nuova fase
Per Pedro Sánchez le elezioni anticipate sono una scommessa politica. Per Vox potrebbero invece rappresentare il passaggio decisivo dalla crescita elettorale alla partecipazione diretta al potere. Se i sondaggi saranno confermati, il PP potrebbe risultare il primo partito senza però disporre autonomamente dei numeri necessari per governare. In quel caso Abascal si troverebbe per la prima volta nella posizione di poter chiedere un prezzo politico concreto per il proprio sostegno.
Naturalmente, i sondaggi non sono il risultato delle urne e la legge elettorale spagnola rende sempre complessa la traduzione delle percentuali in seggi. Ma il quadro attuale indica una trasformazione significativa rispetto al 2023: Vox è più forte, il PP ha bisogno di considerare seriamente l’ipotesi di una coalizione e l’immigrazione è diventata uno dei principali terreni sui quali si misura la competizione tra le due destre.
La vera partita, quindi, non sarà soltanto stabilire chi vincerà le elezioni del 29 novembre. Sarà capire quanto Vox riuscirà a condizionare il governo della Spagna. Se il centrodestra conquisterà la maggioranza, il Paese potrebbe assistere alla prima partecipazione della destra radicale a un esecutivo nazionale dalla fine della dittatura franchista. E il risultato delle urne determinerà non soltanto chi occuperà la Moncloa, ma anche quanto profondamente l’agenda politica spagnola potrà spostarsi verso destra.
