(AGENPARL) - Roma, 6 Ottobre 2026 - Teheran accusa Parigi di usare due pesi e due misure sulle proteste. Ma proprio oggi dall’Iran arriva una nuova condanna a morte legata al dissenso
Lo scontro tra Iran e Francia si sposta sul terreno dei diritti umani. Teheran accusa Parigi di applicare due pesi e due misure nella gestione delle proteste: il diritto a manifestare pacificamente che la Francia rivendica quando guarda all’Iran, sostiene il ministero degli Esteri iraniano, dovrebbe valere anche per gli studenti francesi scesi in piazza.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha accusato oggi la Francia di adottare criteri diversi davanti a comportamenti simili. Nel gennaio scorso, ha ricordato Baqaei, Parigi aveva chiesto all’Iran di garantire il diritto alle proteste pacifiche e di evitare rappresaglie. Oggi, invece, le manifestazioni degli studenti delle scuole superiori francesi vengono descritte dalle autorità di Parigi come episodi di “violenza urbana”.
Secondo la ricostruzione di Baqaei, la contraddizione sarebbe evidente: se il diritto di protesta e i diritti umani sono principi universali, non possono cambiare a seconda della nazionalità di chi manifesta.
La polemica arriva mentre in Francia le proteste studentesche hanno effettivamente prodotto scontri con la polizia, arresti e l’impiego di gas lacrimogeni. Le autorità francesi hanno denunciato a loro volta episodi di violenza contro gli agenti, incendi e danneggiamenti, sostenendo la necessità di ristabilire l’ordine pubblico.
Il limite del paragone iraniano
La critica alla gestione delle proteste francesi non può essere liquidata semplicemente perché arriva da Teheran. Anche in una democrazia l’uso della forza da parte delle forze dell’ordine deve poter essere contestato e verificato. Se vi sono stati abusi o interventi sproporzionati, devono essere accertati.
Ma il confronto proposto dall’Iran incontra un limite sostanziale.
La Francia può essere accusata di reprimere una protesta, ma non prevede la pena di morte per chi manifesta contro il governo.
In Iran, invece, la repressione del dissenso può arrivare fino alla condanna capitale.
Ed è proprio oggi che questa differenza torna al centro dell’attenzione.
Una nuova condanna a morte in Iran
Secondo quanto riferisce Iran International, Hadi Abbasian, 38 anni, residente a Shirvan, è stato condannato a morte da una Corte rivoluzionaria di Bojnurd.
Abbasian era stato arrestato a maggio, dopo aver pubblicato sui social media video a sostegno delle proteste nazionali di gennaio. La condanna gli sarebbe stata comunicata domenica nel carcere di Shirvan.
Un elemento particolarmente rilevante è che l’accusa precisa alla base della sentenza e le prove presentate contro Abbasian non sono state rese pubbliche. Secondo la fonte citata da Iran International, l’uomo sarebbe stato inoltre sottoposto a torture il primo giorno di detenzione e alla sua famiglia sarebbe stato impedito di fargli visita.
La nuova condanna arriva dopo una serie di esecuzioni di persone arrestate durante le proteste di gennaio. Lunedì sono stati giustiziati ad Isfahan Alireza Sepahi e Alireza Raisi. Nei giorni precedenti erano stati messi a morte altri tre manifestanti, portando ad almeno cinque le esecuzioni collegate alle proteste dal 30 settembre.
Il caso di Soda e lo schiaffo che torna a Teheran
È qui che il messaggio di Baqaei diventa particolarmente difficile da separare dalla realtà interna iraniana.
La vicenda di Soda, la blogger iraniana condannata a morte, è già stata raccontata da Agenparl: una storia che mostra concretamente quanto possa essere alto il prezzo del dissenso in Iran. Ne abbiamo parlato nell’articolo sulla blogger condannata a morte a Bandar Abbas e successivamente nella ricostruzione sulla repressione del dissenso e la condanna di Soda.
Il richiamo iraniano all’universalità dei diritti umani finisce così per produrre un effetto paradossale. Teheran chiede alla Francia di rispettare il diritto di protesta mentre, nello stesso momento, il proprio sistema giudiziario continua a infliggere condanne a morte in casi legati al dissenso.
È uno schiaffo che, in qualche modo, torna al mittente.
Questo non significa che eventuali violazioni commesse dalla polizia francese debbano essere ignorate. Il diritto di manifestare deve essere tutelato anche quando le proteste diventano difficili da gestire e ogni uso sproporzionato della forza deve poter essere contestato.
Ma l’uso della forza per disperdere una manifestazione e una condanna a morte per un imputato accusato di aver sostenuto il dissenso non possono essere messi sullo stesso piano.
Due sistemi, due idee di dissenso
La polemica di oggi racconta quindi qualcosa di più di uno scontro diplomatico.
L’Iran sta utilizzando le proteste francesi per mettere in discussione la credibilità delle accuse occidentali sulla propria repressione interna. Il messaggio di Baqaei è chiaro: se i diritti umani sono universali, anche la Francia deve rispettarli.
Ma l’universalità dei diritti funziona in entrambe le direzioni.
La Francia deve rispondere delle proprie azioni quando viola i diritti dei manifestanti. L’Iran deve rispondere delle proprie quando il dissenso finisce davanti a una Corte rivoluzionaria e può trasformarsi in una condanna a morte.
Ed è proprio qui che il paragone iraniano si spezza.
Le proteste francesi possono e devono essere giudicate per come vengono gestite dalle autorità. Ma il caso di Abbasian, quello di Soda e le recenti esecuzioni mostrano che in Iran la questione non riguarda soltanto quanto la polizia sia intervenuta contro una protesta.
Riguarda che cosa può accadere a chi, dopo essere sceso in piazza o aver sostenuto il dissenso, finisce nelle mani del sistema giudiziario.
E in Iran, in alcuni casi, la risposta può essere la pena di morte.
