(AGENPARL) - Roma, 12 Settembre 2026 - Una condanna a morte emessa nel silenzio dei tribunali rivoluzionari, un capo d’imputazione sproporzionato fondato su una semplice fotografia e una situazione clinica drammatica che non ha fermato la ferocia della repressione. Soda Ebrahimi Shamsabadi, blogger trentatreenne originaria di Bandar Abbas e detenuta dallo scorso marzo, è stata condannata alla pena capitale dal ramo 3 della Corte rivoluzionaria della città. Un verdetto che grida vendetta e che accende nuovamente i riflettori sul buco nero dei diritti umani in Iran.
L’accusa: una foto da lontano e l’etichetta di “nemica dello Stato”
La sentenza è stata firmata dal giudice Khajeh-Hassani — tristemente noto negli ambienti giudiziari locali per la sua “diligenza” nel collezionare e firmare un numero spropositato di condanne. Il castello accusatorio eretto contro Ebrahimi Shamsabadi poggia su basi fragili quanto agghiaccianti: l’accusa principale mossa dal tribunale si fonda su un’azione di cronaca e di condivisione minima, ovvero l’aver scattato da lontano una fotografia del luogo in cui era caduto un missile e averla inviata a un media in lingua persiana basato all’estero.
A questo si aggiungono le consuete, pesantissime etichette politiche utilizzate dal regime per blindare la condanna: insulto al leader supremo dell’Iran e ai media, presunta attività di intelligence per conto di governi ostili e propaganda contro la sicurezza nazionale. Oltre alla pena capitale, la corte le ha inflitto una condanna detentiva dai due ai cinque anni, l’interdizione da alcune funzioni pubbliche e la confisca totale delle proprietà. La difesa è stata informata della sentenza lo scorso 23 agosto.
Venti giorni di isolamento totale e il calvario delle malattie croniche
Prima di arrivare a questo epilogo giudiziario, la trentatreenne ha dovuto affrontare un trattamento disumano. Ebrahimi Shamsabadi è stata tenuta in isolamento totale per venti giorni, sottoposta a pressioni psicologiche feroci durante gli interrogatori. In tutto questo tempo, alla sua famiglia è stato sistematicamente impedito di sapere dove fosse detenuta o quali fossero le sue reali condizioni di salute.
Un dettaglio che rende la condanna una vera e propria tortura di Stato riguarda le sue condizioni fisiche: la blogger soffre da circa sei anni di sclerosi multipla, una patologia degenerativa che si somma a gravi quadri di psoriasi, narcolessia e coliche gastriche. Un quadro clinico complesso e incompatibile con il regime carcerario duro, che è stato totalmente ignorato dai giudici.
Un sistema che non risparmia nessuno: i precedenti recenti
Il caso di Soda Ebrahimi Shamsabadi non è un episodio isolato, ma si inserisce all’interno di una catena di montaggio della morte che il regime iraniano ha accelerato drasticamente negli ultimi mesi per stroncare sul nascere ogni forma di dissenso.
Basti pensare al recente e drammatico caso di Ali Zarei Doozdarresi, un manifestante che aveva perso la vista in un occhio dopo essere stato colpito durante le proteste Woman, Life, Freedom del 2022: rientrato in Germania, è stato a sua volta condannato a morte all’inizio di questo mese dopo aver rimesso piede in Iran.
Sulla stessa linea c’è la condanna inflitta ad agosto a Leila Abolhasani, una madre di 43 anni di Shahin Shahr, arrestata durante le proteste di gennaio e condannata alla pena capitale con l’accusa estrema di “guerra contro Dio” (Moharebeh), con il fascicolo attualmente pendente davanti alla Corte Suprema.
L’allarme internazionale: esecuzioni per incutere terrore
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da mesi un’escalation senza freni. I dati diffusi da Iran Human Rights (con sede in Norvegia) certificano che decine di persone arrestate durante le rivolte del gennaio 2026 sono già state giustiziate a partire dalla primavera, a cui si aggiungono i manifestanti del 2022. Dal canto suo, l’Abdorrahman Boroumand Center ha documentato centinaia di esecuzioni dall’inizio dell’anno, colpendo decine di donne e manifestanti.
Un’ondata di terrore che ha spinto persino il capo dei diritti umani delle Nazioni Unite ad accusare apertamente Teheran di utilizzare la pena capitale come strumento deliberato per «instillare paura tra la popolazione e sopprimere il dissenso». La vita di Soda Ebrahimi Shamsabadi si trova ora appesa a questo filo drammatico, ostaggio di un apparato che calpesta ogni diritto umano elementare.
