(AGENPARL) - Roma, 7 Settembre 2026 -
C’è un aforisma che ho sempre tenuto a mente nel corso della mia lunga vita: “Se mi valuto, mi deprimo; se mi paragono, mi esalto”.
Una frase semplice, ma che contiene una verità nella quale credo, molti di noi possano riconoscersi.
Quando ci valutiamo con eccessiva severità, rischiamo di guardare dentro di noi e vedere soprattutto ciò che non va: i difetti, gli errori, le occasioni perdute, le nostre fragilità e i traguardi che non abbiamo raggiunto.
Quando invece ci confrontiamo con gli altri, possiamo imbatterci in qualcuno che, per una ragione o per l’altra, sta peggio di noi. E allora ci sentiamo migliori, più fortunati, più capaci.
Confesso: spesso mi sono esaltato!
Ma c’è un altro lato del confronto, molto meno piacevole: l’invidia.
L’invidia nasce spesso da un confronto nel quale ci sentiamo dalla parte sbagliata.
Guardiamo qualcuno che ha ottenuto ciò che desideravamo: il successo, il denaro, la bellezza, il riconoscimento, una posizione sociale, una famiglia felice, una particolare capacità e invece di limitarci a constatare la sua fortuna, cominciamo a soffrire per ciò che noi non abbiamo.
Il successo dell’altro diventa così la misura della nostra mediocrità.
È un meccanismo umano, molto più comune di quanto siamo disposti ad ammettere. Del resto, difficilmente una persona dice spontaneamente: “Sono invidioso”. È molto più facile attribuire l’invidia agli altri.
Un noto direttore di giornale ha scritto recentemente, nell’incipit di un suo editoriale:
“Il successo ispira l’invidia, l’invidia genera rancore, il rancore produce menzogne”.
Una frase dura, ma reale che “dipinge” la realtà e che invita a riflettere.
Quante volte, infatti, davanti al successo di qualcuno, invece di riconoscerne i meriti cerchiamo una spiegazione che lo ridimensioni?
Ha avuto fortuna.
È stato raccomandato.
Conosce le persone giuste.
Non è poi così bravo.
Prima o poi verrà scoperto e “cadrà”.
Si arriva perfino a costruire giudizi, insinuazioni e menzogne pur di rendere meno dolorosa la distanza che percepiamo tra noi e l’altro.
L’invidia, però, non è soltanto cattiveria ma può costituire un segnale.
Ci mostra qualcosa che desideriamo, qualcosa che ci manca o che crediamo ci spetti.
Il problema nasce quando, invece di ascoltare quel segnale, trasformiamo la nostra sofferenza in ostilità verso chi possiede ciò che noi vorremmo avere.
L’invidia si nutre del paragone, ma aggiunge al confronto un senso di ingiustizia, di impotenza e, talvolta, di rabbia.
E allora smette di essere uno stimolo a migliorare.
Invece di chiederci: “Che cosa posso imparare da questa persona?” ci chiediamo: “Perché lui sì e io no?”
Sono domande apparentemente simili, ma conducono in direzioni opposte.
La prima apre una strada.
La seconda alimenta il risentimento.
Il confronto è quasi sempre una gara truccata
Dovremmo ricordarcelo soprattutto oggi.
Viviamo in una società nella quale siamo continuamente invitati a confrontarci con gli altri. I social network hanno moltiplicato questa possibilità fino a renderla quasi permanente.
Vediamo vacanze meravigliose, corpi perfetti, case bellissime, carriere brillanti, famiglie felici, fotografie sorridenti.
Ma dimentichiamo una cosa fondamentale:
stiamo guardando la vetrina degli altri, non il loro magazzino.
Vediamo ciò che scelgono di mostrarci, non le loro paure, le loro sconfitte, le notti insonni, i problemi familiari, i fallimenti, le solitudini e le fragilità.
Per questo il paragone è spesso una gara truccata: confrontiamo la nostra vita reale con la versione selezionata della vita altrui.
E quasi sempre ne usciamo sconfitti.
Invidia e gelosia non sono la stessa cosa
Invidia e gelosia vengono spesso confuse, perché entrambe possono nascere da un confronto sfavorevole con qualcun altro. Ma sono emozioni differenti.
La gelosia riguarda soprattutto un legame che già possediamo e il timore di perderlo: l’affetto del partner, l’amicizia, l’attenzione di una persona importante.
L’invidia, invece, nasce generalmente dal desiderio di qualcosa che appartiene a un altro e che noi vorremmo avere: una qualità fisica, il successo, il denaro, il prestigio, il potere, una posizione sociale o una particolare capacità.
In entrambi i casi possiamo sentirci minacciati o inferiori, ma cambia l’oggetto del nostro desiderio.
La gelosia dice soprattutto:”Ho paura di perdere ciò che è mio”.
L’invidia dice:”Vorrei avere ciò che tu hai”.
E quando quest’ultima diventa particolarmente intensa, può trasformarsi in rancore e, nei casi più estremi, persino nel desiderio di danneggiare l’altro.
Chi è cresciuto sentendosi continuamente inadeguato può sviluppare una particolare sensibilità verso il successo altrui. Il valore degli altri viene percepito come una minaccia al proprio valore.
E così, invece di pensare: “Quella persona ha qualcosa che io desidero”, si arriva a pensare: “Se quella persona vale, allora io valgo meno”.
È un passaggio pericoloso.
Perché il valore di una persona non diminuisce quando qualcun altro cresce.
La luce degli altri non spegne la nostra.
Il fenomeno diventa ancora più evidente quando l’invidia si trasforma in aggressività sociale.
L’etimologia stessa della parola invidia richiama il latino invidere, letteralmente «guardare contro», “guardare con ostilità”.
Per secoli l’invidia è stata considerata un sentimento di cui vergognarsi, spesso confinato ai rapporti personali e alla cerchia delle persone vicine.
Oggi, con i social network, può assumere dimensioni enormemente più grandi.
Una fotografia, una frase, un successo possono essere sufficienti per scatenare commenti offensivi, derisione, disprezzo e aggressività.
Lo schermo, inoltre, crea una distanza che può ridurre l’empatia e farci dimenticare che dall’altra parte c’è una persona reale.
L’insulto diventa più facile quando non dobbiamo guardare negli occhi chi lo riceverà.
E così le insicurezze personali, le paure e le frustrazioni possono essere scaricate contro qualcuno trasformato in un comodo bersaglio.
Il risultato non riguarda soltanto la vittima, che può sentirsi umiliata, isolata e svalutata. Ne risente anche la società nel suo insieme: il confronto civile si impoverisce, il dialogo si trasforma in aggressione e la libertà di esprimersi viene sostituita dalla paura di essere attaccati.
E allora, come possiamo difenderci dall’invidia?
Forse possiamo cominciare proprio dall’aforisma con cui ho aperto questa riflessione: “Se mi valuto, mi deprimo; se mi paragono, mi esalto”.
Ma possiamo aggiungere una terza possibilità:
se mi conosco, posso crescere.
Quando guardiamo dentro noi stessi, proviamo a farlo con curiosità anziché con severità.
Se qualcuno è più bravo, possiamo imparare.
Se qualcuno è più fortunato, possiamo riconoscerlo.
Se qualcuno ha raggiunto un traguardo che desideriamo, possiamo domandarci che cosa possiamo fare per avvicinarci a quel traguardo.
E soprattutto possiamo imparare a gioire del bene degli altri senza sentirci impoveriti.
Perché questa, forse, è la vera alternativa all’invidia: trasformare il confronto in ispirazione.
Non è facile. L’invidia è umana e nessuno, probabilmente, ne è completamente immune. Anch’io, guardando indietro alla mia lunga vita, so di aver provato talvolta quel sentimento.
Ma c’è una grande differenza tra provare un’emozione e lasciarsi governare da essa.
Possiamo accorgerci dell’invidia, ascoltare ciò che ci sta dicendo e poi scegliere cosa farne.
E forse, alla fine, la domanda più importante non è: “Perché lui ha ciò che io non ho?”
Ma: “Che cosa mi sta insegnando, il fatto che io desideri ciò che lui ha?”
Se riusciamo a porci questa domanda, il successo degli altri smette di essere una nostra sconfitta e può diventare, inaspettatamente, un’occasione per conoscerci meglio, per crescere e per diventare un po’ più liberi.
È il caso di chiudere la riflessione con un altro dei miei amati aforismi: “Se a ciascun l’interno affanno si leggesse in fronte scritto, quanti mai che INVIDIA fanno. . . ci farebbero pietà”.