(AGENPARL) - Roma, 25 Agosto 2026 - La competizione internazionale per assicurarsi minerali critici e terre rare sta diventando uno dei fronti strategici più importanti dell’economia mondiale. Gli Stati Uniti stanno accelerando con investimenti miliardari, partecipazioni in progetti minerari e accordi internazionali, mentre l’Europa rischia di perdere ulteriore terreno a causa di procedure più lente, difficoltà finanziarie e opposizione all’apertura di nuove miniere.
L’obiettivo di entrambe le sponde dell’Atlantico è sostanzialmente lo stesso: ridurre la dipendenza dalla Cina, che mantiene un ruolo dominante in numerose catene di approvvigionamento e, soprattutto, nella raffinazione e lavorazione di diverse materie prime strategiche.
A cambiare, secondo gli operatori del settore, è soprattutto la velocità con cui Washington e Bruxelles stanno affrontando il problema.
Washington punta miliardi sulle materie prime
Gli Stati Uniti considerano ormai l’accesso ai minerali critici una questione direttamente collegata alla sicurezza nazionale.
Litio, grafite, nichel, cobalto, tungsteno e terre rare sono indispensabili per tecnologie che spaziano dalle batterie ai semiconduttori, dalle infrastrutture energetiche all’elettronica avanzata fino all’industria aerospaziale e della difesa.
Washington sta quindi cercando contemporaneamente di aumentare la produzione interna, sviluppare capacità di raffinazione e stringere accordi con Paesi dotati di importanti risorse minerarie.
Particolare attenzione è rivolta all’America Latina, dove si trovano alcuni dei maggiori giacimenti mondiali di materie prime strategiche. Gli Stati Uniti stanno mettendo sul tavolo capitali e impegni commerciali per assicurarsi nuove forniture e costruire catene produttive alternative a quelle dominate dalla Cina.
La strategia non è priva di difficoltà. Anche negli Stati Uniti alcuni nuovi progetti incontrano opposizione ambientale e ostacoli autorizzativi. In un caso, persino la NASA si sarebbe opposta a un progetto legato al tungsteno perché la sua localizzazione interferirebbe con attività di tracciamento satellitare.
Nonostante questi problemi, Washington continua però a procedere sia sul fronte nazionale sia su quello internazionale.
L’Europa frenata da autorizzazioni e burocrazia
La situazione europea appare più complessa.
Bernd Schaefer, alla guida di un’organizzazione paneuropea del settore dei minerali critici, in un’intervista al Financial Times ha evidenziato proprio la differenza tra i due approcci.
«Ammiro molto gli americani perché prendono un’idea e la portano avanti, mentre noi europei esitiamo, ci perdiamo in inutili formalità burocratiche, parliamo troppo e perdiamo tempo», ha dichiarato Schaefer.
Il problema non riguarda soltanto la quantità degli investimenti. L’Europa deve confrontarsi con procedure autorizzative lunghe, normative complesse e una forte opposizione locale alla realizzazione di nuovi impianti estrattivi.
L’Unione Europea ha cercato di rispondere individuando una serie di progetti strategici nell’estrazione, nella lavorazione e nel riciclo delle materie prime, con l’obiettivo di accelerarne le autorizzazioni.
Ma anche una procedura amministrativa più rapida non elimina uno dei principali problemi dell’industria mineraria: dalla progettazione all’effettiva produzione commerciale possono trascorrere molti anni. Per alcune nuove miniere l’orizzonte può arrivare a circa un decennio.
Il caso Jadar e la sindrome NIMBY
Uno degli esempi più significativi è il progetto del litio di Jadar, in Serbia, considerato strategicamente importante per l’approvvigionamento europeo.
Il progetto ha però incontrato una forte opposizione da parte di comunità locali e movimenti contrari all’attività estrattiva.
Il caso evidenzia una contraddizione con cui l’Europa dovrà confrontarsi: da una parte vuole diminuire la dipendenza dalle materie prime provenienti dall’estero, dall’altra l’apertura di nuove miniere sul continente incontra frequentemente forti resistenze.
È il fenomeno spesso indicato con l’acronimo NIMBY, “Not In My Backyard”: la necessità generale di determinate infrastrutture viene riconosciuta, ma la loro realizzazione vicino alle comunità locali viene osteggiata.
Il rischio di passare dalla dipendenza cinese a quella americana
Esiste inoltre un problema geopolitico più ampio.
L’UE vuole diminuire la propria esposizione alla Cina, ma se non riuscirà a sviluppare capacità estrattive, industriali e di raffinazione sufficienti potrebbe trovarsi semplicemente a sostituire una dipendenza con un’altra.
In uno scenario simile, l’Europa potrebbe diventare maggiormente dipendente dagli Stati Uniti e dalle catene di approvvigionamento controllate o sostenute da Washington.
Una dinamica che ricorderebbe, almeno in parte, quanto accaduto nel settore energetico: la vulnerabilità strutturale legata alle importazioni rimane anche quando cambia il principale fornitore.
Minerali critici, la nuova competizione geopolitica
La corsa alle materie prime non riguarda quindi solamente miniere e investimenti. Sta diventando una componente fondamentale della competizione industriale e geopolitica tra Stati Uniti, Cina ed Europa.
Un consulente europeo citato dal Financial Times ha sintetizzato il divario sostenendo che, indipendentemente dal giudizio sulla strategia dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti avrebbero concluso in circa 18 mesi più accordi di quanti l’Europa ne abbia realizzati nell’ultimo decennio.
Per Bruxelles la sfida sarà dunque duplice: mobilitare maggiori capitali e, contemporaneamente, rendere più rapido il percorso che porta un progetto strategico dall’approvazione alla produzione.
Senza un’accelerazione, l’Europa rischia di trovarsi schiacciata tra la posizione dominante della Cina nelle catene globali delle materie prime e la crescente capacità degli Stati Uniti di assicurarsi risorse attraverso investimenti e accordi internazionali.
La partita dei minerali critici sarà decisiva per batterie, tecnologie digitali, energia e difesa. E nella nuova corsa alle materie prime strategiche, la velocità con cui vengono trasformate le decisioni politiche in investimenti concreti potrebbe essere importante quanto la disponibilità stessa delle risorse.
Fonti: Financial Times, Mining.com e Wall Street Journal.
