(AGENPARL) - Roma, 25 Agosto 2026 - L’Unione Europea dispone di risorse, competenze, università e imprese capaci di innovare. Ma nell’economia digitale il capitale più prezioso è il tempo. Se un progetto di intelligenza artificiale deve attendere mesi, talvolta un anno, per conoscere l’esito di un bando, il problema non è più amministrativo: diventa strategico.
L’Europa non soffre soltanto di una carenza di investimenti tecnologici rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. Soffre di qualcosa di forse ancora più grave: la difficoltà di trasformare rapidamente le decisioni politiche, le risorse finanziarie e le idee innovative in progetti concreti.
È qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti dell’Unione Europea. Bruxelles ha compreso perfettamente che digitalizzazione, supercalcolo, cybersicurezza e intelligenza artificiale determineranno una parte sostanziale della competitività economica dei prossimi decenni. Ha creato programmi, stanziato risorse e individuato obiettivi strategici. Eppure, tra l’intenzione politica e la sua realizzazione continua troppo spesso a frapporsi una macchina amministrativa incapace di muoversi alla stessa velocità della tecnologia.
Il problema emerge con particolare evidenza nel sistema dei bandi europei destinati alla digitalizzazione e all’innovazione, sostenuti principalmente attraverso programmi come Europa Digitale (DIGITAL) e Orizzonte Europa.
Sono strumenti fondamentali. Finanziano imprese, piccole e medie aziende, centri di ricerca, università, pubbliche amministrazioni e progetti destinati a costruire la futura sovranità tecnologica europea.
Ma proprio per questo la velocità delle procedure non può essere considerata una questione secondaria.
Un anno nella tecnologia non è un anno normale
Occorre partire da una considerazione elementare: dodici mesi nell’intelligenza artificiale equivalgono quasi a un’era geologica.
Un progetto presentato oggi può essere tecnologicamente all’avanguardia. Tra un anno potrebbe trovarsi davanti modelli più potenti, nuovi concorrenti, infrastrutture differenti, costi radicalmente cambiati e tecnologie che al momento della candidatura nemmeno esistevano.
Nel settore digitale non è raro che intere architetture tecnologiche cambino nell’arco di pochi mesi.
E allora bisogna avere il coraggio di porre una domanda semplice: che senso ha finanziare l’innovazione se i tempi necessari per decidere quali progetti finanziare rischiano di essere incompatibili con la velocità dell’innovazione stessa?
Quando un’impresa presenta un progetto altamente innovativo e resta per mesi in attesa di conoscerne l’esito, non rimane semplicemente ferma una pratica amministrativa.
Rimangono sospesi investimenti, assunzioni, accordi industriali, collaborazioni con università, acquisizione di infrastrutture e sviluppo di prodotti.
Soprattutto, rimane sospeso il tempo dell’impresa.
E il tempo, nell’economia digitale, è capitale.
Il paradosso di Europa Digitale
Il paradosso diventa ancora più evidente osservando gli stessi obiettivi del programma Europa Digitale.
L’Unione punta a rafforzare capacità di supercalcolo ed elaborazione dei dati, intelligenza artificiale, spazi europei dei dati, cybersicurezza e competenze digitali. Vuole inoltre favorire la digitalizzazione delle imprese e delle pubbliche amministrazioni e colmare la distanza tra ricerca scientifica e applicazione concreta delle tecnologie.
È esattamente ciò di cui l’Europa ha bisogno.
Ma non si può costruire un continente tecnologicamente veloce attraverso procedure amministrativamente lente.
Non basta stanziare miliardi. Bisogna essere capaci di trasformarli rapidamente in innovazione.
È questo il punto sul quale il confronto con gli Stati Uniti diventa inevitabile.
Gli americani decidono, gli europei discutono
Dell’approccio americano si possono criticare molti aspetti. Ma una caratteristica dovrebbe essere studiata con grande attenzione in Europa: la capacità di prendere una decisione strategica e trasformarla rapidamente in azione economica.
Gli Stati Uniti individuano una tecnologia considerata decisiva, mobilitano capitale pubblico e privato, costruiscono partnership con le imprese e cercano di accelerarne lo sviluppo.
L’Europa, troppo spesso, prima di agire costruisce procedure.
Poi costruisce le procedure per controllare le procedure.
Seguono valutazioni, verifiche, documentazione, rendicontazioni, interpretazioni normative e passaggi amministrativi che hanno certamente una loro ragione: garantire trasparenza, concorrenza e corretto utilizzo del denaro pubblico.
Principi sacrosanti.
Ma esiste un punto oltre il quale la garanzia si trasforma in immobilismo e la prudenza amministrativa diventa un costo economico.
Essere rigorosi non significa necessariamente essere lenti. Essere trasparenti non significa aspettare indefinitamente. Controllare la spesa pubblica non significa rendere imprevedibile il momento nel quale un’impresa saprà se potrà avviare un investimento.
La questione, dunque, non dovrebbe essere scegliere tra controlli e velocità.
La vera sfida consiste nell’avere controlli rigorosi e decisioni rapide.
La burocrazia diventa un fattore di competitività
Per troppo tempo in Europa la burocrazia è stata considerata essenzialmente una questione amministrativa.
Nell’economia tecnologica non lo è più.
È diventata una variabile della competitività internazionale.
Immaginiamo due imprese con la stessa idea, le stesse competenze e un progetto comparabile. Una può conoscere rapidamente la disponibilità delle risorse necessarie e iniziare lo sviluppo. L’altra deve aspettare mesi prima ancora di sapere se il finanziamento arriverà.
Dopo un anno non avremo più due aziende nelle stesse condizioni.
La prima avrà probabilmente sviluppato un prototipo, assunto personale, raccolto dati, trovato clienti, commesso errori, corretto il prodotto e forse raggiunto il mercato.
La seconda potrebbe essere ancora in attesa di una comunicazione amministrativa.
Questa differenza non compare necessariamente nei bilanci pubblici. Ma rappresenta un costo gigantesco per un sistema economico.
L’intelligenza artificiale non aspetterà Bruxelles
La questione diventa particolarmente urgente nell’intelligenza artificiale.
Stati Uniti e Cina stanno investendo enormi risorse in modelli, infrastrutture di calcolo, semiconduttori, data center, robotica, applicazioni industriali e ricerca.
La competizione non si svolge su cicli decennali.
Si misura ormai in mesi.
L’Europa possiede eccellenti università, ricercatori di livello mondiale, imprese innovative e una grande base industriale. Possiede inoltre un mercato di centinaia di milioni di cittadini e una capacità normativa che influenza spesso gli standard internazionali.
Ciò che non può permettersi è trasformare la propria cultura della regolamentazione in una cultura dell’attesa.
Perché mentre Bruxelles valuta, il resto del mondo sviluppa.
Mentre una commissione esamina una proposta, una startup americana può aver già raccolto un nuovo round di finanziamento.
Mentre viene completato un procedimento amministrativo, un concorrente asiatico può aver già portato il proprio prodotto sul mercato.
E mentre un’impresa europea aspetta di conoscere l’esito di un progetto presentato dodici mesi prima, la tecnologia sulla quale quel progetto era stato costruito potrebbe essere già entrata in una nuova generazione.
Non servono meno regole. Servono regole migliori
Sarebbe però troppo facile concludere che la soluzione consista semplicemente nell’eliminare norme e controlli.
Non è così.
Il denaro pubblico richiede trasparenza. I bandi devono garantire parità di trattamento. I progetti devono essere valutati seriamente. I conflitti d’interesse devono essere evitati e i fondi europei devono produrre risultati verificabili.
Ma tutto questo deve essere compatibile con tempi certi.
Un’impresa deve sapere non soltanto quali documenti presentare, ma anche quando riceverà una risposta.
I programmi europei dedicati alle tecnologie strategiche dovrebbero quindi adottare un principio semplice: alla velocità della tecnologia deve corrispondere la velocità della decisione pubblica.
Per i settori a rapidissima evoluzione potrebbero essere necessari percorsi specifici, valutazioni con scadenze vincolanti, procedure digitalizzate, maggiore automazione dei controlli documentali e meccanismi capaci di distinguere i grandi programmi pluriennali dai progetti tecnologici che rischiano di diventare obsoleti durante la stessa procedura di selezione.
La certezza dei tempi vale quasi quanto il finanziamento
C’è poi un elemento spesso sottovalutato.
Per un’azienda, soprattutto una PMI o una startup, l’incertezza può essere persino più dannosa dell’esito negativo di un bando.
Un “no” ricevuto rapidamente permette di cambiare strategia, cercare investitori, modificare il progetto o rivolgersi ad altre fonti di finanziamento.
Un “forse” che dura un anno immobilizza.
Costringe l’impresa a mantenere aperti scenari alternativi, rende difficile programmare assunzioni e investimenti e può compromettere partnership costruite attorno al progetto.
La pubblica amministrazione misura il tempo in procedure.
L’impresa lo misura in opportunità.
Ed è precisamente questa distanza culturale che l’Europa deve ridurre.
La sovranità tecnologica si costruisce anche con un calendario
L’Unione Europea parla giustamente di autonomia strategica e sovranità digitale. Ma la sovranità tecnologica non nasce soltanto dai miliardi stanziati, dai regolamenti approvati o dalle strategie pubblicate.
Nasce dalla capacità di permettere a un ricercatore di trasformare rapidamente una scoperta in un’impresa.
A una PMI di adottare un sistema di intelligenza artificiale.
A una startup di passare dal prototipo al mercato.
A un progetto finanziato con denaro europeo di iniziare quando è ancora innovativo.
È quindi arrivato il momento di considerare la velocità amministrativa come un’infrastruttura strategica europea, esattamente come i data center, le reti, i supercomputer e i semiconduttori.
Non significa imitare automaticamente gli Stati Uniti. Significa comprenderne una lezione fondamentale: una strategia vale nella misura in cui esiste la capacità di realizzarla.
L’Europa ha risorse. Ha competenze. Ha scienziati. Ha imprese. Ha idee.
Ciò che deve riconquistare è il tempo.
Perché nell’intelligenza artificiale e nell’economia digitale un anno di attesa non è semplicemente un ritardo burocratico: è un vantaggio competitivo regalato agli altri.
Ed è forse questo il vero bando europeo che Bruxelles dovrebbe vincere: quello contro il tempo.

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Europe trapped by bureaucracy: In the age of artificial intelligence, a one-year wait is an ice age
The European Union has the resources, expertise, universities, and companies capable of innovating. But in the digital economy, the most valuable capital is time. If an artificial intelligence project has to wait months—sometimes a full year—to learn the outcome of a funding call, the problem is no longer administrative: it becomes strategic.
Europe does not suffer only from a shortage of technological investment compared with the United States and China. It suffers from something perhaps even more serious: the difficulty of rapidly turning political decisions, financial resources, and innovative ideas into concrete projects.
This is where one of the European Union’s most striking contradictions emerges. Brussels fully understands that digitalisation, supercomputing, cybersecurity, and artificial intelligence will determine a substantial part of economic competitiveness in the decades ahead. It has created programmes, allocated resources, and identified strategic objectives. Yet between political ambition and its implementation, an administrative machine too often stands in the way—one that is simply unable to move at the same speed as technology.
The problem is particularly evident in the system of European funding calls for digitalisation and innovation, primarily supported through programmes such as Digital Europe (DIGITAL) and Horizon Europe.
These are essential instruments. They fund businesses, small and medium-sized enterprises, research centres, universities, public administrations, and projects intended to build Europe’s future technological sovereignty.
But precisely for this reason, the speed of procedures cannot be treated as a secondary issue.
A year in technology is not a normal year
We must start from a basic consideration: twelve months in artificial intelligence are almost equivalent to a geological age.
A project submitted today may be technologically cutting-edge. A year from now, it may be facing more powerful models, new competitors, different infrastructure, radically altered costs, and technologies that did not even exist when the application was submitted.
In the digital sector, entire technological architectures can change within a matter of months.
So we must have the courage to ask a simple question: what is the point of funding innovation if the time required to decide which projects deserve funding risks being incompatible with the speed of innovation itself?
When a company submits a highly innovative project and waits months to learn the outcome, it is not simply an administrative file that remains on hold.
Investments, recruitment, industrial agreements, partnerships with universities, infrastructure acquisitions, and product development are all put on hold.
Above all, the company’s time is put on hold.
And in the digital economy, time is capital.
The digital europe paradox
The paradox becomes even more apparent when we look at the objectives of the Digital Europe Programme itself.
The EU aims to strengthen supercomputing and data-processing capabilities, artificial intelligence, European data spaces, cybersecurity, and digital skills. It also seeks to promote the digitalisation of businesses and public administrations and bridge the gap between scientific research and the practical deployment of technology.
That is exactly what Europe needs.
But you cannot build a technologically fast continent through administratively slow procedures.
Allocating billions is not enough. Europe must be capable of turning those billions into innovation quickly.
And this is precisely where comparison with the United States becomes unavoidable.
Americans decide, europeans discuss
There are many aspects of the American approach that can be criticised. But there is one characteristic Europe should study very carefully: the ability to make a strategic decision and rapidly turn it into economic action.
The United States identifies a technology it considers decisive, mobilises public and private capital, builds partnerships with companies, and seeks to accelerate its development.
Europe, too often, builds procedures before it acts.
Then it builds procedures to oversee those procedures.
Assessments, checks, documentation, reporting requirements, regulatory interpretations, and administrative stages follow. They certainly have a purpose: ensuring transparency, competition, and the proper use of public money.
These are fundamental principles.
But there comes a point at which safeguards turn into paralysis and administrative caution becomes an economic cost.
Rigour does not necessarily mean slowness. Transparency does not mean waiting indefinitely. Monitoring public expenditure should not mean making it impossible for a company to know when it will be able to begin an investment.
The issue, therefore, should not be a choice between oversight and speed.
The real challenge is achieving rigorous oversight and rapid decisions.
Bureaucracy has bBecome a competitiveness factor
For too long, bureaucracy in Europe has been regarded primarily as an administrative matter.
In the technology economy, it is no longer merely that.
It has become a variable in international competitiveness.
Imagine two companies with the same idea, the same expertise, and comparable projects. One quickly learns that the necessary resources are available and begins development. The other has to wait months before it even knows whether funding will arrive.
After one year, those two companies will no longer be in the same position.
The first may already have developed a prototype, hired staff, collected data, found customers, made mistakes, improved its product, and perhaps even reached the market.
The second may still be waiting for an administrative notification.
This difference may never appear explicitly in public budgets. But it represents an enormous cost to an economic system.
Artificial intelligence will not wait for Brussels
The issue becomes particularly urgent when it comes to artificial intelligence.
The United States and China are investing enormous resources in AI models, computing infrastructure, semiconductors, data centres, robotics, industrial applications, and research.
Competition no longer unfolds over decade-long cycles.
It is now measured in months.
Europe has excellent universities, world-class researchers, innovative companies, and a major industrial base. It also has a market of hundreds of millions of people and a regulatory capacity that frequently influences international standards.
What it cannot afford is to turn its culture of regulation into a culture of waiting.
Because while Brussels evaluates, the rest of the world develops.
While a committee examines a proposal, an American startup may already have raised another funding round.
While an administrative procedure is being completed, an Asian competitor may already have brought its product to market.
And while a European company waits to learn the outcome of a project submitted twelve months earlier, the technology on which that project was built may already have entered a new generation.
We do not need fewer rules. We need better rules
It would be too easy, however, to conclude that the solution is simply to eliminate rules and controls.
It is not.
Public money requires transparency. Funding calls must guarantee equal treatment. Projects must be evaluated seriously. Conflicts of interest must be prevented, and European funds must produce measurable results.
But all of this must be compatible with clear and predictable deadlines.
A company needs to know not only which documents it must submit, but also when it will receive an answer.
European programmes dedicated to strategic technologies should therefore adopt a simple principle: the speed of public decision-making must match the speed of technology.
For rapidly evolving sectors, specific fast-track procedures may be necessary: evaluations with binding deadlines, fully digital processes, greater automation of documentary checks, and mechanisms capable of distinguishing large multi-year programmes from technology projects that risk becoming obsolete during the selection process itself.
Certainty of timing is almost as valuable as funding
There is another factor that is often underestimated.
For a company—especially an SME or startup—uncertainty can be even more damaging than a negative funding decision.
A quick “no” allows a company to change strategy, seek investors, modify the project, or turn to alternative sources of financing.
A “maybe” that lasts a year can bring everything to a standstill.
It forces businesses to keep alternative scenarios open, makes it difficult to plan recruitment and investment, and can jeopardise partnerships built around the project.
Public administration measures time in procedures.
Businesses measure it in opportunities.
And it is precisely this cultural gap that Europe must close.
Technological sovereignty is also built with a calendar
The European Union rightly speaks of strategic autonomy and digital sovereignty. But technological sovereignty does not arise solely from billions allocated, regulations approved, or strategies published.
It comes from enabling a researcher to rapidly turn a discovery into a company.
From enabling an SME to adopt an artificial intelligence system.
From enabling a startup to move from prototype to market.
From ensuring that a project financed with European money can begin while it is still innovative.
The time has therefore come to regard administrative speed as a strategic European infrastructure, just like data centres, networks, supercomputers, and semiconductors.
This does not mean automatically imitating the United States. It means understanding one fundamental lesson: a strategy is worth only as much as the ability to implement it.
Europe has resources. It has expertise. It has scientists. It has businesses. It has ideas.
What it must reclaim is time.
Because in artificial intelligence and the digital economy, a one-year wait is not simply a bureaucratic delay: it is a competitive advantage handed to others.
And perhaps this is the most important European call for proposals Brussels needs to win:
the race against time.

