(AGENPARL) - Roma, 15 Agosto 2026 - La ministra degli Esteri australiana Penny Wong ha lanciato una netta difesa del multiculturalismo, respingendo l’idea di un ritorno a una presunta “monocultura” nazionale e avvertendo che le divisioni interne potrebbero indebolire non soltanto la coesione sociale dell’Australia, ma anche la sua sicurezza e la sua posizione internazionale.
Intervenendo venerdì al Lowy Institute di Sydney, Wong ha inserito il dibattito sull’identità australiana in un quadro molto più ampio, caratterizzato dalla crescita delle tensioni geopolitiche, dalla competizione tra le grandi potenze e dalla necessità per Canberra di diversificare le proprie relazioni internazionali.
“L’Australia multiculturale è l’unica Australia mai esistita”, ha affermato la ministra, contrapponendosi alle posizioni sostenute da One Nation, il partito guidato da Pauline Hanson che negli ultimi mesi ha registrato una forte crescita nei sondaggi.
Wong: la diversità è una risorsa strategica
La ministra, nata in Malesia e prima australiana di origine asiatica a ricoprire un incarico ministeriale federale, ha presentato il multiculturalismo non soltanto come una caratteristica sociale del Paese, ma anche come uno degli elementi della sua forza economica e diplomatica.
Secondo i dati del censimento richiamati nel discorso, circa metà della popolazione australiana è nata all’estero oppure ha almeno un genitore nato fuori dal Paese. Una realtà demografica che, secondo Wong, rende irrealistica l’idea di ricostruire l’Australia attorno a un’identità culturale unica.
“La malinconica fantasia di una monocultura danneggerebbe la sicurezza internazionale e il commercio dell’Australia, tagliando i ponti con il resto del mondo”, ha dichiarato.
La ministra ha inoltre ricordato il contributo fornito dagli immigrati e dai rifugiati alla società australiana, citando in particolare i risultati ottenuti nel mondo imprenditoriale e nello sport.
Il messaggio politico è rivolto soprattutto a quelle forze che, secondo Wong, cercano di trasformare immigrazione, identità e diversità culturale in strumenti di polarizzazione elettorale.
“Coloro che cercano di dividerci per ottenere clic e voti dovrebbero sapere che ci rendono più deboli in patria e più vulnerabili nel mondo”, ha avvertito.
La crescita di One Nation
Le dichiarazioni arrivano mentre One Nation sta assumendo un peso crescente nella politica australiana. Il movimento di Pauline Hanson ha costruito buona parte della propria identità politica sulla critica all’immigrazione, al multiculturalismo e a diversi aspetti dell’integrazione internazionale dell’Australia.
Hanson ha invocato una maggiore omogeneità culturale e ha chiesto di riesaminare i rapporti del Paese con alcune organizzazioni internazionali, oltre a sostenere una riduzione degli aiuti all’estero.
La senatrice ha inoltre provocato forti polemiche facendo riferimento alla storica politica dell’“Australia Bianca”, il sistema di restrizioni all’immigrazione non europea progressivamente smantellato nel corso del Novecento.
La crescita di One Nation sta esercitando pressione anche sui principali partiti australiani, soprattutto in vista delle future competizioni elettorali. Le preoccupazioni degli elettori sull’immigrazione si intrecciano infatti con problemi molto concreti, tra cui il costo delle abitazioni, la disponibilità di alloggi e le difficoltà economiche delle famiglie.
Il governo prepara una revisione dell’immigrazione
Il governo laburista di centrosinistra guidato dal primo ministro Anthony Albanese si prepara a modificare la propria politica migratoria, riconoscendo l’esistenza di preoccupazioni legittime legate alla pressione sul mercato immobiliare e all’economia.
Albanese ha tuttavia sottolineato che un eventuale ridimensionamento dei flussi migratori non dovrebbe trasformarsi in una campagna contro gli immigrati.
Il primo ministro ha ribadito che l’Australia contemporanea è una società multiculturale, richiamando simbolicamente anche le proprie origini familiari italiane. Secondo Albanese, i livelli di immigrazione sono già diminuiti rispetto al precedente picco e potranno essere ulteriormente ridotti senza “demonizzare” gruppi della popolazione o alimentare divisioni sociali.
La linea del governo sembra quindi puntare a distinguere due questioni: da una parte la gestione quantitativa e programmata dell’immigrazione, dall’altra la difesa del carattere multiculturale della società australiana.
Il multiculturalismo entra nella strategia internazionale
Nel discorso di Wong, tuttavia, la questione ha assunto anche una dimensione geopolitica.
L’Australia è una potenza media collocata in una regione sempre più centrale nella competizione strategica internazionale. Il Paese mantiene una stretta alleanza di sicurezza con gli Stati Uniti e il Regno Unito, ma contemporaneamente dipende fortemente dagli scambi commerciali con l’Asia e deve gestire una relazione particolarmente complessa con la Cina.
Secondo Wong, le potenze di medio livello stanno incontrando crescenti difficoltà nel preservare il proprio spazio di manovra in un sistema internazionale nel quale la forza militare, la coercizione economica e il controllo delle tecnologie e delle materie prime strategiche vengono utilizzati sempre più frequentemente per condizionare le decisioni degli altri Stati.
In questo scenario, Canberra avrebbe bisogno non di restringere i propri rapporti con il mondo, ma di ampliarli.
L’obiettivo indicato dalla ministra è quindi duplice: rafforzare le tradizionali partnership di sicurezza con Washington e Londra e, contemporaneamente, diversificare maggiormente le relazioni diplomatiche ed economiche australiane.
Dall’Ucraina all’Indo-Pacifico
Wong ha collegato questa necessità alla crescente interdipendenza tra crisi che un tempo potevano essere considerate prevalentemente regionali.
Come esempio ha citato il dispiegamento di militari nordcoreani al fianco della Russia nella guerra in Ucraina. Per la ministra, questo sviluppo dimostra come le dinamiche di sicurezza europee e quelle dell’Indo-Pacifico siano ormai sempre più strettamente connesse.
Il coinvolgimento nordcoreano rappresenterebbe infatti un caso evidente in cui due diversi teatri geopolitici finiscono per sovrapporsi, mettendo ulteriormente sotto pressione gli equilibri internazionali.
Per Canberra ciò significa che la politica estera non può più essere organizzata attraverso compartimenti geografici completamente separati. La sicurezza dell’Indo-Pacifico, i rapporti con Washington, le relazioni con l’Europa e gli sviluppi in Ucraina fanno ormai parte di un sistema strategico sempre più interconnesso.
Identità nazionale e politica estera
Il punto centrale dell’intervento di Wong è quindi che il dibattito sul multiculturalismo non riguarda esclusivamente la politica interna.
In una società fortemente legata all’immigrazione e contemporaneamente inserita nelle reti economiche, diplomatiche e strategiche dell’Asia-Pacifico, la capacità di mantenere rapporti con culture e Paesi differenti viene presentata dal governo come una componente dell’influenza internazionale australiana.
Da questa prospettiva, la contrapposizione tra multiculturalismo e monocultura assume un significato più ampio. Il confronto riguarda il modello con cui l’Australia intende affrontare un sistema internazionale più frammentato: attraverso un maggiore ripiegamento nazionale oppure facendo della propria diversità e della rete di rapporti internazionali uno strumento di resilienza.
L’ascesa di One Nation indica però che una parte crescente dell’elettorato guarda con maggiore scetticismo al modello seguito negli ultimi decenni. Il governo Albanese dovrà quindi cercare un equilibrio difficile: rispondere alle preoccupazioni sull’immigrazione, sull’economia e sulla disponibilità di abitazioni senza trasformare queste tensioni in una contestazione del multiculturalismo stesso.
Per Wong, la scelta è anche strategica. In un mondo nel quale le potenze medie devono confrontarsi con coercizione economica, rivalità militari e una crescente competizione per tecnologie e risorse, un’Australia più isolata e culturalmente ripiegata su se stessa sarebbe anche un’Australia con meno strumenti per difendere i propri interessi.
