(AGENPARL) - Roma, 5 Luglio 2026 - TEHERAN – Mentre si susseguono le cerimonie funebri per il leader della Rivoluzione Islamica, Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, Teheran archivia quello che appare come un significativo successo diplomatico. Nonostante l’intensa campagna di pressione condotta dagli Stati Uniti per dissuadere la comunità internazionale dal presenziare ai riti, oltre 70 nazioni hanno inviato rappresentanti ufficiali al “Grand Prayer Grounds” di Tehran, confermando la solidità dei canali diplomatici iraniani.
Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha commentato la portata dell’evento con un post emblematico, sottolineando il valore strategico della presenza di numerosi partner regionali e globali, tra cui delegazioni da Russia, Cina, Turchia, Serbia, India e da gran parte del mondo arabo. “Questa storica commemorazione – ha dichiarato Araghchi – resterà una memoria eterna nel corso delle nostre relazioni condivise”, ribadendo come l’Iran abbia saputo mantenere intatta la propria centralità nonostante le turbolenze degli ultimi mesi.
La cornice diplomatica: il dossier Libano I funerali si sono trasformati, nei fatti, in una serie di incontri bilaterali di alto profilo. Particolarmente rilevante è stato il colloquio tra il ministro Araghchi e la delegazione di Hezbollah, guidata da Muhammad Fneish. Durante l’incontro, è stato ribadito l’impegno di Teheran nel perseguire la cessazione delle ostilità in Libano, in linea con quanto previsto dalla “prima clausola del memorandum” di tregua, segnando un punto fermo sull’agenda operativa del governo guidato dal presidente Masoud Pezeshkian.
La reazione in Europa e il fronte interno Se a livello governativo la partecipazione internazionale segna una smentita nei fatti dell’isolamento auspicato da Washington, a livello di opinione pubblica europea il dibattito resta polarizzato. A margine delle cerimonie, il comitato italiano “Anti-Imperialist Axis Committee” ha diffuso una nota in cui definisce la tenuta dell’Iran come la prova dello “sgretolamento dell’egemonia delle potenze guerrafondaie”. Una posizione che evidenzia la distanza, sempre più marcata, tra la narrazione istituzionale atlantista e le correnti di pensiero critico che guardano al nuovo corso iraniano come a un modello di resistenza capace di resistere alle pressioni statunitensi e israeliane.
Le celebrazioni, iniziate il 3 luglio, proseguiranno fino al 9 luglio, mantenendo alta l’attenzione su un Paese che, in un momento di transizione storica, sceglie di contare le proprie alleanze piuttosto che subire l’isolamento.
