(AGENPARL) - Roma, 29 Giugno 2026 - Per oltre vent’anni ha raccontato il potere dal suo interno, seguendo da cronista parlamentare i presidenti del Consiglio italiani e vivendo in prima linea i retroscena della politica. Nel suo ultimo libro, Berlusconi Confidential. Biografia non autorizzata di dieci anni al potere (Rubbettino), Marco Galluzzo offre però una prospettiva diversa: non l’ennesima biografia del Cavaliere, ma il racconto di un laboratorio politico e mediatico che ha anticipato il modo di comunicare dei leader contemporanei.
Attraverso episodi inediti, testimonianze raccolte sul campo e aneddoti vissuti in prima persona, Galluzzo ricostruisce il rapporto quasi quotidiano tra Silvio Berlusconi e i cronisti che lo seguivano ovunque: nei palazzi del potere, sugli aerei di Stato, nei vertici internazionali e perfino nelle sue residenze private. Ne emerge il ritratto di un leader capace di trasformare ogni incontro in un’occasione di comunicazione politica, molto prima dell’avvento dei social network.
Ma il libro è anche uno sguardo dall’interno sul giornalismo politico di quegli anni, sul rapporto spesso ambiguo tra informazione e potere e sui retroscena che hanno accompagnato alcune delle decisioni più importanti della Seconda Repubblica. Con Marco Galluzzo ripercorriamo quei dieci anni, cercando di capire quanto di quel modello sia ancora vivo nella politica di oggi.
- Domanda. Nel libro emerge un Berlusconi che sembra aver inventato la comunicazione diretta prima dei social. Alla luce dell’esperienza di oggi con Meloni, Trump e i leader che parlano direttamente ai propri follower, Berlusconi è stato davvero un precursore o stiamo sopravvalutando quella intuizione?
Berlusconi riusciva a parlare direttamente con i propri elettori o con i cittadini diverse volte al giorno attraverso i giornalisti che lo seguivano sul marciapiede, in Italia e all’estero. Il cavaliere anche a dispetto del proprio staff incontrava i giornalisti nei luoghi più impensabili, dentro un ascensore in una camera d’albergo fra i mobili di un antiquario a Bruxelles qualsiasi luogo era buono per postare fra virgolette il suo pensiero a differenza di oggi però Silvio Berlusconi accettava il contraddittorio, Quando un cronista entrava nella sua macchina, veniva accolto a villa Certosa, pranzava con lui ai Caraibi come descritto in questo libro Berlusconi accettava le domande, anche le più scomode a differenza di quello che avviene oggi, da Trump alla Meloni, ma soprattutto nel secondo caso in cui il contatto diretto con i giornalisti è quasi completamente evaporato.
- Domanda. Tra i tanti retroscena che racconta — dalle telefonate con la Casa Bianca agli incontri riservati con Putin — qual è l’episodio che l’ha fatta pensare: “Se questa storia fosse uscita allora, avrebbe potuto cambiare il corso politico di quegli anni”?
Un anno prima dell’operazione americana militare contro l’Iraq Berlusconi si trova a New York per l’assemblea delle Nazioni Unite e quattro agenti dei servizi segreti gli chiedono un appuntamento lo vanno a trovare in una suite dell’hotel Millennium di fronte alle Nazioni Unite. In una valigetta blindata gli portano alcune fotografie che dovrebbero dimostrare il possesso da parte di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa. Berlusconi guarda queste fotografie che sono sfocate e nelle quali ben poco si distingue in una serie di sfondi di grigio e capisce che quello che ha di fronte è in qualche modo qualcosa di costruito ad arte. A questo punto, congeda i 4 agenti dicendo loro di non preoccuparsi tanto l’Italia sarà sempre a fianco di Washington. Se questa cosa si fosse saputa o si fosse scritta immediatamente e non a seguito delle inchieste che i giornalisti americani avrebbero fatto dopo l’ invasione, forse la storia sarebbe stata diversa.
- Domanda. Per dieci anni Berlusconi ha usato i giornalisti come “termometro del consenso”, ma quanto i giornalisti hanno finito per essere usati da lui? C’è stato un momento in cui lei o i suoi colleghi avete avuto la sensazione di essere diventati, magari inconsapevolmente, parte della sua macchina di comunicazione?
Berlusconi usava noi, e noi usavamo lui. Noi eravamo una ventina di giornalisti che dalla mattina alla sera organizzavanouna vera e propria caccia alla preda politica, il problema è che la preda molto spesso licenziava la sua guardia di protezione e si consegnava ai suoi cacciatori cioè a noi. Con Berlusconi potevi parlare di notte, potevi parlare al ristorante, potevi parlare in un ascensore di Montecitorio, potevi parlare in via Rovania Milano o a palazzo Grazioli a Roma o ancora in Sardegna. È molto più spesso Berlusconi amava parlare con i giornalisti di sinistra che di solito scrivevano che lui rappresentava il male assoluto. Diciamo che lui aveva un enorme potere seduttivo, ma che a sua volta di fronte al potere di un microfono, di fronte al potere di una telecamera o di un taccuino, semplicemente non sapeva resistere.
- Domanda. Lei racconta un Berlusconi imprevedibile, vulnerabile e geniale nella gestione dei media. Dopo averlo seguito per dieci anni, chi era il vero Berlusconi: il politico, l’imprenditore, il comunicatore o il personaggio che recitava una parte davanti a tutti?
Berlusconi aveva tante facce, era un imprenditore di successo, era un miliardario, era un politico che era arrivato a palazzo chigi quattro volte eppure era un uomo estremamente fragile che non riusciva a replicare di fronte all’sfuriate di Giulio Tremonti, che chiedeva il consenso dei cronisti di fronte ad alcune mosse diplomatiche, che spesso si mostrava insicuro e fragile rispetto ad alcune decisioni da prendere, che persino una notte ad Atene alla fine di una partita e dell’ennesima vittoria nella coppia dei campioni, dice a uno di noi seduto accanto a lui al ristorante. Domanda del cronista presidente, perché questa faccia? Risposta: non sono Felice. Berlusconi aveva tanti difetti, tranne quello dell’intelligenza ed era il primo a sapere, soprattutto negli ultimi anni a Palazzo Chigi, che aveva realizzato ben poco di tutte le promesse fatte gli italiani. Berlusconi era anche un uomo solo e aveva vissuto sulla sua pelle quella dinamica che molti leader sperimentano e che si può chiamare come solitudine del potere. Un Capodanno si becca un cavalletto fotografico in testa mentre va a prendere un gelato a Piazza Navona: sono le 11 di sera, ma gli unici suoi amici sono i cinque uomini di scorta. Per il resto è solo, l’uomo più ricco e più potente d’Italia, nella serata di capodanno, lontano dalla sua famiglia e senza alcun amico accanto.
