(AGENPARL) - Roma, 29 Maggio 2026 - Vi sono momenti nella vita di una Nazione nei quali una questione apparentemente tecnica assume una portata politica, istituzionale e perfino morale.
La questione delle preferenze elettorali appartiene a questa categoria.
Da anni assistiamo a un progressivo impoverimento della rappresentanza democratica italiana. Una crisi che non nasce soltanto dall’incapacità della politica di interpretare i cambiamenti della società, ma anche dalla progressiva separazione tra eletti ed elettori.
È una frattura che ha prodotto sfiducia, astensionismo, rabbia sociale e una crescente percezione di estraneità dei cittadini rispetto alle istituzioni.
La domanda da cui occorre partire è semplice.
Chi deve scegliere i parlamentari?
I cittadini oppure le segreterie dei partiti?
Perché è esattamente qui che si colloca il nodo centrale della democrazia italiana.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito alla progressiva trasformazione del Parlamento da luogo della rappresentanza popolare a luogo della rappresentanza delle oligarchie partitiche.
Si è passati dalla Repubblica dei rappresentanti alla Repubblica dei nominati.
I partiti hanno progressivamente sostituito gli elettori nella selezione della classe dirigente.
Le candidature sono diventate il risultato di equilibri correntizi, accordi interni, fedeltà personali e rapporti di forza costruiti nelle segreterie.
I cittadini sono stati progressivamente espropriati di una prerogativa fondamentale: scegliere chi li rappresenta.
Luigi Sturzo e la democrazia che nasce dal basso
Luigi Sturzo aveva intuito con straordinaria lucidità il pericolo insito nella concentrazione del potere politico.
L’intera elaborazione sturziana si fondava sul principio secondo cui la democrazia vive attraverso la partecipazione delle comunità e delle autonomie.
Per Sturzo non esisteva una democrazia autentica senza corpi intermedi, senza municipalismo, senza responsabilità diffusa.
La politica non doveva discendere dall’alto.
Doveva sorgere dal basso.
Oggi invece assistiamo a una dinamica esattamente opposta.
Le candidature vengono spesso decise lontano dai territori.
I parlamentari vengono paracadutati nei collegi.
Gli elettori si trovano davanti a nomi che non conoscono e che spesso non hanno mai avuto alcun rapporto con la comunità che dovrebbero rappresentare.
È il rovesciamento della concezione sturziana della rappresentanza.
Einaudi e il principio della responsabilità
Luigi Einaudi sosteneva che «conoscere per deliberare» fosse il fondamento stesso della vita democratica.
Ma la conoscenza implica prossimità.
Implica ascolto.
Implica esperienza diretta dei problemi.
Come può conoscere realmente un territorio chi non ha alcun rapporto con esso?
Come può deliberare nell’interesse di una comunità chi non è costretto a confrontarsi con essa?
Il sistema delle candidature blindate ha progressivamente svuotato il principio della responsabilità politica.
Molti parlamentari non devono il proprio seggio agli elettori ma a chi li ha collocati in una posizione eleggibile.
Non rispondono alla comunità.
Rispondono alla struttura che li ha nominati.
È qui che nasce la degenerazione della politica contemporanea.
La fedeltà sostituisce il consenso.
L’obbedienza sostituisce il merito.
L’allineamento sostituisce la competenza.
Mortati e la rappresentanza sostanziale
Costantino Mortati, uno dei più grandi costituzionalisti italiani, distingueva tra Costituzione formale e Costituzione materiale.
Una lezione oggi straordinariamente attuale.
Formalmente la sovranità appartiene ancora al popolo, come stabilisce l’articolo 1 della Costituzione.
Materialmente, però, una parte significativa del potere di scelta è stata trasferita ai gruppi dirigenti dei partiti.
Si è creata una frattura tra rappresentanza giuridica e rappresentanza effettiva.
La democrazia rappresentativa non può ridursi a un procedimento formale.
Ha bisogno di legittimazione sostanziale.
Il parlamentare eletto grazie alle preferenze possiede una forza autonoma.
Possiede una legittimazione diretta.
Possiede un rapporto reale con gli elettori.
Il parlamentare nominato possiede invece una legittimazione prevalentemente derivata.
È una differenza enorme.
Dossetti e il valore morale della rappresentanza
Giuseppe Dossetti concepiva la politica come servizio.
Non come carriera.
Non come gestione del potere.
Non come appartenenza correntizia.
La rappresentanza, nella visione dossettiana, era innanzitutto una responsabilità verso la comunità.
Per questo motivo la selezione della classe dirigente non può essere affidata esclusivamente alle segreterie.
La politica deve tornare a misurarsi con il giudizio popolare.
Le preferenze hanno proprio questa funzione.
Costringono il candidato a cercare consenso.
A costruire credibilità.
A confrontarsi con gli elettori.
A rendere conto delle proprie scelte.
In altre parole, lo costringono a fare politica.
Calamandrei e la partecipazione democratica
Piero Calamandrei ricordava che la libertà è come l’aria: ci si accorge del suo valore quando comincia a mancare.
Lo stesso vale per la partecipazione.
Per anni abbiamo considerato normale che i cittadini non scegliessero più i propri rappresentanti.
Abbiamo accettato che il voto si trasformasse progressivamente in una ratifica.
Abbiamo accettato che la selezione della classe dirigente avvenisse altrove.
Oggi vediamo le conseguenze di quella scelta.
L’astensionismo cresce.
La fiducia crolla.
La partecipazione diminuisce.
La politica si chiude in se stessa.
La democrazia non muore con un colpo di Stato.
Si svuota lentamente.
E il primo segnale del suo svuotamento è la rinuncia dei cittadini a partecipare.
Il richiamo della Corte Costituzionale
Coloro che considerano la questione delle preferenze una semplice disputa politica dimenticano un fatto fondamentale.
La stessa Corte Costituzionale è intervenuta più volte per richiamare il legislatore alla necessità di garantire il rapporto tra elettore ed eletto.
La storica sentenza n. 1 del 2014, che dichiarò parzialmente incostituzionale il cosiddetto Porcellum, rappresenta uno spartiacque nella storia repubblicana. La Consulta censurò infatti il sistema delle liste bloccate lunghe proprio perché impediva agli elettori di incidere realmente sulla scelta dei candidati.
La Corte evidenziò come l’assenza di preferenze, unita alle liste molto lunghe e alle pluricandidature, producesse una compressione eccessiva della libertà di voto e del rapporto di rappresentanza. In sostanza, il cittadino votava il partito ma non poteva scegliere chi sarebbe stato eletto.
La Consulta affermò un principio fondamentale: non esiste un modello costituzionalmente obbligato di sistema elettorale, ma esistono limiti invalicabili quando viene compromessa la rappresentatività democratica.
Ancora più significativa fu la sentenza n. 35 del 2017 sull’Italicum.
Anche in quel caso la Corte intervenne per impedire che meccanismi elettorali eccessivamente distorsivi alterassero il rapporto tra volontà popolare e rappresentanza parlamentare. Furono censurati il ballottaggio nazionale e alcuni meccanismi legati ai capilista bloccati pluricandidati, proprio perché rischiavano di trasferire una quota eccessiva del potere di scelta dagli elettori ai vertici dei partiti.
La Corte Costituzionale non ha mai imposto le preferenze.
Ma ha chiarito più volte che il legislatore non può spingersi fino al punto di annullare il rapporto diretto tra cittadino ed eletto.
Ed è esattamente ciò che è avvenuto negli anni della Repubblica dei nominati.
La tradizione parlamentare italiana
Chi teme le preferenze dimentica spesso che la migliore classe dirigente della Repubblica si è formata proprio all’interno di sistemi che prevedevano il consenso personale.
Da De Gasperi ad Aldo Moro.
Da Fanfani a La Malfa.
Da Berlinguer a Zaccagnini.
Da Spadolini ad Almirante.
Erano uomini politici costretti a confrontarsi con il territorio.
A raccogliere consenso.
A costruire autorevolezza.
Molti di loro ottenevano decine e talvolta centinaia di migliaia di preferenze.
Quelle preferenze non erano soltanto voti.
Erano fiducia.
Erano credibilità.
Erano legittimazione politica.
Erano il certificato di un rapporto autentico tra rappresentante e rappresentati.
Restituire sovranità agli elettori
Nel maggio del 2026 l’Italia si trova davanti a una scelta decisiva.
Può continuare lungo la strada della cooptazione.
Oppure può tornare a fidarsi dei cittadini.
Io credo che la seconda strada sia l’unica compatibile con lo spirito della Costituzione repubblicana.
Le preferenze non sono una panacea.
Non eliminano automaticamente il trasformismo.
Non cancellano il clientelismo.
Non risolvono tutti i problemi della politica italiana.
Ma restituiscono agli elettori ciò che appartiene loro.
La scelta.
La responsabilità.
La sovranità.
Se vogliamo ridurre l’astensionismo dobbiamo restituire significato al voto.
Se vogliamo migliorare la qualità della classe dirigente dobbiamo premiare il consenso e non la fedeltà.
Se vogliamo ricostruire il rapporto tra cittadini e istituzioni dobbiamo tornare alla rappresentanza autentica.
La vera domanda, in fondo, è una sola.
Abbiamo fiducia negli italiani?
Io sì.
E proprio per questo ritengo che sia arrivato il momento di restituire agli elettori il diritto di scegliere fino in fondo chi dovrà rappresentarli in Parlamento.
Perché una Repubblica fondata sui cittadini non può continuare a essere governata da una politica fondata sui nominati.
Luigi Einaudi insegnava che occorre «conoscere per deliberare». Oggi rischiamo di deliberare sempre meno e di conoscere sempre peggio. La politica estera la fa la NATO, la politica monetaria la BCE, la politica economica la scrivono vincoli e algoritmi, mentre molti politici passano da uno studio televisivo all’altro. Forse è proprio per questo che restituire agli italiani il diritto di scegliere i propri parlamentari non è soltanto una riforma elettorale. È un atto di igiene democratica.
