(AGENPARL) - Roma, 15 Febbraio 2026 - (AGENPARL) – Sun 15 February 2026 Piacenza, 15 febbraio 2026
*Oggetto: Eccidio di Ponte Cantone, anche Piacenza rende il proprio tributo
ai partigiani uccisi nella strage nazifascista*
La sindaca Katia Tarasconi ha partecipato, nel pomeriggio di sabato, alla
cerimonia di commemorazione dell’eccidio di Ponte Cantone, in ricordo dei
20 giovani partigiani – molti dei quali originari del Piacentino –
prelevati dal carcere di Parma e trucidati, all’alba del 14 febbraio 1945,
dalle truppe nazifasciste che ne abbandonarono i corpi nella neve come
monito per la popolazione.
Di seguito l’intervento che Tarasconi (accompagnata dagli agenti della
Polizia Locale con il Gonfalone), ha letto nell’occasione, portando il
proprio saluto dopo il primo cittadino di Sant’Ilario d’Enza Marcello
Moretti, seguita dalle allocuzioni di Fabio Spezzani, vice presidente
dell’Istituto Alcide Cervi e Anna Ferrari, presidente dell’Anpi di Reggio
Emilia.
*Il discorso della sindaca Tarasconi*
“Edda, voglio scriverti queste mie ultime, poche righe. Mi hanno condannato
alla morte… però uccidono il mio corpo, non l’idea che c’è in me”. Queste
sono le parole che Bruno Frittaion, 19 anni, dedicava alla sua fidanzata
mentre attendeva l’esecuzione nel carcere di Udine, prima di essere
fucilato con altri dieci partigiani come lui, il 1° febbraio del 1945,
contro il muro di un vicino cimitero, dove la gente del paese potesse
vedere, nell’eloquenza di quei corpi allineati, cosa sarebbe accaduto a chi
non si fosse piegato al nazifascismo.
Di lì a poco, in quel lungo inverno che anelava alla libertà come al
risveglio di una nuova stagione, lo stesso destino attendeva venti giovani
uomini tra i 17 e i 30 anni, nati e cresciuti nel cuore della pianura o tra
le colline di Parma e Piacenza. All’alba di San Valentino, nelle campagne
di Ponte Cantone, l’eco delle mitragliatrici annunciava il compiersi della
rappresaglia per l’attacco subito due giorni prima dalle truppe delle SS,
presentando il conto brutale per cui ogni soldato tedesco ucciso per mano
dei partigiani valeva la vita di dieci persone.
Furono gli abitanti di Calerno e Sant’Ilario, alla fine della guerra, a
restituire la pietà della coscienza civile e la dignità della memoria alle
salme vilipese e abbandonate nella neve, avviando una sottoscrizione e
prestando la loro opera volontariamente per erigere un monumento che
restasse per sempre, per le generazioni a venire, simbolo di riconoscenza e
consapevolezza. Proprio come lo è, con immutato sentire anche a 81 anni di
distanza dagli eventi che ricordiamo, la cerimonia odierna, cui sono
onorata di partecipare rappresentando la Città di Piacenza, Medaglia d’Oro
al Valor Militare per il tributo reso da tanti suoi figli al cammino
impervio della Resistenza.
Penso sempre, in occasioni come questa, che non esistano le parole giuste –
e quantomai necessarie – per esprimere l’enormità del sacrificio cui
rivolgiamo il nostro pensiero grato e commosso. Su ogni cippo partigiano,
come ebbe a dire Piero Calamandrei, è incisa la storia della nostra
democrazia, dell’Italia repubblicana e della Costituzione che ne sancisce i
fondamenti. Per questo, vorrei chiudere il mio intervento citando la poesia
impressa su una lapide ai Caduti nella lotta per la Liberazione: “Siamo i
vostri fratelli, figli di queste colline. Ci fu chiesta la vita. Avevamo
poco di più ma la demmo lo stesso. Perché voi poteste continuare a sperare
in un mondo più umano. Non offriteci solo preghiere ma la rabbia. Una
rabbia feroce contro chiunque voglia mettere di nuovo l’uomo contro
l’uomo”. Quella rabbia, per me, è la capacità di indignarsi di fronte alle
ingiustizie, il non restare mai indifferenti alla sofferenza altrui, la
volontà di impegnarsi nel nome del bene comune, di guardare sempre oltre il
proprio interesse per difendere un ideale più grande. Nel nome delle
vittime dell’eccidio di Ponte Cantone e di tutte le donne e gli uomini il
cui coraggio ci ha fatto il dono incommensurabile della libertà. E di una
pace in cui, per ogni popolo che ancora oggi subisce la devastazione della
guerra, vogliamo continuare a credere.
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