(AGENPARL) - Roma, 21 Gennaio 2026 - (AGENPARL) – Wed 21 January 2026 Svelata l’origine delle misteriose vagabonde blu:
nascono dall’evoluzione di sistemi stellari binari
La genesi di questa particolare classe di stelle era alla base di una controversia aperta
da decenni: un gruppo di ricerca guidato da studiosi dell’Università di Bologna e
dell’INAF ha trovato ora una soluzione concentrandosi sul ruolo dell’ambiente
L’ambiente conta sempre, anche nello spazio profondo. Tanto da decidere, tra tutte,
quali stelle possono sopravvivere ed evolvere. Una vera e propria “ecologia stellare”
che si è rivelata l’elemento chiave per risolvere la controversia aperta da decenni
sull’origine di questa misteriosa classe di stelle, le cosiddette vagabonde blu (blue
straggler stars). A riuscirci è stato un gruppo di ricerca guidato da studiosi
dell’Università di Bologna e dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), con un’indagine
pubblicata su Nature Communications.
Scoperte per la prima volta nel 1953, le vagabonde blu
sono stelle molto particolari.
Appaiono infatti più luminose
e quindi apparentemente più giovani
rispetto alle
loro vicine. Questo elemento ha animato per oltre settant’anni un dibattito sulla loro
origine, con due ipotesi contrastanti. Da un lato, l’idea che le vagabonde blu potessero
nascere da collisioni dirette tra due o più stelle e dall’altro la possibilità che fossero
l’esito dell’evoluzione di sistemi stellari binari.
Per cercare una risposta definitiva, gli studiosi hanno sfruttato i dati emersi da
un’imponente campagna osservativa condotta con il telescopio spaziale Hubble, che ha
permesso di analizzare in ultravioletto 48 ammassi stellari della Via Lattea. Grazie a
queste osservazioni, è stato possibile compilare il più vasto e completo campione di
vagabonde blu mai assemblato: oltre 3.400 stelle.
“La nostra analisi mostra come le vagabonde blu siano il prodotto naturale
dell’evoluzione di sistemi binari che riescono a vivere abbastanza a lungo”, spiega
Francesco Ferraro, professore ordinario al Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto
Righi” dell’Università di Bologna, associato INAF e primo autore dello studio. “Il quadro
che ne deriva è chiaro: l’ambiente decide quali stelle possono sopravvivere ed evolvere,
e le vagabonde blu sono le testimoni di questi processi”.
“Questo straordinario set di dati copre praticamente l’intero spettro delle condizioni
ambientali possibili negli ammassi stellari: da regioni estremamente rarefatte a zone
densissime di stelle”, spiega Barbara Lanzoni, professoressa nello stesso dipartimento,
associata INAF e coautrice della ricerca. “Una varietà che ci ha permesso di osservare
in modo diretto come l’ambiente sia in grado di alterare l’evoluzione stellare”.
Contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, infatti, gli studiosi hanno notato che il
numero di vagabonde blu non aumenta con l’aumentare della densità stellare, ma al
contrario diminuisce. Tanto che negli ambienti meno affollati, dove le collisioni stellari
sono più rare, le vagabonde blu sono più numerose.
“Questi risultati sono stati una vera sorpresa”, conferma Ferraro. “E ancora più
significativo è il fatto che lo stesso andamento si osserva per i sistemi binari: negli
ammassi molto densi, le binarie tendono ad essere distrutte dalle interazioni
gravitazionali, mentre in quelli più tranquilli sopravvivono e possono evolvere, fino a
diventare vagabonde blu”.
“Finalmente, dopo decenni di ipotesi e controversie sull’origine di queste enigmatiche
stelle, è stata proprio l’osservazione attenta dell’ambiente a offrire la soluzione”,
conclude Emanuele Dalessandro dell’INAF – Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello
Spazio di Bologna, anch’egli coautore dello studio.
Un risultato che – sottolineano gli studiosi – rafforza un’idea più generale e profonda:
gli stessi fenomeni che regolano la vita sulla Terra operano anche nello spazio profondo.
Un’ulteriore dimostrazione che l’Universo, per quanto vasto e remoto, non è poi così
diverso da noi.
Didascalia figura:
Immagini di due ammassi globulari agli estremi dell’intervallo di densità coperto dal
campione analizzato: NGC5466, il meno denso, a sinistra, e NGC6681, l’ammasso più
concentrato, a destra (credit: ESA/Hubble)
Didascalia foto:
I membri del team Università di Bologna – INAF: da sinistra, Francesco Ferraro (UniboINAF), Cristina Pallanca (Unibo-INAF), Mario Cadelano (Unibo-INAF), Barbara Lanzoni
(Unibo-INAF), Emanuele Dalessandro (INAF).
Ufficio Stampa Università di Bologna
Via Zamboni 33 – 40126 Bologna
Ufficio Stampa INAF
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