
(AGENPARL) – gio 17 novembre 2022 COMUNICATO STAMPA
REDAZIONE CULTURA E SPETTACOLO
FESTIVAL INTERNAZIONALE “PIANO
SOLO”
XIV edizione
Salerno, Palazzo di Città
18 novembre -1 dicembre 2022
Salone dei Marmi
Salerno, Palazzo di Città, giovedì 23 novembre ore 19 – Ingresso Libero
L’Europa pianistica nei tre appuntamenti del Piano Solo Festival
Al via la XIV edizione, che ritorna nella cornice abituale del Salone dei Marmi di Palazzo di
Città organizzata da Paolo Francese e Sara Cianciullo. Tre gli appuntamenti a partire dal 18
novembre, con Sandro De Palma, Andreas Frolich e Albert Mamriev
Non sappiamo se davvero il pianoforte riassuma in sé tutta l’arte universale, come
voleva Franz Liszt. Sappiamo e, non è poco, che il pianoforte racchiude la sintesi
della musica occidentale, oltre che di una cospicua fetta di quella afroamericana.
Ottantotto i tasti, che sono il medium -anche in senso magico/misterico- del viaggio
che la musica ha intrapreso in Europa. Il gioco delle voci, secondo le regole della
Associazione Musicale PIANOSOLO
scala temperata e dell’armonia, in cui si risente un percorso che va dal gregoriano alla
polifonia cinquecentesca, alle regole di Lully, e Johan Sebastian Bach, fino alla
decostruzione melodica, armonica e timbrica del ‘900. La dinamica, nel tocco offre
all’oggetto un fascino un po’ selvaggio: “Il pianoforte è un mostro che strilla quando
tocchi i suoi denti” diceva Segovia, chitarrista intimorito, dal demone. La mise “da
sera” di un gran coda, snella e scura col sorriso d’avorio dei tasti, che raccoglie
mondanità e distacco. La casa comunale da oltre un decennio ha deciso di aprire il
suo “cuore” a questo strumento, grazie alla visione e al fine sentire musicale dei
pianisti Paolo Francese e Sara Cianciullo, i quali insieme ad Ermanno Guerra,
hanno donato alla cittadinanza ben tredici edizioni del Piano Solo Festival, e si
avviano a varare la XIV, un percorso che ha salutato partecipazioni prestigiose, prime
esecuzioni, attenzione alle giovani promesse, incisioni, tra i marmi della storica sala.
L’inaugurazione del cartellone, che si avvale dell’esperienza della storica
ditta “Alberto Napolitano”, e il supporto promozionale della Scabec, fissata
per venerdì 18 novembre alle ore 19, è stata affidata al magistero italiano di uno
degli eredi della scuola di Vincenzo Vitale, Sandro De Palma, il quale ha avuto, poi
tra i suoi maestri, Nikita Magaloff, Piero Rattalino e Alice Kezeradze-Pogorelich. Al
pubblico di Piano Solo dedicherà i Drei Klavierstücke D.946 di Franz Schubert, ove
compare marginalmente, l’aspetto Biedermaier dell’opera pianistica di Schubert, cioè
il momento del tentativo di un rapporto positivo con la società che lo circonda e che
fa dire all’Einstein, che il primo è un pezzo «alla francese», soprattutto a causa della
parte centrale, «Romanza nel tipico stile di Kreutzer o di Rode», il secondo «una
Cavatina Veneziana un po’ languida, nello stile tipicamente all’italiana», e il terzo è
«all’ongarese». A seguire, la Sonata in re minore op. 31 n. 2 (La tempesta) di Ludwig
Van Beethoven, Secondo l’ allievo e amico Anton Schindler, quando gli venne
chiesto quale fosse il significato di questa Sonata, Beethoven avrebbe risposto:
«Leggete La tempesta di Shakespeare», un’ottima risposta, proprio perché è vaga e
non è di grande aiuto per chi vuole assolutamente trovare un “significato”
extramusicale a questa Sonata. La tonalità è la stessa di quella che Mozart aveva
usato nel Concerto per pianoforte e orchestra K 466, una delle sue opere più oscure e
demoniache, e che Beethoven impiegò molto raramente, e solo in composizioni di
particolare rilevanza, quali questa Sonata e la Nona Sinfonia. Seconda parte della
serata interamente dedicata a Fryderyk Chopin, con due notturni op.27, effusione
dell’animo priva di qualsivoglia impennata razionale, secondo l’arte, appresa dagli
operisti italiani, di cesellare ed abbellire la melodia, tre studi dall’opera 25 pagine
chiave nella storia dell’evoluzione del linguaggio pianistico, la difficoltà tecnica e lo
sforzo e la fatica necessari al suo superamento diventano manifestazione esteriore di
una tensione e una sofferenza interiori, ma al di là della tecnica e del virtuosismo
puri, questi pagine si rivelano, anche grazie a diteggiature spesso ardite e sempre
originali, straordinari saggi di ricerca sul timbro. Finale con lo Scherzo n.1 in si
minore op.20, in cui all’idea di «levità», di gioco e sorriso che, pure, è insita nel
termine stesso, il compositore polacco s’abbandona alla réverie dolente o nostalgica o
alla fosca visione drammatica. Giovedì 24 novembre, sarà di scena, invece, il
magistero tedesco di Andreas Frolich, il quale principierà il suo récital con due
Fantasie di Wolfgang Amadeus Mozart, quella in Do Minore KV 475 e quella in re
Minore KV 397, così ricche in arditi cromatismi, in reiterati, quanto repentini
mutamenti di tonalità, di movimento, di valori espressivi, di cesure e pause
inaspettate, di rotture ed elisioni, di estrosi slanci e di drammatiche cadute. Si può
dire che queste «Fantasie», graficamente fissate e dunque meditate, almeno nella
misura inerente alla loro formulazione per iscritto, appaiono assai più libere, più
«improvvisate» delle vere e proprie improvvisazioni estemporanee in cui Mozart
eccelleva e che egli stesso non scrisse ma di cui tuttavia ci possiamo fare un’idea
attraverso qualche annotazione che ci è pervenuta. Nelle improvvisazioni veramente
spontanee, il compositore, trovato un tema, lo volta e lo rivolta da tutte le parti, e non
lo abbandona prima di essere certo d’aver avuto un’altra idea da svolgere. Tra le due
Fantasie verrà eseguita la Sonata in Fa maggiore KV332, la quarta delle Parigine, in
cui si abbandona alle dinamiche del fortepiano. Il movimento d’apertura è proprio una
di quelle magiche pagine mozartiane caratterizzata, pur nella sua concisione, da una
stupefacente ricchezza di materiale musicale che ad altri sarebbe bastata, forse, per
almeno tre primi tempi di sonata. Dopo la delicata e poetica pausa dell’Adagio, la
Sonata si conclude gioiosamente con un irresistibile e brillante Assai Allegro.
Seguiranno, poi quattro trascrizioni da Johann Sebastian Bach di Wilhelm Kempff,
Ferruccio Busoni, Myra Hess e Alexander Siloti, una riflessione suggerita dalle
numerose relazioni e influenze che la musica ha avuto nell’opera del compositore
tedesco e che Bach ha avuto sulla musica a venire, un percorso affascinante che
conferma la statura di questo compositore che in tutte le trasposizioni rimane sempre
il sommo Bach. Largo spazio dedicato a Fryderyk Chopin con la Polonaise op. 26 n.
1, il Notturno opera postuma Valse op.34 n.1 e 3, Notturno op.15 n.1, al suo
linguaggio musicale, con cui tradusse le sue passioni umane e politiche, il desiderio
di libertà per la sua Polonia, la sua malinconia e i propri fantasmi interiori, prima di
congedarsi con ancora due trascrizioni, stavolta di Max Reger con due Lieder di
Richard Strauss, pagine che evocano a volte quasi Wagner, dai colori ancora più
vividi, Allerseelen op.10 n. 8 e Morgen op.27 n. 4. Chiusura del festival giovedì 1
dicembre, con Albert Mamriev, in rappresentanza della grande scuola pianistica
russa, il quale dedicherà il concerto a due autori, Ludwig Van Beethoven e Franz
Liszt. Il pianista ci calerà nella grande innovazione del tardo sonatismo di Beethoven,
che consiste nell’enorme apertura del ventaglio timbrico del pianoforte, con le sonate
n°30 op.109 e n°31 op.110. Qui, l’abbandono dell’architettura tematica svincola
completamente la scrittura pianistica: a volte questa si diversifica a “zone”, più
espanse o contratte in base allo sviluppo musicale, seguendo una sorta di simmetria
intima, analogica, “sperimentale”. Altre volte vengono recuperati procedimenti più
tradizionali e consacrati come il contrappunto, il fugato o il tema con variazioni,
perlopiù, però, rimodernati da una nuova sensibilità sintattica o da un gusto melodico,
che sembra già risentire di Schubert e Bellini o presagire Chopin. Soprattutto il
procedimento della variazione viene elaborato fino a limiti forse insuperabili. Detto in
una formula, Beethoven si lascia alle spalle l’idea di una variazione ornamentale per
realizzarne una parametrica. Il tema non viene solo alterato, complicato, infiorettato,
ma nientemeno che abbandonato, conservando soltanto una sorta di ossatura
funzionale. Chiusura con le celeberrime parafrasi di Franz Liszt da Richard Wagner,
dal Parsifal, Feierlicher Marsch, dal Fliegender Holländer, Ballade, dal Tannhäuser,
O du mein holder Abendstern, dal Tristan & Isolde, Isoldes Liebestod e dal Rienzi,
Santo Spirito Cavaliere. Il loro corpus rappresenta uno dei vertici del pianismo tout
court e, come tale, hanno addirittura guadagnato fascino nel tempo. La parafrasi ha
numerosi volti e si presenta in modo insistente nel corso del XX secolo, nella misura
in cui le idee originali si sono gradualmente inaridite e si è ricorso sempre più spesso
alla creazione, per dirla con George Steiner, “secondaria”. Liszt interpreta (nel senso
etimologico) il testo e a sua volta l’esecutore deve interpretare la sua interpretazione.
È un’operazione al quadrato, che coglierà Richard Wagner attraverso Liszt, ma forse,
ancor più, Liszt attraverso Wagner.


