(AGENPARL) - Roma, 8 Luglio 2022 - (AGENPARL) – ven 08 luglio 2022 Strategic Alliance of Catholic Research Universities
Riflessioni sulla Giornata mondiale della popolazione
La Giornata mondiale della popolazione è alle porte: le Nazioni Unite la celebreranno lunedì 11 luglio. Gli esperti della Strategic Alliance of Catholic Research Universities hanno fornito alcuni spunti di riflessione sull’argomento, esaminando le sfide demografiche, la questione migratoria e le persistenti disuguaglianze.
La Giornata mondiale della popolazione fu istituita dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) nel 1989 e approvata ufficialmente dall’Assemblea Generale con la risoluzione 45/216 del 1990. La ricorrenza, che trae origine dall’entusiasmo con cui l’opinione pubblica festeggiò il traguardo di 5 miliardi di persone sulla terra nel 1987, offre l’occasione per riflettere sulle sfide che riguardano la popolazione mondiale. Ad oggi il mondo è popolato da oltre 8 miliardi di persone, e le stime prevedono un aumento a 10 miliardi nel 2050 e a 11 nel 2100. L’andamento di questo trend porta con sé rischi e opportunità divergenti per i diversi continenti, che presentano dinamiche differenti al loro interno. L’Europa è alle prese con un declino demografico, consistente in un aumento delle fasce più anziane della popolazione e una generale diminuzione dei giovani e delle persone in età lavorativa. Al contrario, l’Africa è il continente in cui si verificherà più della metà della crescita complessiva da qui al 2050. In Asia, invece, la Cina e l’India detengono saldamente il primato dei Paesi più popolosi.
Quali sono i fattori che condizionano la crescita o il declino demografico? Che tipo di conseguenze economiche, sociali e geopolitiche ne derivano? Questi sono alcuni dei quesiti analizzati dagli esperti della Strategic Alliance of Catholic Research Universities (SACRU). SACRU è un network composto da otto università cattoliche di quattro continenti diversi. I contributi rappresentano le opinioni personali dei singoli accademici e non sono da intendersi come le posizioni ufficiali di SACRU e delle sue università partner.
Università Cattolica del Sacro Cuore (Italia)
Scritto da Alessandro Rosina, professore ordinario di demografia e statistica sociale
Le sfide demografiche del XXI secolo
La popolazione mondiale ha raggiunto la soglia degli 8 miliardi di abitanti. La fase di crescita più intensa si è realizzata nel secolo scorso come conseguenza della diminuzione della mortalità rispetto agli elevati rischi del passato. Nel secolo attuale la crescita prosegue ma in modo decelerato per la progressiva riduzione della fecondità. La maggioranza dei paesi del mondo si trova oggi sotto il livello di equilibrio generazionale (che corrisponde a circa 2 figli per donna). Alcuni continenti, come l’Europa, sono scesi così in basso (attorno a 1,5) da aver esaurito del tutto la possibilità di crescere. Se, quindi, la popolazione mondiale continua ad aumentare è soprattutto per una spinta inerziale dovuta alla struttura per età ancora sbilanciata verso le età più giovani. La situazione è analoga a quella di un’auto che continua per un po’ la sua corsa anche dopo aver sollevato del tutto il piede dall’acceleratore. In particolare, la crescita demografica è legata strettamente alle dinamiche dell’Africa sub-sahariana che va quindi aiutata a completare la propria transizione demografica in coerenza con favorevoli condizioni di uno sviluppo sostenibile.
Più che l’incremento della popolazione in sé, ciò che caratterizza le sfide demografiche di questo secolo sono i ritmi differenziati, con un intreccio della dimensione geografica e della struttura per età. Questa crescita differenziata tende ad alimentare anche crescenti spostamenti dai paesi più poveri, con esuberanza di popolazione giovanile, ai paesi più ricchi, con rapporto generazionale sempre più sbilanciato verso le età anziane. Ma sempre più la mobilità internazionale risulta alimentata anche da fattori di instabilità sia di tipo climatico che politico, che portano a dover affrontare e gestire crisi umanitarie spesso impreviste. Un esempio è l’emergenza causata dal conflitto in Ucraina, che ha indotto all’interno all’Europa un esodo di profughi di entità inedita nel secondo dopoguerra.
Pontificia Universidad Católica de Chile (Cile)
Scritto da Rodrigo Figueroa, preside della Scuola di agricoltura e silvicoltura
Le sfide della sicurezza alimentare per una popolazione mondiale in aumento
Attualmente stiamo affrontando un’importante crisi socio-ambientale, che rivela chiaramente le interconnessioni dei sistemi agroalimentari globali, soprattutto in presenza di cambiamenti climatici, come siccità prolungate o gravi inondazioni a diverse latitudini. Lo scenario sopra descritto è aggravato dal confronto tra Russia e Ucraina, Paesi che rappresentano il 30% della produzione mondiale di grano e il 78% dell’olio di girasole. Inoltre, la Russia è anche un fornitore chiave di fertilizzanti a livello mondiale. Le preoccupazioni per la sicurezza alimentare emergono rapidamente ovunque, con situazioni critiche concentrate nei Paesi africani e mediorientali come Siria, Ciad, Congo, Madagascar, Yemen, Somalia e in alcune zone del continente americano (ad esempio, Venezuela); un fenomeno che la pandemia di Coronavirus ha esacerbato.
Occorre quindi promuovere un rapido adeguamento delle pratiche agricole per migliorare la “resilienza” dei sistemi agroalimentari. Ciò significa promuovere un “modello agroecologico intensificato”, tenendo presente la necessità di una maggiore quantità di raccolto per una popolazione più numerosa. Allo stesso modo, diventa fondamentale ridurre le perdite alimentari (in parole calcistiche… “migliorare la difesa”) associate alle diverse fasi (pre e post-raccolta) e ai parassiti (erbe infestanti, insetti, malattie) specifici di ogni sistema colturale.
Sicuramente i Paesi con grandi estensioni (Stati Uniti, Australia e Canada) aumenteranno la loro superficie agricola e ci saranno aumenti significativi dei prezzi globali. È quindi urgente affrontare la questione di chi sarà la popolazione con il maggior rischio alimentare in caso di aumenti sostenuti dei prezzi. La risposta è chiara: le persone più vulnerabili e più povere delle nostre comunità saranno quelle che soffriranno di più. Pertanto, dobbiamo rispondere all’appello sulla sicurezza alimentare sotto la luce di una “fraternità aperta”, come indicato in Fratelli Tutti. È lì che bisogna concentrarsi e impegnarsi.
Scritto da Rafael Sánchez, professore presso la Facoltà di storia, geografia e scienze politiche
Uno sforzo di solidarietà per accompagnare la crescita demografica
Quando l’11 luglio 1990 si celebrò la Giornata Mondiale della Popolazione, le persone erano più di 5,28 miliardi; trentadue anni dopo, coloro che commemorano questa data saranno 8 miliardi. Al di là delle cifre sorprendenti, dobbiamo riflettere sulle sfide che dovremo affrontare come Umanità, che richiederanno tutti i nostri sforzi, la nostra creatività e la nostra solidarietà. La crescita della popolazione si concentra in Asia e in Africa, che alla fine di questo secolo ospiteranno più dell’80% degli abitanti del mondo. Non dobbiamo dimenticare che questo aumento si verificherà in territori che attualmente presentano un grave deficit di alloggi adeguati, disuguaglianze nell’accesso a risorse come l’acqua potabile, l’elettricità e le fognature, scarsi investimenti nell’istruzione e nelle infrastrutture igienico-sanitarie, nonché alti livelli di lavoro precario e ambienti deteriorati. Va inoltre considerato che, parallelamente alla crescita demografica, si assisterà a un intenso processo di urbanizzazione, che comporterà la concentrazione della popolazione nelle grandi città, esponendo milioni di persone agli effetti dei rischi estremi generati dal cambiamento climatico.
L’aumento delle disuguaglianze sociali, economiche e territoriali spingerà ampi contingenti di popolazione a migrare verso nuove regioni in cerca di opportunità di lavoro e di una migliore aspettativa di vita, mettendo sotto pressione i sistemi sociali dei Paesi di accoglienza. L’aumento previsto dei consumi energetici, idrici e alimentari genererà pressioni significative sui fragili ecosistemi, aumentando la probabilità di conflitti armati per il controllo delle risorse, la ricerca di nuove terre coltivabili a scapito delle aree protette, l’uso di combustibili fossili e alti livelli di emissioni di gas serra. In altre parole, l’intero pianeta subirà le conseguenze della crescita demografica. Alla luce di quanto detto, è necessario considerare che la crescita demografica non è e non è mai stata un problema esclusivo di alcuni Paesi, ma piuttosto una sfida globale che richiede necessariamente gli sforzi congiunti della collaborazione e della generosità di tutti. È urgente cercare strategie nuove e innovative per contribuire ad adattarsi agli effetti della crescita demografica, generando piani integrati di sviluppo economico e territoriale che non considerino i problemi in maniera unidimensionale o si concentrino solo su ciò che accade all’interno di un Paese o di una regione. Dovrebbero invece considerare la questione demografica in modo multidimensionale e i suoi effetti transnazionali. Ancora una volta, la nostra unione, reciprocità e fratellanza intesa come Umanità è la strada che dobbiamo seguire per raggiungere il benessere globale.
Universitat Ramon Llull (Spagna)
Scritto da Valeria Bello, professore associato della Facoltà Blanquerna di comunicazione e relazioni internazionali
La disuguaglianza è la sfida più grande per la popolazione mondiale
Con quasi 8 miliardi di esseri umani, il nostro globo è più popolato che mai. Nonostante sia anche più istruito rispetto al passato, con il suo 91% di abitanti alfabetizzati, la popolazione mondiale non sembra essere diventata più saggia. Oltre all’impatto ambientale negativo, è deplorevole che gli esseri umani non trattino meglio i propri simili. La disuguaglianza è in costante aumento, come hanno sottolineato le Nazioni Unite nei loro report. Il termine si riferisce allo svantaggio comparativo degli individui o alla completa privazione di diritti e benefici. Le sue diverse forme possono essere riassunte in due tipologie: disuguaglianze intergenerazionali e intragenerazionali. Il termine disuguaglianza intergenerazionale descrive i divari nel godimento dei diritti ambientali e socio-economici tra le diverse generazioni. Probabilmente, l’iniquità maggiore consiste nel fatto che le generazioni future vivranno su un pianeta molto più deteriorato di quello di cui hanno beneficiato le generazioni precedenti.
Il secondo concetto si riferisce invece a quelle disparità esistenti all’interno delle stesse generazioni tra individui diversi a causa del genere, delle classi sociali, della razza, della cultura, dell’etnia, della religione o del Paese di origine. Quasi tutte queste disuguaglianze derivano dall’attività umana, con la sua serie di dominazioni, privilegi e pregiudizi. La storia coloniale e le discriminazioni razziali, culturali e di genere, passate e attuali, e la conseguente esclusione da una partecipazione paritaria alla vita politica, sociale, culturale ed economica, sono tra le cause principali. Tali disuguaglianze sono spesso alla base della necessità di migrare per quelle persone che cercano altrove quella dignità negata loro all’interno dei confini nazionali. Anche la migrazione internazionale è cresciuta costantemente negli ultimi decenni. Tuttavia, sebbene l’attenzione pubblica verso le migrazioni e le tecniche di governance del controllo delle frontiere siano in costante aumento ovunque, le misure pubbliche per affrontare le disuguaglianze sono decisamente in ritardo, non cogliendo il nocciolo del problema. La speranza che l’istruzione di per sé avrebbe reso questo mondo più saggio si è rivelata tristemente sbagliata. Una maggiore alfabetizzazione da sola sembra irrilevante; è il tipo di educazione che le persone ricevono che può essere veramente importante. Il ruolo delle nuove generazioni e della loro mentalità è cruciale in questo problema. Il pianeta dovrà attendere la “Giornata della popolazione mondiale migliore”, che speriamo arrivi presto.
Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro (Brasile)
Scritto da Marcelo Motta, direttore del Centro interdisciplinare per l’Ambiente
Il modello di civiltà omogeneo o globalizzato è un rischio
In nessun altro momento dell’evoluzione del pianeta la popolazione umana è stata così numerosa. Le previsioni parlano di dieci miliardi di abitanti in tre decenni, e da questa constatazione nascono numerose riflessioni. La più toccante che colpisce la nostra condizione umana è: come, in che modo e con quanta qualità vivranno tutti questi esseri umani? Molti strati delle nostre convinzioni dovranno essere discussi e rivisti per riflettere su una risposta. Pensare che ci sia un solo modo di vivere e che la qualità della vita debba seguire i precetti della moderna civiltà occidentale è forse l’errore più grossolano che si possa fare. La diversità deve essere il miglior argomento contro questa visione. È impossibile usare la parola “umanità” per definire una popolazione umana omogenea sul pianeta o addirittura ridurla alla dimensione della specie “homo sapiens”. Siamo molto più complessi, diversi e quindi più ricchi di quanto le definizioni moderne possano far credere. Potremmo parlare di “umanità” o di società o di “genres de vie”, come definiti dal geografo LaBlache.
L’umanità è complessa e varia come gli stili di vita che la compongono. Non esiste un’omogeneità né un’unica formula di vita sul pianeta. Pensare all’omogeneità è ciò che propone il progetto moderno: organizzazioni internazionali, divisione in Stati nazionali, sistemi economici, forme di riproduzione sociale basate sulla produzione e sul commercio, ecc. Forse la preoccupazione maggiore che i numeri della crescita demografica suscitano riguarda il paradosso tra gli indubbi miglioramenti che la medicina ha portato e la profonda alterazione degli stili di vita in tutto il mondo verso condizioni di miseria, fame e povertà. Che cosa proponiamo come “umanità”? Chi è incluso in questo concetto? Tutti o coloro che condividono gli stili di vita della nostra cultura e coltivano gli stessi valori? In definitiva, stiamo discutendo di etica e di rispetto per i diversi modi di vivere e stiamo mettendo in discussione il nostro modello di civiltà. Dovremmo chiederci se, nel momento stesso in cui proponiamo una migliore qualità di vita a tutti, non stiamo lasciando una grande parte della società fuori da queste condizioni desiderate. Perché, in sintesi, proponiamo e pratichiamo un modello di civiltà escludente e questa preoccupazione per la crescita della popolazione non è una vera preoccupazione per la popolazione, ma per il mantenimento del modello di civiltà.
Boston College (Stati Uniti d’America))
Scritto da Alejandro Olayo-Méndez, S.J., ricercatore alla School of Social Work
La mobilità ripartirà in un contesto di restrizioni e xenofobia
La migrazione non è un fenomeno nuovo. Nel corso della storia umana, le persone si sono trasferite in altri luoghi per molteplici ragioni. La decisione di migrare è spesso articolata e non basata su un unico motivo. A volte ci si sposta per motivi di lavoro, famiglia e studio. Altre volte, le persone lasciano i loro Paesi per motivi impellenti e comprensibili, come la fame, la mancanza di opportunità di guadagno dignitoso, la violenza sociale o gli shock climatici. La maggior parte delle persone si sposta all’interno del proprio Paese. Coloro che si spostano a livello internazionale spesso lo fanno verso Paesi o regioni limitrofe. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) stima che nel 2020 ci fossero circa 281 milioni di migranti internazionali nel mondo, pari al 3,6% della popolazione globale. Ciò significa che la maggior parte delle persone continua a vivere nei Paesi in cui è nata (solo una persona su 30 è migrante).
Il numero stimato di migranti internazionali è aumentato negli ultimi cinque decenni. La stima di 281 milioni nel 2020 rappresenta un incremento di 128 milioni rispetto al 1990 e di oltre tre volte il numero stimato nel 1970. Al tempo stesso, la popolazione mondiale è quasi raddoppiata dal 1970 al 2020. Pertanto, mentre la popolazione mondiale continua a crescere, la mobilità umana accompagnerà tale crescita. Il ruolo dei mercati del lavoro e le restrizioni saranno due dinamiche che influenzeranno questa crescita.
Il previsto calo demografico nel Nord del mondo implica che i mercati del lavoro potrebbero offrire opportunità, soprattutto nei settori dei servizi e del lavoro manuale. I nuovi immigrati spesso occupano questi settori. Nel 2020, i principali Paesi di destinazione sono stati gli Stati Uniti d’America, la Germania, l’Arabia Saudita, la Federazione Russa e il Regno Unito. Tuttavia, i Paesi di maggiore emigrazione non si trovano nella fascia più bassa dell’Indice di sviluppo, ma sono generalmente Paesi a medio reddito. Ciò dimostra che intraprendere viaggi migratori richiede risorse per viaggiare e per accedere ai canali regolari di migrazione. Pertanto, con la crescita della popolazione mondiale, i mercati del lavoro solidi continueranno ad attrarre migranti. La sfida riguarderà le condizioni e le strutture in cui i lavoratori migranti occuperanno questi posti vacanti.
La pandemia COVID-19 non ha comportato solo una crisi sanitaria globale, ma anche cambiamenti e limitazioni alla libertà di movimento delle persone in tutto il mondo, con un impatto massiccio sulla mobilità a livello globale. Mentre i Paesi iniziano a riaprire, le restrizioni sono rimaste in vigore e l’accesso ai visti o ai mezzi regolari per migrare continua a variare e a favorire il movimento dei cosiddetti migranti altamente qualificati. L’insorgere di sentimenti nazionalisti ha creato ambienti ostili e favorito maggiori restrizioni all’ingresso regolare nei Paesi di destinazione. Ciononostante, i migranti continuano ad arrivare nei Paesi di destinazione attraverso canali regolari e irregolari. Queste tendenze renderanno le società più diversificate, ma la sfida sarà il modo in cui le popolazioni migranti si integreranno nei nuovi Paesi.
Il World Migration Report 2022, pubblicato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, offre informazioni più approfondite per comprendere il rapporto e le sfide tra mobilità umana e crescita demografica.
Sophia University (Giappone)
Scritto da Yuka Minagawa, professore associato di sociologia
Invecchiamento della popolazione e lezioni dal Giappone
Negli ultimi decenni si sono verificate in tutto il mondo riduzioni sostanziali della mortalità, come testimoniano i miglioramenti dell’aspettativa di vita (LE). La LE totale alla nascita è aumentata a livello globale da 64,2 a 72,6 anni tra il 1990 e il 2019 (Nazioni Unite, 2019). Alimentata dalla riduzione della fertilità, la popolazione mondiale over 65 anni sta crescendo rapidamente, un fenomeno noto come invecchiamento della popolazione. Secondo le Nazioni Unite, nel 2050 il 15,9% della popolazione mondiale avrà più di 65 anni, rispetto al 9,1% del 2019. L’aumento della longevità e delle dimensioni della popolazione anziana ha reso fondamentale valutare non solo quanto si prevede di vivere, ma anche come vengono vissuti questi anni di vita in più. Il Giappone è in testa al mondo per quanto riguarda la velocità di invecchiamento della popolazione. La percentuale di popolazione di 65 anni e più è passata dal 7% al 14% in 24 anni, rispetto ai 115 anni della Francia, ai 72 degli Stati Uniti e ai 40 della Germania. Nel 2021, il 28,9% della popolazione giapponese aveva più di 65 anni e si prevede che raggiungerà il 38,4% nel 2065 (Cabinet Office of Japan, 2021). Il ritmo dell’invecchiamento della popolazione è stato ulteriormente accelerato dalla riduzione del tasso di fertilità totale (TFR), da tempo al di sotto del livello di sostituzione e pari a 1,33 nel 2020 (Cabinet Office of Japan, 2021).
Con un basso tasso di fertilità e un basso tasso di mortalità, il governo giapponese si è concentrato sul mantenimento del benessere fisico, psicologico e sociale degli individui più anziani, promuovendo l’idea di un invecchiamento di successo. Il benessere della popolazione anziana è direttamente correlato alla politica sociale in Giappone, comprese le pensioni e le spese per l’assistenza futura. Diversi programmi e misure a livello governativo e non governativo sono mirati a promuovere il benessere degli anziani, come l’introduzione della polizza assicurativa per l’assistenza a lungo termine (LTCI) nel 2000, l’offerta di opportunità di lavoro dopo il pensionamento attraverso i Centri per le risorse umane d’argento (SHRC) e lo sviluppo di club per anziani a livello nazionale. Queste iniziative mirano ad aiutare gli adulti più anziani a rimanere socialmente coinvolti, e ci sono forti evidenze dei benefici per la salute derivanti da una partecipazione sociale attiva in età avanzata.
Il mondo si trova ad affrontare diverse sfide demografiche e l’invecchiamento della popolazione è chiaramente una di queste. Si tratta di un fenomeno universale e il suo impatto è diventato sempre più evidente in tutte le dimensioni della nostra vita quotidiana. Mentre i Paesi più sviluppati hanno sperimentato il processo di invecchiamento relativamente presto, esso pone sfide significative per i Paesi in via di sviluppo, dove i governi sono meno preparati ad affrontare le esigenze delle loro popolazioni in rapido invecchiamento. È quindi essenziale sollecitare la cooperazione tra le agenzie di sviluppo e i donatori internazionali e fornire ai Paesi in via di sviluppo le conoscenze necessarie per affrontare il problema dell’invecchiamento della popolazione. Da questo punto di vista, le esperienze del Giappone offrono spunti preziosi al mondo per affrontare le sfide dell’invecchiamento della popolazione. La Giornata Mondiale della Popolazione ci ricorda i progressi raggiunti, le sfide che stiamo affrontando e i modi per affrontarle attraverso la collaborazione internazionale.

