(AGENPARL) - Roma, 1 Novembre 2026 - Abiy rafforza il legame con la Russia mentre il conflitto nel Tigray e la crisi con l’Eritrea restringono gli spazi della diplomazia. Dietro la promessa di una maggiore deterrenza si apre una partita che riguarda la sicurezza regionale, l’accesso al mare e la capacità del governo etiope di sostenere le proprie ambizioni.
L’Etiopia vuole rafforzare la propria posizione nel Corno d’Africa e guarda alla Russia per acquisire gli strumenti militari necessari. L’annuncio dei caccia Su-35 e della futura fornitura di quattro batterie antiaeree S-400, fatto dal primo ministro Abiy Ahmed durante la visita a Mosca del 28 ottobre, entra in una regione nella quale sicurezza interna, rapporti con i vicini e accesso alle rotte commerciali sono questioni sempre più intrecciate. Per Addis Abeba, disporre di maggiori capacità significa anche cercare di affrontare queste pressioni da una posizione di forza.
La lettura proposta dalle autorità etiopi è quella della deterrenza: prepararsi militarmente per scoraggiare aggressioni e proteggere la sovranità. È un obiettivo che Abiy ha rivendicato pubblicamente e che l’agenzia ENA ha posto al centro del proprio approfondimento del 1° novembre. Il problema politico comincia però dove finisce l’annuncio. Una capacità che un governo presenta come difensiva può essere percepita come una minaccia da un vicino, soprattutto quando i rapporti sono già compromessi e manca una fiducia sufficiente a rendere credibili le rassicurazioni.
È su questo terreno che va valutato l’accordo con Mosca. Il suo peso non dipenderà soltanto dal numero degli aerei, ma dal contesto in cui saranno schierati, dalle missioni che potranno svolgere e dal messaggio che accompagnerà il loro ingresso in servizio.
Il riarmo dentro una crisi aperta
L’Etiopia affronta una nuova fase di instabilità nel nord. Nel resoconto delle forniture russe, Reuters ricorda che un’offensiva ribelle nel Tigray ha riacceso il conflitto dopo la guerra del 2020-2022. La crisi si è accompagnata alla rottura dei rapporti con l’Eritrea: Addis Abeba accusa Asmara di sostenere i ribelli, mentre il governo eritreo respinge l’accusa.
Questa sovrapposizione tra conflitto interno e rivalità esterna rende il potenziamento militare particolarmente delicato. Per il governo etiope, rafforzare le forze armate può significare recuperare margini di sicurezza e capacità di iniziativa. Per i vicini, lo stesso processo può alimentare interrogativi sulle intenzioni di Addis Abeba. Il rischio è che la ricerca di protezione di una parte produca nuove contromisure dall’altra, rendendo più difficile proprio quella stabilizzazione che il riarmo dovrebbe favorire.
Non significa che una nuova guerra tra Stati sia inevitabile, né che i sistemi acquistati siano destinati a una specifica operazione. Significa che il loro valore politico nasce anche dall’incertezza su come potrebbero essere impiegati. In una regione attraversata dalla sfiducia, le capacità militari vengono osservate insieme alle dichiarazioni dei leader e alle dispute ancora aperte.
La questione del mare
Tra queste dispute pesa l’accesso alle rotte marittime. Come ricorda Anadolu, l’Etiopia è priva di sbocco sul mare dall’indipendenza eritrea del 1993 e Abiy ha ripetutamente descritto l’accesso marittimo come essenziale per gli interessi economici e di sicurezza del Paese.
I caccia non risolvono la dipendenza dai corridoi commerciali e una difesa antiaerea non apre un porto. Il loro significato riguarda piuttosto la posizione dalla quale Addis Abeba affronta il confronto regionale. Un governo che considera vulnerabili i propri collegamenti economici può cercare nel rafforzamento militare una garanzia supplementare; i Paesi vicini possono invece leggere quella scelta come un tentativo di aumentare il peso etiope nelle trattative.
La distinzione è importante perché impedisce di ridurre l’accordo a una questione di prestazioni degli armamenti. La sicurezza delle infrastrutture e delle rotte richiede intese politiche che nessuna piattaforma può sostituire. Il potenziamento militare può sostenere una strategia diplomatica, ma può anche complicarla se accresce il timore che le controversie vengano affrontate attraverso la pressione.
Mosca consolida un rapporto che va oltre le armi
La Russia trova in questa domanda di sicurezza uno spazio per rafforzare il proprio rapporto con Addis Abeba. La cooperazione militare crea legami destinati a durare: all’acquisto seguono addestramento, assistenza tecnica, manutenzione e approvvigionamento. Sono relazioni operative che possono sopravvivere alla singola consegna e conferire continuità alla presenza del fornitore.
L’intesa si inserisce inoltre in un’agenda più ampia. Il resoconto ufficiale del governo etiope indica che Abiy e Vladimir Putin hanno discusso anche di energia nucleare, sanità e commercio. Il vertice Russia-Africa ha offerto la cornice politica per presentare questo rapporto come una partnership estesa a settori strategici.
Per Mosca, l’Etiopia rappresenta quindi un interlocutore con il quale collegare sicurezza, tecnologia e cooperazione economica. Per Abiy, il rapporto russo offre strumenti per sostenere il rafforzamento dello Stato e delle forze armate. Le convenienze possono incontrarsi senza coincidere completamente: Addis Abeba cerca maggiori capacità e autonomia d’azione, mentre la continuità del supporto necessario agli equipaggiamenti mantiene rilevante il ruolo del partner esterno.
Questo è uno dei nodi della modernizzazione. Acquistare sistemi avanzati può ridurre alcune vulnerabilità militari, ma apre contemporaneamente esigenze di assistenza, risorse e competenze che devono essere sostenute nel tempo.
Tra l’annuncio e la forza disponibile
Anche per questo è necessario chiarire che cosa sia stato effettivamente consegnato. ENA ha riferito l’annuncio di Abiy secondo il quale l’Etiopia avrebbe ricevuto i primi dodici Su-35. Rosoboronexport ha invece confermato a Reuters un primo lotto di due velivoli.
La ricostruzione di Aviation Week parla a sua volta di due caccia su dodici previsti, consegnati il 28 ottobre all’aeroporto di Zhukovsky, vicino a Mosca. È una differenza sostanziale: un programma di acquisizione, una cerimonia di consegna e una flotta pienamente operativa descrivono momenti diversi del rafforzamento militare.
Per gli S-400 il passaggio resta ancora prospettico. Le quattro batterie sono annunciate come forniture future e le informazioni esaminate non consentono di considerarle già operative. Non sono stati divulgati il valore dell’accordo né le località di schieramento.
Il segnale politico è dunque già stato inviato, mentre la consistenza operativa del programma deve ancora emergere con maggiore chiarezza. Questa distanza conta anche per i governi della regione, chiamati a valutare sia le capacità disponibili sia quelle che Addis Abeba potrebbe acquisire nei prossimi anni.
La prova della sostenibilità
Il potenziamento si innesta su una struttura che utilizza già equipaggiamenti russi e sovietici. Janes ricorda l’arrivo di due Su-30 nel 2024, accanto ai Su-27, e il progressivo aggiornamento della difesa antiaerea. L’accordo attuale prosegue quindi una relazione tecnica esistente, ampliandone le ambizioni.
La continuità con sistemi già conosciuti non elimina però il problema delle risorse. Anche l’analisi di ENA riconosce che personale addestrato, manutenzione, logistica e comando e controllo saranno decisivi. La disponibilità dei mezzi nel tempo, più della loro presentazione pubblica, determinerà quanto il governo possa effettivamente contare su di essi.
Qui si misura la distanza tra prestigio e potenza sostenibile. Una piattaforma avanzata produce un risultato militare soltanto se può essere mantenuta, integrata e impiegata quando serve. Senza informazioni sui costi complessivi e sul supporto previsto, resta difficile valutare l’onere che accompagnerà le acquisizioni.
La partita politica aperta da Abiy riguarda quindi due risultati che non procedono necessariamente insieme: rendere l’Etiopia più forte e rendere il suo ambiente regionale più sicuro. Il primo dipende anche dalle consegne e dalla capacità di sostenerle. Il secondo richiede che il rafforzamento militare trovi una direzione politica capace di contenere le controversie, anziché moltiplicarle. È su questo rapporto tra forza e diplomazia che si misureranno le conseguenze dell’accordo con Mosca.
