(AGENPARL) - Roma, 29 Ottobre 2026 - Il governo di Osama Hamad, con sede a Bengasi, vieta l’accesso ai cittadini di Iran e Afghanistan e dispone l’espulsione di chi è privo di un permesso di soggiorno valido. La misura non proviene dal governo di unità nazionale di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale. A giugno erano già state introdotte restrizioni per quattro nazionalità africane.
Il governo della Libia orientale, guidato da Osama Hamad e sostenuto dal comandante militare Khalifa Haftar, ha vietato l’ingresso ai cittadini iraniani e afghani attraverso tutti i valichi terrestri, gli aeroporti e i porti sotto la propria autorità. La decisione, annunciata nella serata di mercoledì 28 ottobre, estende le restrizioni sull’accesso degli stranieri già adottate nei mesi scorsi dall’amministrazione di Bengasi.
Il provvedimento non è stato emanato dal governo di unità nazionale guidato da Abdulhamid Dbeibah, con sede a Tripoli e riconosciuto a livello internazionale. La distinzione è fondamentale: la Libia rimane divisa tra due amministrazioni rivali, con strutture politiche e apparati di sicurezza differenti. Di conseguenza, il divieto annunciato da Bengasi non può essere presentato come una decisione condivisa dalle autorità dell’intero Paese.
Secondo quanto riferito da Reuters, il governo orientale non ha fornito una motivazione ufficiale per la scelta di vietare l’ingresso ai cittadini di Iran e Afghanistan. La misura riguarda due nazionalità non africane e segue le restrizioni introdotte a giugno nei confronti dei cittadini di Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia.
Il provvedimento di Bengasi: divieto d’ingresso ed espulsioni
La decisione è contenuta nel decreto n. 166 del 2026, secondo quanto riportato dalla testata libica Al-Wasat. Il testo stabilisce il divieto di ingresso per i cittadini iraniani e afghani attraverso i punti di accesso terrestri, marittimi e aerei soggetti all’autorità dell’amministrazione orientale.
Il comunicato pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale del governo precisa che il ministero dell’Interno è incaricato di attuare il provvedimento. Allo stesso ministero spetta anche procedere all’espulsione dei cittadini iraniani e afghani che si trovino nei territori amministrati da Bengasi senza un permesso di soggiorno valido.
La misura riguarda dunque sia i nuovi ingressi sia la posizione amministrativa di persone già presenti nelle aree controllate dal governo orientale. Non equivale, tuttavia, a un ordine generalizzato di espulsione per tutti i cittadini delle due nazionalità: il testo distingue la situazione di chi dispone di un titolo di soggiorno regolare da quella di chi ne è privo.
Sono previste inoltre alcune eccezioni. Restano esclusi dal divieto i membri delle missioni diplomatiche e consolari accreditate e i loro familiari. Il provvedimento contempla anche deroghe per il personale impiegato nei settori sanitario e dell’istruzione, a condizione che sia in possesso delle necessarie autorizzazioni lavorative.
Non sono stati comunicati dati sul numero di cittadini iraniani e afghani che potrebbero essere interessati dalla decisione, né informazioni su eventuali operazioni di espulsione già avviate.
Due governi, due centri di potere: la divisione della Libia
Per comprendere la portata del provvedimento è necessario distinguere le autorità che esercitano il potere nelle diverse aree del Paese.
A Bengasi opera il governo guidato da Osama Hamad, sostenuto dal comandante Khalifa Haftar e dalle forze militari che controllano la Libia orientale e vaste aree del sud. È questa amministrazione ad aver adottato il nuovo divieto d’ingresso.
A Tripoli ha invece sede il governo di unità nazionale guidato da Abdulhamid Dbeibah, insediatosi nel 2021 attraverso un processo politico sostenuto dalle Nazioni Unite e riconosciuto a livello internazionale. Il governo di Tripoli non è l’autore del decreto annunciato il 28 ottobre.
La frattura istituzionale risale alla crisi politica e militare che ha attraversato la Libia dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011 e si è consolidata a partire dal 2014. Da allora, il Paese ha conosciuto governi rivali, conflitti tra formazioni armate e ripetuti tentativi di riunificazione delle istituzioni.
La divisione non riguarda soltanto le sedi governative. Incide anche sulla gestione dei confini, sul controllo dei territori, sull’applicazione delle norme e sulle competenze degli apparati di sicurezza.
Per questo il decreto di Bengasi va letto nel suo effettivo ambito di applicazione. L’amministrazione orientale può impartire disposizioni alle strutture che operano nei territori sotto il suo controllo, ma la decisione non costituisce automaticamente una politica uniforme applicata da tutte le autorità libiche.
Il riferimento a Haftar è rilevante per identificare l’area politico-militare che sostiene il governo di Hamad. Il decreto, però, è un atto dell’amministrazione orientale, non un provvedimento emanato personalmente dal comandante militare.
Le restrizioni di giugno per quattro Paesi africani
Il divieto nei confronti di iraniani e afghani non rappresenta il primo intervento dell’amministrazione di Bengasi sull’ingresso di cittadini stranieri.
Nel giugno 2026, il governo di Osama Hamad aveva già vietato l’accesso ai cittadini di Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia, come riportato da Agenparl il 25 giugno. All’epoca, la decisione era stata presentata come parte di una riorganizzazione delle procedure di ingresso degli stranieri in Libia.
Con il provvedimento del 28 ottobre, l’elenco delle nazionalità sottoposte a restrizioni si amplia dunque a Iran e Afghanistan.
L’estensione è significativa perché coinvolge due Paesi esterni al continente africano, ma il governo orientale non ha spiegato le ragioni specifiche della scelta. Non è stato quindi chiarito se il divieto risponda a valutazioni relative ai flussi migratori, alla sicurezza dei confini o ad altre considerazioni amministrative e politiche.
In assenza di una motivazione ufficiale, non vi sono elementi sufficienti per attribuire il provvedimento a particolari pressioni internazionali o collegarlo direttamente alle tensioni geopolitiche che coinvolgono l’Iran.
Il dato verificabile è l’ampliamento di una politica restrittiva già avviata dall’amministrazione orientale, accompagnata dall’attribuzione al ministero dell’Interno delle competenze per l’applicazione dei divieti e per le espulsioni previste.
La Libia e le rotte migratorie verso l’Europa
La decisione assume rilievo anche per la posizione della Libia lungo le rotte migratorie del Mediterraneo centrale.
Dopo la caduta del regime di Gheddafi nel 2011, il Paese è diventato uno dei principali territori di transito per migranti e rifugiati provenienti da diverse regioni dell’Africa e dell’Asia, molti dei quali cercano di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo.
La frammentazione delle autorità statali e il controllo di ampie aree da parte di differenti apparati politico-militari rendono particolarmente complessa la gestione dei movimenti transfrontalieri.
Secondo i dati delle Nazioni Unite citati da Reuters e raccolti nel giugno 2026, in Libia erano presenti oltre 900.000 migranti. Il dato descrive la dimensione complessiva della popolazione migrante nel Paese e non indica quante persone siano interessate dal nuovo divieto.
Le restrizioni adottate a Bengasi possono incidere sulle possibilità di ingresso e permanenza nei territori orientali, ma non è possibile stabilire, sulla base delle informazioni finora diffuse, quale sarà il loro effetto sui flussi migratori complessivi o sulle partenze verso l’Europa.
L’applicazione pratica del provvedimento dipenderà anche dai controlli effettuati nei punti di accesso e dalle modalità con cui il ministero dell’Interno orientale procederà alla verifica dei permessi di soggiorno.
La presenza di due amministrazioni rivali introduce inoltre un elemento di disomogeneità: una misura annunciata da Bengasi non coincide necessariamente con le procedure applicate a Tripoli e nelle aree sottoposte alle autorità occidentali.
Una decisione senza motivazione ufficiale
Il nuovo divieto arriva in una fase nella quale la Libia continua a confrontarsi con la frammentazione istituzionale, la gestione dei confini e il ruolo delle proprie autorità nei movimenti migratori regionali.
Il governo di Hamad ha scelto di ampliare le restrizioni già introdotte a giugno, aggiungendo due nazionalità a un elenco che comprendeva finora quattro Paesi africani. Ha previsto strumenti di applicazione affidati al ministero dell’Interno e ha stabilito eccezioni per specifiche categorie diplomatiche e professionali.
Resta però senza risposta la questione delle motivazioni. Il comunicato non indica ragioni di sicurezza, non cita specifici episodi che avrebbero determinato la decisione e non presenta una valutazione pubblica dei suoi possibili effetti.
La distinzione tra i due governi libici rimane quindi il punto essenziale per interpretare correttamente la notizia. È l’amministrazione orientale di Osama Hamad, sostenuta da Khalifa Haftar, ad aver disposto il divieto. Il governo di Abdulhamid Dbeibah a Tripoli non risulta aver adottato un provvedimento analogo nell’ambito di questa decisione.
Nei prossimi giorni sarà importante verificare le modalità concrete di applicazione del decreto, l’eventuale numero di persone coinvolte e se le autorità orientali forniranno ulteriori spiegazioni sulle ragioni che hanno portato all’esclusione dei cittadini iraniani e afghani.
