(AGENPARL) - Roma, 25 Ottobre 2026 - Il presidente americano presenta l’intesa di settembre come una conquista territoriale. Il documento firmato con Copenaghen e Nuuk amplia invece la presenza militare statunitense nell’Artico, riconoscendo la sovranità danese e il diritto dei groenlandesi all’autodeterminazione. L’accordo attende ancora il completamento dell’iter parlamentare.
La Groenlandia torna al centro del confronto politico internazionale dopo le dichiarazioni di Donald Trump, che durante un comizio elettorale in Georgia ha sostenuto che la Danimarca avrebbe consegnato l’isola agli Stati Uniti. «La Danimarca è stata fantastica. Ci ha dato la Groenlandia», ha affermato il presidente americano, presentando l’accordo raggiunto a settembre come una delle maggiori operazioni immobiliari della storia. Le parole, riportate il 25 ottobre dall’agenzia TASS e riprese anche dalla stampa scandinava, attribuiscono all’intesa un significato che il suo contenuto non conferma. Non c’è stata alcuna cessione territoriale: la Groenlandia rimane parte del Regno di Danimarca, con il proprio sistema di autogoverno, mentre Washington ha ottenuto un ampliamento delle possibilità di presenza militare e di cooperazione sulla sicurezza nell’Artico.
La dichiarazione arriva nella fase conclusiva della campagna per le elezioni congressuali americane del 3 novembre e consente a Trump di presentare ai propri sostenitori un risultato diplomatico come una conquista ottenuta senza sostenere il costo di un’acquisizione. Durante il comizio il presidente ha accostato la Groenlandia al Venezuela, sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero ottenuto entrambi «a costo zero». Il paragone risponde alla narrazione politica della Casa Bianca, ma mette insieme vicende di natura differente. Nel caso groenlandese esiste un accordo sottoscritto da tre governi, che disciplina la cooperazione militare e non trasferisce agli Stati Uniti poteri di governo sull’isola. La distanza tra il linguaggio utilizzato da Trump e il contenuto del documento costituisce il punto centrale della vicenda.
L’intesa è stata firmata il 22 settembre a New York dal presidente americano, dalla prima ministra danese Mette Frederiksen e dal primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen. Il testo integra l’accordo di difesa del 1951, sul quale si fonda da decenni la presenza militare statunitense in Groenlandia, e riafferma il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca. Riconosce inoltre il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione, un principio particolarmente importante per un territorio che dispone di ampie competenze autonome e nel quale il dibattito sull’eventuale indipendenza continua a occupare un posto centrale nella vita politica.
Sul piano operativo, il nuovo accordo consente agli Stati Uniti di ampliare le attività della base spaziale di Pituffik e prevede ulteriori aree di difesa a Narsarsuaq e Mestersvig. La realizzazione delle nuove installazioni richiederà intese sulle modalità concrete di utilizzo, mentre eventuali altre aree militari dovranno essere concordate tra le parti. Il documento rafforza anche le possibilità operative delle forze americane nelle acque e nello spazio aereo groenlandesi e introduce disposizioni sulla sicurezza degli investimenti strategici. L’obiettivo è impedire che Paesi considerati avversari dell’Alleanza Atlantica possano acquisire posizioni sensibili nell’isola attraverso infrastrutture, attività militari o investimenti commerciali.
La questione era già stata approfondita da Agenparl il 14 ottobre nell’articolo «Groenlandia, Trump rilancia le ambizioni americane nell’Artico: l’accordo con la Danimarca non basta», dedicato agli interessi strategici ed economici di Washington e ai limiti dell’intesa raggiunta con Copenaghen e Nuuk. Le nuove dichiarazioni del presidente americano rappresentano un ulteriore sviluppo politico di quella vicenda: Trump non si limita più a sottolineare i vantaggi militari ottenuti, ma descrive pubblicamente il risultato come se la Groenlandia fosse ormai passata sotto il controllo degli Stati Uniti. È una rappresentazione che non trova riscontro nelle disposizioni dell’accordo.
Il valore strategico dell’isola spiega perché Washington attribuisca tanta importanza al rafforzamento della propria presenza. La Groenlandia occupa una posizione geografica essenziale tra il Nord America e l’Europa e ospita installazioni utilizzate per la sorveglianza aerospaziale e la difesa missilistica. Il suo territorio permette di monitorare un’area settentrionale rilevante per la sicurezza del continente americano e per i collegamenti attraverso l’Atlantico. In questo quadro, l’ampliamento delle infrastrutture e delle attività militari offre agli Stati Uniti vantaggi concreti senza richiedere un cambiamento dei confini o dello status politico dell’isola. L’interesse di Washington riguarda quindi soprattutto la capacità di operare in una regione nella quale sicurezza, navigazione e competizione strategica sono sempre più strettamente collegate.
La prospettiva groenlandese, tuttavia, non coincide necessariamente con quella americana. Il governo di Nuuk ha presentato la firma come un riconoscimento del ruolo dell’isola nelle decisioni che riguardano la sicurezza artica. Jens-Frederik Nielsen ha sottolineato che non si tratta semplicemente di un accordo sulla Groenlandia, ma di un’intesa alla quale la Groenlandia ha partecipato direttamente. Il coinvolgimento delle istituzioni locali costituisce un elemento politicamente significativo, soprattutto alla luce delle precedenti tensioni con Washington sulle ambizioni territoriali manifestate da Trump. Per Nuuk, ottenere garanzie sull’autodeterminazione e partecipare alla definizione delle condizioni militari rappresenta una parte essenziale del compromesso raggiunto.
Il confronto interno dimostra però che l’accordo non è considerato privo di conseguenze problematiche. L’emittente pubblica groenlandese KNR ha documentato le discussioni parlamentari e le riserve espresse dall’opposizione, in particolare dal partito Naleraq. Una delle questioni più controverse riguarda l’assenza di un corrispettivo economico fisso per i diritti concessi agli Stati Uniti. Il governo ha respinto questa impostazione, sostenendo che la sicurezza non debba essere trattata come una transazione commerciale e che il documento offra comunque opportunità alle imprese groenlandesi attraverso i contratti relativi alle installazioni militari. È un confronto che mette in evidenza due esigenze diverse: ottenere una protezione adeguata e garantire che la presenza americana produca benefici tangibili per la popolazione.
Un altro aspetto discusso riguarda la tutela delle comunità locali e dell’ambiente. Durante il dibattito parlamentare, il ministro degli Affari esteri Múte B. Egede ha ricordato che le modalità di realizzazione delle nuove aree militari dovranno essere concordate e che le esigenze della popolazione dovranno essere considerate nelle decisioni successive. La questione è particolarmente sensibile per Narsarsuaq e per gli insediamenti vicini, dove la presenza di nuove infrastrutture potrebbe incidere sull’utilizzo del territorio. Le garanzie negoziate da Nuuk puntano a evitare che l’espansione militare comporti trasferimenti forzati di residenti o conseguenze non concordate per le comunità interessate. Il risultato concreto dipenderà quindi non soltanto dalle disposizioni generali dell’intesa, ma anche dagli accordi attuativi che dovranno essere definiti.
La dimensione economica e quella territoriale si intrecciano inoltre con una questione politica di più lungo periodo: il futuro istituzionale della Groenlandia. L’accordo riconosce il diritto all’autodeterminazione, ma contiene anche disposizioni relative all’eventualità che l’isola diventi indipendente dalla Danimarca. Il testo prevede, in tale scenario, la continuità degli impegni di sicurezza e l’assunzione degli obblighi concordati, secondo le condizioni stabilite dalle parti. Si tratta di un elemento rilevante perché mostra che la cooperazione militare è stata concepita per durare anche oltre l’attuale assetto istituzionale. Per la Groenlandia, ciò rende ancora più importante valutare oggi le conseguenze di decisioni destinate a incidere sulle proprie possibilità future.
Sul piano istituzionale, peraltro, l’intesa non ha ancora completato il percorso necessario alla sua entrata in vigore. Il Parlamento groenlandese, l’Inatsisartut, ha avviato l’esame il 12 ottobre e ha trasmesso il testo alla fase successiva della discussione. Anche il Parlamento danese, il Folketing, deve completare le procedure previste. Il comunicato ufficiale del governo di Copenaghen precisa che l’efficacia dell’accordo è subordinata a questi passaggi. La firma del 22 settembre rappresenta dunque un risultato diplomatico importante, ma non equivale alla conclusione dell’intero procedimento. Le istituzioni danesi e groenlandesi conservano un ruolo determinante prima che le nuove disposizioni possano trovare piena applicazione.
La vicenda assume così un significato diverso da quello suggerito dall’espressione «affare immobiliare» utilizzata da Trump. L’accordo non riguarda l’acquisto di un territorio, bensì la definizione di nuovi rapporti di sicurezza tra alleati che hanno interessi comuni ma responsabilità differenti. Washington rafforza la propria capacità operativa nell’Artico; Copenaghen mantiene la sovranità e il quadro della cooperazione atlantica; Nuuk ottiene il riconoscimento del proprio ruolo negoziale, pur dovendo affrontare un dibattito interno sulle garanzie e sulle ricadute dell’intesa. Il successo politico dell’operazione, per ciascuna parte, dipenderà dalla capacità di tradurre gli impegni sottoscritti in risultati compatibili con queste diverse esigenze.
Le dichiarazioni pronunciate in Georgia confermano quanto la Groenlandia sia diventata anche un tema della politica interna americana. Trump presenta ai suoi elettori il rafforzamento della posizione statunitense come una conquista territoriale, ma i documenti e le posizioni ufficiali di Danimarca e Groenlandia raccontano un accordo di difesa che mantiene invariata la sovranità dell’isola. La questione decisiva, adesso, riguarda l’attuazione: quali infrastrutture saranno effettivamente realizzate, quali condizioni accompagneranno la presenza americana e quale capacità di intervento conserveranno le istituzioni groenlandesi. È su queste scelte, più che sulle dichiarazioni di un comizio, che si misurerà la portata dell’intesa e il nuovo equilibrio politico e militare nell’Artico.
Fonti: TASS, governo danese, testo dell’accordo trilaterale del 22 settembre 2026, KNR, Sveriges Television (SVT), Agenparl (14 ottobre 2026).
