(AGENPARL) - Roma, 23 Ottobre 2026 - Dalla tragedia di Novi Sad alla prova delle urne: il movimento studentesco che ha contestato il potere di Aleksandar Vučić deve ora dimostrare di saper trasformare la mobilitazione civile in un’alternativa politica. Una sfida che riguarda anche il futuro democratico dei Balcani
BELGRADO, 23 ottobre 2026 – Una piazza può costringere il potere ad ascoltare. Può interrompere la normalità politica, mobilitare una generazione, trasformare una tragedia in una domanda collettiva di giustizia. Ma può anche diventare una forza capace di governare? È questa la domanda che attraversa oggi la Serbia, alla vigilia delle elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre.
Per quasi due anni il movimento studentesco serbo ha costruito la propria forza fuori dai palazzi istituzionali. Ha occupato università, organizzato assemblee, attraversato il Paese e raccolto attorno a sé cittadini di età e provenienze diverse. La sua credibilità è nata proprio dalla distanza rispetto a un sistema politico percepito da molti manifestanti come incapace di garantire trasparenza e responsabilità.
Adesso quella distanza deve essere colmata, almeno in parte. Perché partecipare a un’elezione significa entrare nel terreno delle decisioni, dei programmi, delle alleanze e dei compromessi. Significa chiedere fiducia non soltanto per ciò che si contesta, ma per ciò che si propone di costruire.
La grande mobilitazione del 22 ottobre a Belgrado ha mostrato che la capacità di portare persone in strada non si è esaurita. Ma la partecipazione a una manifestazione e il consenso elettorale rispondono a logiche differenti. È proprio in questo passaggio che si misurerà la maturità politica del movimento.
La protesta nata da una richiesta di giustizia
Il punto di partenza è il 1° novembre 2024, quando il crollo di una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad provocò sedici vittime. Quella tragedia divenne rapidamente il simbolo di una questione più ampia: il rapporto tra sicurezza pubblica, responsabilità amministrativa e fiducia nelle istituzioni.
Le prime richieste di chiarimenti sulle circostanze del disastro si trasformarono in una contestazione della corruzione e dell’opacità del potere. Gli studenti assunsero un ruolo centrale, facendo delle università non soltanto luoghi di protesta, ma spazi di organizzazione collettiva.
La mobilitazione riuscì progressivamente a superare i confini generazionali. Accanto ai giovani comparvero insegnanti, professionisti, famiglie e cittadini che non avevano necessariamente una comune appartenenza politica, ma condividevano la richiesta di istituzioni più affidabili.
Questo è stato uno dei punti di forza del movimento: aver costruito un terreno di partecipazione attorno a principi riconoscibili, prima ancora che attorno a una proposta di governo.
La stessa caratteristica, tuttavia, rende più complesso il passaggio elettorale. Una protesta può riunire persone molto diverse attorno a un obiettivo comune. Un programma politico deve invece stabilire priorità, scegliere tra interessi contrastanti e indicare come utilizzare risorse pubbliche inevitabilmente limitate.
La coesione che funziona nelle piazze non si trasferisce automaticamente nelle istituzioni.
Il problema dell’indipendenza
Il movimento studentesco ha tratto parte della propria legittimità dalla volontà di non essere assorbito dai partiti tradizionali. In un contesto segnato da una profonda polarizzazione, questa autonomia ha consentito di coinvolgere cittadini che non si riconoscevano né nel potere né nelle opposizioni già presenti sulla scena politica.
La partecipazione alle elezioni modifica però il rapporto con il sistema che si intende cambiare.
Occorre selezionare candidati, definire responsabilità, presentare programmi e costruire una rappresentanza capace di confrontarsi con le procedure parlamentari. E, qualora il risultato lo rendesse possibile, bisognerebbe anche decidere se e con chi formare una maggioranza.
Non è una contraddizione inevitabile. È il passaggio che ogni movimento civico affronta quando decide di trasformare la propria capacità di mobilitazione in potere istituzionale.
La difficoltà consiste nel conservare i principi che hanno alimentato la protesta senza trasformare l’indipendenza in un ostacolo alla capacità di decidere.
Per gli studenti serbi il rischio non è soltanto perdere un’elezione. È anche scoprire che una parte della fiducia conquistata nelle piazze può diventare più fragile quando il movimento è chiamato a prendere posizione su questioni divisive.
La lotta alla corruzione, la trasparenza e lo Stato di diritto costituiscono una base politica importante. Ma governare richiede risposte anche su salari, servizi pubblici, investimenti, rapporti internazionali e prospettive economiche.
Vučić e il peso di un sistema consolidato
Dall’altra parte della competizione si trova il Partito progressista serbo, che domina la vita politica nazionale dal 2012 ed è strettamente associato alla figura di Aleksandar Vučić.
Il confronto non riguarda quindi soltanto due offerte elettorali. Oppone un sistema politico consolidato, dotato di una lunga esperienza di governo, a una mobilitazione nata fuori dalle sue strutture.
Questa asimmetria rappresenta un elemento decisivo.
Il potere dispone di reti organizzative, riconoscibilità e capacità di presidiare il territorio. Il movimento studentesco può contare invece sull’energia della mobilitazione, sulla propria immagine di rinnovamento e sulla fiducia raccolta tra cittadini delusi dalle forze politiche tradizionali.
Sono risorse differenti, difficili da misurare con lo stesso criterio.
La campagna si è svolta inoltre in un clima di forte tensione. Organizzazioni civiche e osservatori hanno denunciato intimidazioni, pressioni e condizioni di competizione squilibrate. Le autorità hanno respinto le accuse di repressione sistematica e difeso le misure adottate per garantire il regolare svolgimento del voto.
In un quadro simile, la credibilità del processo elettorale assume un valore che va oltre il risultato numerico. La fiducia nelle procedure sarà essenziale affinché il confronto politico non si traduca in una nuova fase di conflittualità.
Il voto del 25 ottobre potrà dunque chiarire i rapporti di forza, ma non necessariamente risolvere le fratture che hanno attraversato la società serba negli ultimi due anni.
Il significato europeo di una piazza che cambia natura
La Serbia occupa una posizione particolare nello spazio politico europeo. È candidata all’adesione all’Unione europea, ma il suo percorso resta segnato da questioni relative allo Stato di diritto, alla libertà dei media e alla qualità delle istituzioni democratiche.
Belgrado mantiene inoltre rapporti con interlocutori internazionali diversi, in un equilibrio che coinvolge l’Unione europea, la Russia e la Cina. Qualunque futura maggioranza dovrà confrontarsi con queste relazioni e con le tensioni che attraversano i Balcani occidentali.
Ma la vicenda serba pone anche una questione più generale, che riguarda le democrazie europee.
Negli ultimi anni molte proteste hanno mostrato una crescente distanza tra una parte della cittadinanza e i soggetti tradizionali della rappresentanza politica. Le piazze riescono spesso a rendere visibile il malcontento, a denunciare problemi rimasti irrisolti e a imporre temi all’agenda pubblica. Più raramente riescono a trasformare questa energia in un’organizzazione capace di durare.
Il caso serbo è interessante proprio perché mette alla prova quella trasformazione.
Non siamo più soltanto di fronte a giovani che contestano una classe dirigente. Siamo di fronte a un movimento che prova a dimostrare che l’indignazione può diventare rappresentanza, che una domanda di giustizia può produrre un progetto politico e che la partecipazione civica può cercare una strada dentro le istituzioni senza esaurirsi nella protesta.
Il risultato, però, non è scritto.
Una vittoria elettorale non garantirebbe da sola la capacità di governare. Una sconfitta non cancellerebbe necessariamente il cambiamento già prodotto nella società serba. In entrambi i casi, il movimento dovrà decidere come conservare la propria forza, la propria organizzazione e il rapporto di fiducia con chi lo ha sostenuto.
È questa la vera posta in gioco, al di là della cronaca delle manifestazioni e delle previsioni sul voto.
La Serbia arriva alle urne dopo una lunga stagione in cui gli studenti hanno dimostrato di saper riempire le piazze. Ora devono affrontare una prova diversa, meno visibile e forse più impegnativa: dimostrare che quella partecipazione può tradursi in responsabilità politica.
Perché contestare il potere significa chiedere che qualcosa cambi. Proporsi come alternativa significa spiegare come cambiarlo.
