(AGENPARL) - Roma, 19 Ottobre 2026 -
Esiste una violenza che devasta le città e una, più subdola, che corrode la democrazia dall’interno. La prima rompe vetrine, incendia automobili, aggredisce le forze dell’ordine; la seconda si nasconde dietro la libertà, sfrutta la legge e pretende di trasformare l’intimidazione in un diritto.
Oriana Fallaci lo aveva denunciato con parole dure e ancora attuali: non esiste soltanto la violenza fisica, ma anche quella morale, capace di oltraggiare la democrazia proprio mentre pretende di invocarla.
Scriveva: “Esiste anche la violenza morale ed è la violenza che si manifesta con le demagogie ed i ricatti, che si esprime con le minacce e le intimidazioni. La violenza che sfruttando la legge, umilia la Legge, la ridicolizza. La violenza che servendosi della della democrazia oltraggia la Democrazia, la dileggia. La violenza che approfittandosi della libertà uccide la Libertà, la assassina”
Manifestare è un diritto. Devastare, aggredire e saccheggiare sono reati!
Il nostro ordinamento distingue chiaramente le responsabilità individuali da quelle degli organizzatori di una manifestazione. Chi commette un illecito risponde delle proprie azioni; chi promuove un corteo pacifico non è automaticamente responsabile dei danni provocati da altri, salvo che ne ricorrano i presupposti giuridici. La Costituzione tutela il diritto di riunione pacifica e prevede, per le manifestazioni in luogo pubblico, il preavviso alle autorità, non una generale autorizzazione preventiva.
Si discute oggi anche dell’eventualità di imporre agli organizzatori una cauzione per coprire i danni. L’obiettivo di non far ricadere i costi delle devastazioni sulla collettività è comprensibile, ma una simile misura rischierebbe di penalizzare chi non dispone di adeguate risorse economiche, limitando di fatto un diritto costituzionale.
La soluzione, dunque, non è attribuire colpe collettive, ma accertare le responsabilità individuali e intervenire con efficacia contro chi trasforma la protesta in violenza.
Di fronte a episodi del genere, le strade da percorrere sono chiare.
La prima è quella dell’accertamento rigoroso delle responsabilità: identificare gli autori delle violenze, raccogliere le prove, ricostruire eventuali responsabilità degli organizzatori e procedere, quando ne ricorrano i presupposti, con le conseguenze previste dalla legge. Nessuna immunità per chi devasta.
La seconda riguarda la capacità operativa dello Stato di prevenire e contenere le violenze mentre si stanno verificando. Occorre una strategia efficace, coordinata e tempestiva, che consenta di isolare le aree interessate dai disordini, impedire che i facinorosi si disperdano per continuare a colpire altrove e procedere all’identificazione e all’arresto di chi viene sorpreso a commettere reati, nei casi e con le modalità consentiti dalla legge.
È in questo contesto che si può discutere anche dell’eventuale impiego dell’Esercito, qualora ne ricorrano i presupposti normativi e operativi, a supporto delle forze di polizia. Una possibile cinturazione dell’area, intesa come controllo del perimetro e contenimento degli spostamenti, dovrebbe inserirsi in un dispositivo pianificato dalle autorità competenti, con regole d’ingaggio e compiti chiaramente definiti. L’obiettivo è e rimane nell’individuazione dei responsabili, la prevenzione di ulteriori danni e il ripristino della sicurezza.
La fermezza, infatti, non coincide con l’arbitrio. Uno Stato forte non è quello che agisce senza limiti, ma quello che sa far rispettare la legge senza violarla a sua volta.
La fermezza non è arbitrio: è applicazione della legge.
Una democrazia seria non criminalizza chi protesta pacificamente, ma non concede neppure impunità a chi usa la protesta come copertura per devastare. Tutela la libertà di manifestare e, con altrettanta determinazione, il diritto dei cittadini a vivere in città sicure.
Non dobbiamo scegliere tra libertà e ordine pubblico: dobbiamo garantire entrambi.
Le piazze appartengono ai cittadini, non ai violenti. Le strade appartengono alla collettività, non a chi pretende di dominarle con la forza.
Perché la democrazia non deve avere paura della protesta. Deve avere il coraggio di impedire che, in nome della libertà, venga calpestata la libertà di tutti.
E lo Stato, quando la violenza prende il sopravvento, non può limitarsi a contare i danni: deve prevenirli, contrastarli e far rispettare la legge. Senza vendette, senza privilegi, senza zone franche.
