(AGENPARL) - Roma, 17 Ottobre 2026 - Dalla riforma Renzi-Madia alle risposte del Governo in Senato: tra numeri da chiarire, presunti potenziamenti e criticità irrisolte, il personale forestale continua ad attendere risposte concrete.
Lo scorso 15 ottobre, l’Aula del Senato ha esaminato, tra gli altri argomenti, l’interrogazione n. 3-02580, riguardante la valorizzazione del personale forestale all’interno dell’Arma dei Carabinieri.
Basta leggere il resoconto stenografico della seduta n. 467 per rendersi conto di quanto, a quasi dieci anni di distanza, la politica sembri non aver ancora compreso fino in fondo le conseguenze della controversa riforma Renzi-Madia, che nel 2017 ha determinato la soppressione del Corpo Forestale dello Stato e l’assorbimento di gran parte del suo personale nell’Arma dei Carabinieri.
Dal confronto tra il Sottosegretario Antonio Iannone, intervenuto in rappresentanza del Governo, e la Senatrice Susanna Camusso, cofirmataria dell’interrogazione, emergono infatti ricostruzioni e dati che, a nostro giudizio, meriterebbero ben altri approfondimenti.
La sensazione è che si continui a raccontare la riforma soprattutto attraverso i suoi presunti successi, lasciando in secondo piano le criticità organizzative e le conseguenze professionali subite dal personale coinvolto.
Eppure, dopo quasi un decennio, qualche bilancio dovrebbe essere possibile.
L’Arma dei Carabinieri ha acquisito personale, strutture, risorse e competenze specialistiche in materia ambientale e forestale. Ma quali benefici concreti ha ottenuto il Paese? E i 7.177 appartenenti all’ex Corpo Forestale dello Stato coinvolti nell’assorbimento?
Per tutti loro, la riforma ha comportato anche il passaggio obbligatorio da uno status civile a quello militare, con profonde conseguenze sull’identità professionale, sulle condizioni di impiego e sulle prospettive di carriera.
UNFORCED continua a ritenere quella scelta un grave errore politico e organizzativo, che ha cancellato un Corpo di polizia specializzato e modificato profondamente un sistema di tutela ambientale e forestale la cui efficacia avrebbe meritato di essere salvaguardata.
Il tutto senza che, a nostro avviso, sia mai stato presentato un bilancio complessivo sufficientemente convincente dei risultati ottenuti.
IL PARADOSSO POLITICO: CHI HA VOLUTO LA RIFORMA OGGI LA CONTESTA
La vicenda presenta anche un paradosso politico difficile da ignorare.
Oggi esponenti del Partito Democratico sollevano dubbi e criticità su una riforma approvata proprio durante un Governo guidato dal PD, mentre l’attuale maggioranza di centrodestra difende l’assetto organizzativo che ne è derivato.
Naturalmente cambiare opinione è legittimo. Anzi, talvolta è persino auspicabile.
Sarebbe però interessante capire se siamo di fronte a una sincera rivalutazione degli effetti della riforma oppure all’ennesima contrapposizione politica pre elettorale nella quale, alla fine, le conseguenze delle decisioni ricadono sempre sul personale.
Nel frattempo, il Governo rivendica la valorizzazione delle competenze forestali, definite una risorsa strategica per la tutela dell’ambiente, del territorio e del patrimonio agroforestale nazionale.
Parole certamente condivisibili.
Peccato che la valorizzazione non si misuri con gli aggettivi utilizzati nelle risposte parlamentari, ma con gli organici, le risorse, le condizioni di lavoro e l’efficienza dei servizi.
Altrimenti, più che di valorizzazione, rischiamo di parlare di un’operazione di maquillage istituzionale.
LA RISPOSTA DEL GOVERNO: ALCUNI CONTI NON TORNANO
Senza voler essere ingenerosi nei confronti del Sottosegretario Iannone, riteniamo che diversi passaggi della risposta parlamentare richiedano precisazioni.
Non sappiamo se le informazioni fornite restituiscano un quadro completo della situazione. Proprio per questo sarebbe opportuno approfondirle.
Partiamo dalle 120 unità specializzate.
Secondo le informazioni in nostro possesso, si tratta di personale che ha frequentato un corso di specializzazione per le esigenze del Comando Carabinieri per la Tutela Agroalimentare.
Un’articolazione che appartiene al CUFA, certamente, ma che non coincide con la specialità forestale.
Presentare questo dato come un potenziamento del settore forestale, senza distinguere le diverse componenti organizzative, rischia quindi di fornire una rappresentazione poco chiara.
E veniamo ai nuovi Nuclei istituiti nel 2024.
Anche in questo caso, le nuove articolazioni richiamate riguarderebbero il Comando Carabinieri per la Tutela Agroalimentare.
Nel frattempo, secondo le segnalazioni pervenute all’Associazione, diversi Nuclei e Gruppi Forestali sarebbero stati chiusi, accorpati o trasferiti logisticamente all’interno di strutture territoriali dell’Arma.
Sarebbe quindi utile conoscere non soltanto quanti nuovi reparti siano stati istituiti, ma anche quanti presidi forestali siano stati soppressi, accorpati o ridimensionati.
Perché aprire una struttura e chiuderne un’altra non significa necessariamente potenziare il sistema.
Significa, più semplicemente, riorganizzarlo. E i risultati di quella riorganizzazione devono essere dimostrati.
Quanto alla dipendenza funzionale dal MASAF, UNFORCED non rileva, allo stato delle informazioni disponibili, miglioramenti tali da giustificare i toni particolarmente positivi utilizzati nella risposta governativa.
Al contrario, l’attribuzione di ulteriori competenze amministrative, tra cui quelle relative al rilascio delle licenze di importazione ed esportazione in ambito CITES, pone il problema dell’adeguatezza delle risorse disponibili.
L’ampliamento delle funzioni può certamente rappresentare un riconoscimento istituzionale.
Ma se aumentano le responsabilità senza un corrispondente rafforzamento degli organici, il rischio è che la cosiddetta valorizzazione si traduca soprattutto in un aumento dei carichi di lavoro.
E arriviamo al dato forse più significativo: il personale.
Secondo i numeri riportati nella risposta parlamentare, al 1° ottobre 2026 il CUFA conterebbe 6.118 unità, comprendendo anche quelle appartenenti ai Comandi Tutela Ambientale e Tutela Agroalimentare.
Nel 2017, il personale proveniente dall’ex Corpo Forestale dello Stato assorbito nell’Arma ammontava invece a 7.177 unità.
La differenza aritmetica è di 1.059 unità.
Naturalmente, per un confronto corretto occorre considerare che i due dati si riferiscono a perimetri organizzativi differenti. Sarebbe quindi necessario conoscere l’esatta consistenza attuale della sola componente forestale, al netto del personale appartenente alle altre specialità.
Ma proprio questa distinzione rende ancora più importante una domanda:
Quanti Carabinieri Forestali sono effettivamente impiegati oggi nelle funzioni che un tempo venivano svolte dal Corpo Forestale dello Stato?
E soprattutto, quanti ne servirebbero per garantire un servizio adeguato?
Perché se si parla di potenziamento, sarebbe opportuno dimostrarlo con dati omogenei e verificabili.
Altrimenti viene spontaneo chiedersi se, nel particolare vocabolario delle riforme amministrative, anche una riduzione possa essere presentata come un incremento.
La matematica, fortunatamente, non cambia in base alla maggioranza di Governo.
DA STAZIONI FORESTALI A NUCLEI: CAMBIA IL NOME, MA COSA MIGLIORA?
Un altro passaggio che merita attenzione riguarda la ridenominazione delle Stazioni Forestali in Nuclei Carabinieri Forestale.
Secondo la ricostruzione governativa, questa scelta avrebbe contribuito a dare maggiore visibilità alla specialità.
UNFORCED nutre forti perplessità su tale interpretazione.
La diversa denominazione non rappresenta, di per sé, un miglioramento organizzativo e non garantisce maggiore efficienza operativa.
Sarebbe invece opportuno approfondire le conseguenze ordinamentali ed economiche derivanti dalla distinzione tra le strutture forestali e quelle territoriali dell’Arma.
In particolare, riteniamo necessario chiarire se e in quale misura tale assetto determini differenze di trattamento economico tra personale che svolge funzioni e assume responsabilità comparabili.
Perché cambiare l’insegna di un ufficio non significa valorizzare chi ci lavora.
E la dignità professionale non dovrebbe dipendere dalla denominazione del reparto di appartenenza.
CHI CONTROLLA I RISULTATI DELLA RIFORMA?
C’è poi un passaggio della risposta parlamentare che merita una riflessione particolare.
Il Governo ricorda che la gestione del personale, l’organizzazione dei reparti e l’impiego delle risorse umane rientrano nelle competenze dell’Arma dei Carabinieri e del Ministero della Difesa.
Bene.
Ma allora sorge spontanea una domanda: non sarebbe stato opportuno acquisire anche una valutazione diretta del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, sulle criticità segnalate?
E soprattutto, attraverso quali strumenti il Governo verifica l’effettiva corrispondenza tra i dati forniti dall’Amministrazione e i risultati concretamente raggiunti?
Non intendiamo mettere in discussione la correttezza delle informazioni trasmesse dall’Arma, ma riteniamo che un’analisi seria debba prevedere anche strumenti di valutazione esterni alla struttura interessata.
Perché nessuna amministrazione dovrebbe essere giudicata esclusivamente sulla base della rappresentazione che offre di sé stessa.
I risultati si verificano. Non si autocertificano politicamente.
FORSE È ARRIVATO IL MOMENTO DI PORRE DOMANDE PIÙ CORAGGIOSE
La vicenda del Corpo Forestale dello Stato dovrebbe indurre il Governo e il Parlamento ad affrontare anche questioni di carattere più generale.
L’attuale organizzazione delle Forze di polizia risponde ancora nel modo più efficiente possibile alle esigenze del Paese?
È opportuno mantenere due Forze di polizia a competenza generale, con ordinamenti differenti?
L’attuale configurazione dell’Arma dei Carabinieri, quale costosa Forza armata autonoma e Forza di polizia, rappresenta il modello più adeguato?
E ancora: il sistema di governo dell’Arma garantisce un equilibrio ottimale tra autonomia, responsabilità, trasparenza e controllo istituzionale?
Sono interrogativi legittimi, che meritano un confronto libero da pregiudizi.
UNFORCED ritiene inoltre necessario affrontare con maggiore attenzione le questioni relative alla gestione del personale, ai criteri di assegnazione degli incarichi, alla mobilità, alle opportunità di carriera e all’uniformità dei trattamenti, soprattutto quando si parla di ufficiali superiori.
Le segnalazioni ricevute dall’Associazione evidenziano un’esigenza crescente di trasparenza e di criteri comprensibili nelle decisioni che incidono sulla vita professionale dei militari.
Non si tratta di formulare accuse indiscriminate nei confronti dei vertici dell’Arma, ma di chiedere che le scelte amministrative siano sempre ispirate a imparzialità, proporzionalità e coerenza.
Un’Amministrazione autorevole non dovrebbe temere le domande, soprattutto quando provengono da chi ne fa parte.
E non dovrebbe mai dimenticare che il rispetto delle regole, l’equità e l’esempio costituiscono la prima forma di tutela della propria credibilità.
Lo dobbiamo anche alle migliaia di Carabinieri che ogni giorno, spesso tra difficoltà e sacrifici, onorano la divisa e svolgono il proprio servizio con dedizione.
Perché il principio fondamentale dovrebbe rimanere uno soltanto:
si è al servizio delle Istituzioni e dei cittadini, non degli interessi personali o delle aspettative dei superiori.
E MATTEO RENZI COSA NE PENSA OGGI?
In tutto questo dibattito manca ancora una riflessione che sarebbe particolarmente interessante ascoltare: quella di Matteo Renzi, Presidente del Consiglio all’epoca della riforma.
A quasi dieci anni di distanza, ritiene ancora che la soppressione del Corpo Forestale dello Stato sia stata una scelta positiva?
È soddisfatto delle conseguenze prodotte sul personale e sull’organizzazione della tutela ambientale?
Ritiene che gli obiettivi dichiarati siano stati effettivamente raggiunti?
Sarebbe utile conoscere una sua valutazione aggiornata.
Perché le riforme non si giudicano soltanto dalle intenzioni di chi le propone, ma soprattutto dai risultati che producono.
E chi ha contribuito a realizzarle dovrebbe essere il primo ad avere interesse a verificarne gli effetti.
DIECI ANNI DOPO, MENO AUTOCELEBRAZIONI E PIÙ RISPOSTE
UNFORCED non chiede di tornare indietro per semplice nostalgia.
Chiede che venga finalmente compiuta una valutazione seria, completa e indipendente degli effetti della riforma Renzi-Madia.
Chiede dati trasparenti sugli organici, sulla presenza territoriale, sulle condizioni di lavoro, sui trattamenti economici e sui risultati operativi.
Chiede che venga ascoltato il personale che quella trasformazione l’ha vissuta direttamente, spesso senza averla scelta.
E chiede alla politica di assumersi la responsabilità di verificare se le decisioni adottate abbiano realmente migliorato il sistema di tutela ambientale del Paese.
Perché non basta trasferire personale, cambiare denominazioni e accorpare strutture per poter parlare di efficienza.
E soprattutto non basta ripetere per dieci anni che una riforma ha funzionato per dimostrare che sia davvero così.
Il rispetto per le Istituzioni non impone il silenzio davanti alle criticità. Impone, semmai, il coraggio di affrontarle.
UNFORCED continuerà a farlo, nell’interesse dei Carabinieri, degli ex appartenenti al Corpo Forestale dello Stato e dei cittadini.
Perché, alla fine, la domanda rimane sempre la stessa:
La riforma ha davvero migliorato il servizio pubblico oppure abbiamo semplicemente cambiato uniforme a chi quel servizio lo garantiva già?
UNFORCED – Associazione a tutela dei Carabinieri e dei loro diritti.
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