(AGENPARL) - Roma, 17 Ottobre 2026 - Tra il sostegno a Kiev e il presidio del fianco est della NATO, gli arsenali occidentali sono al limite. L’Arabia Saudita, sotto il fuoco continuo degli Houthi, scopre i vincoli della protezione alleata
Il dilemma degli arsenali occidentali
Gli alleati europei dell’Arabia Saudita sono giunti a un punto di saturazione strutturale. Di fronte alle pressanti e urgenti richieste di Riyadh per l’invio immediato di batterie di difesa aerea e intercettori antimissile, la risposta che giunge dalle capitali europee indica che le scorte strategiche nei magazzini sono ormai al limite.
A rivelarlo è un’ampia inchiesta del quotidiano emiratino The National, ripresa dall’agenzia TASS. Secondo fonti militari e analisti della difesa consultati a Londra e Parigi, Gran Bretagna e Francia si trovano nell’impossibilità materiale di trasferire ulteriori sistemi d’arma al Regno senza compromettere in maniera significativa la propria sicurezza nazionale e la postura difensiva nei Paesi Baltici e sul fronte orientale della NATO.
“Ci è rimasto davvero poco nell’armadietto da dare”, ha ammesso senza mezzi termini un alto funzionario della difesa britannica a The National. “Non abbiamo letteralmente nulla da inviare a loro”.
Il nodo centrale risiede nel doppio impegno bellico che ha assorbito le riserve dell’Europa occidentale negli ultimi anni:
1. La priorità ucraina: La massiccia fornitura di armamenti avanzati a Kiev — a partire dai missili da crociera a lungo raggio Storm Shadow e Scalp e dai complessi antimissile da difesa di punto — ha drenato i depositi strategici.
2. Il deterrente sul Baltic Flank: La necessità di blindare lo spazio aereo dei Paesi Baltici e della Polonia di fronte al rischio di escalation con la Russia ha congelato gli assetti rimanenti.
La vulnerabilità del Regno: obiettivi complessi da proteggere
L’analisi militare traccia un quadro dettagliato della situazione geografica e strategica dell’Arabia Saudita. Come sottolineato dall’ex ufficiale dell’intelligence militare britannica Lynette Nusbacher:
“L’Arabia Saudita ha un problema di dimensioni e visibilità. È un paese immenso con una quantità enorme di infrastrutture critiche — dai campi petroliferi di Aramco alle desalinizzatori, fino agli scali aeroportuali — che risultano facilmente individuabili persino su piattaforme civili come Google Earth. E si trova a fronteggiare un avversario che dispone di un arsenale di missili balistici e droni kamikaze tutt’altro che trascurabile”.
Attualmente, il supporto europeo sul terreno si riduce a presidi circoscritti e altamente localizzati:
Il Regno Unito mantiene una batteria del sistema di difesa aerea a corto-medio raggio Sky Sabre posizionata presso la King Fahd Air Base.
La Francia ha annunciato la copertura difensiva del solo porto strategico di Yanbu, uno dei principali hub energetici e commerciali sul Mar Rosso.
Si tratta tuttavia di interventi puntiformi che lasciano scoperte ampie porzioni del territorio saudita, rendendo complessa la gestione delle tattiche di saturazione impiegate dalle milizie Ansar Allah (Houthi).
La crisi dell’aeroporto King Khalid e il blocco diplomatico
La drammaticità della situazione si è manifestata nella prima metà di ottobre con l’escalation di attacchi missilistici che ha preso di mira in modo sistematico la capitale Riyadh.
Il bilancio delle incursioni contro l’Aeroporto Internazionale King Khalid di Riyadh evidenzia la pressione costante sulle difese aeree:
1° ottobre: Un attacco condotto con droni e missili danneggia uno dei terminal principali dello scalo.
8 ottobre: Un raid colpisce l’area di rullaggio, danneggiando un velivolo civile e causando la morte di almeno tre persone.
10 ottobre: Un missile Houthi penetra la copertura difensiva e impatta sull’aeroporto King Khalid, causando 12 morti e oltre 309 feriti.
12 ottobre: Le forces della coalizione dichiarano di aver intercettato un missile sopra la città, mentre le interruzioni operative continuano a condizionare il traffico aereo.
La frequenza e la gravità di questi attacchi hanno avuto ripercussioni anche sul piano diplomatico. L’impossibilità di garantire la piena sicurezza dello spazio aereo della capitale ha spinto il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), Jasem al-Budaiwi, ad annunciare il rinvio del vertice ufficiale tra i Paesi del Golfo e l’Unione Europea.
Un segnale chiaro delle crescenti difficoltà di coordinamento strategico tra i Paesi del Golfo e i partner europei in materia di sicurezza regionale.
Quadro analitico: il nodo delle forniture tra Washington e Pechino
La crisi attuale mette in luce i complessi vincoli della dottrina di difesa saudita:
1. La pressione sugli Stati Uniti: Riyadh continua il confronto con Washington per ottenere ulteriori forniture di intercettori per le batterie Patriot PAC-3 e THAAD. Tuttavia, anche il Pentagono deve bilanciare le proprie scorte a causa del simultaneo supporto alle varie priorità strategiche globali.
2. La questione dell’interoperabilità: Negli ultimi anni l’Arabia Saudita ha tentato di diversificare i propri fornitori d’arma, ma le analisi tecniche riscontrano sfide operative nell’integrazione tecnologica tra i radar di fabbricazione occidentale e i sistemi di difesa forniti da Paesi terzi.
3. L’asimmetria dei costi: Il frequente utilizzo di droni e missili a basso costo per saturare la difesa aerea impone un’equazione economica e logistica complessa, che richiede un uso intensivo di intercettori ad alto costo.
Conclusione: la svolta diplomatica e il dilemma di Riyadh
L’impossibilità di Regno Unito e Francia di inviare nuove difese aeree a Riyadh riflette il generale stato di pressione sulle scorte industriali e militari in Europa. Con le riserve della difesa impegnate sul fronte orientale della NATO e nel sostegno a Kiev, la capacità dell’Occidente di proiettare sicurezza nel Golfo appare fortemente ridimensionata.
Per l’Arabia Saudita, questa saturazione degli arsenali alleati impone una revisione strategica profonda. Senza una bolla di protezione aerea impenetrable a copertura delle proprie infrastrutture petrolifere e dei nodi logistici chiave, il Regno si trova di fronte a una scelta obbligata: accelerare i canali di dialogo e de-escalation diplomatica con Teheran e Pechino per neutralizzare alla radice la minaccia Houthi, oppure accettare un livello di vulnerabilità economica e militare che rischia di frenare i grandi piani di sviluppo di Vision 2030.
