(AGENPARL) - Roma, 16 Ottobre 2026 - La Russia intende mantenere una fascia di sicurezza all’interno del territorio ucraino, lungo il confine tra i due Paesi, e non considera la sua esistenza una materia da discutere in eventuali negoziati di pace. È la posizione espressa il 16 ottobre dal presidente Vladimir Putin durante una visita a un posto di comando militare, in una fase in cui il futuro assetto territoriale dell’Ucraina continua a rappresentare uno degli ostacoli principali a qualsiasi intesa con Mosca.
La dichiarazione introduce un elemento di particolare rilievo nel confronto diplomatico. Putin aveva già sostenuto in passato la necessità di creare una zona cuscinetto per proteggere le regioni russe di confine, ma questa volta ha accompagnato il progetto con un’indicazione più precisa della sua estensione e con l’affermazione esplicita che la questione non sarà oggetto di trattativa.
Il presidente russo ha collegato l’operazione all’incursione condotta dalle forze ucraine nella regione russa di Kursk tra il 2024 e il 2025. Secondo la ricostruzione presentata da Mosca, l’esercito avrebbe ricevuto il compito non soltanto di respingere le truppe ucraine dal territorio russo, ma anche di stabilire una fascia di sicurezza oltre la frontiera.
La motivazione indicata dal Cremlino è la protezione delle regioni russe esposte agli attacchi transfrontalieri. Tuttavia, la realizzazione di tale obiettivo comporta il controllo militare di porzioni di territorio internazionalmente riconosciuto come ucraino, aprendo una questione che va oltre la sola difesa del confine.
Il punto centrale non riguarda quindi soltanto la presenza delle forze russe in alcune aree settentrionali dell’Ucraina, ma la volontà politica di sottrarre preventivamente quella presenza a un futuro negoziato.
Una fascia di 660 chilometri lungo il confine
Secondo quanto dichiarato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, la zona di sicurezza prevista si svilupperebbe lungo circa 660 chilometri di frontiera. Mosca sostiene che il 70 per cento di questa fascia sia già sotto il proprio controllo.
Ulteriori dettagli sono stati pubblicati nella serata del 16 ottobre dal quotidiano russo Kommersant, che ha riferito i dati comunicati a Putin dal comandante del raggruppamento militare Nord, Evgenij Nikiforov. Secondo il resoconto, le forze russe controllerebbero circa 465 chilometri della fascia prevista. Il comandante avrebbe inoltre indicato una profondità fino a 30 chilometri in alcuni settori della regione di Kharkiv e rivendicato il controllo di oltre 3.000 chilometri quadrati nel corso delle operazioni per la creazione della zona di sicurezza, di cui circa 2.000 nel 2026.
Si tratta di cifre provenienti dalle autorità militari russe. Non costituiscono, da sole, una verifica indipendente dell’effettiva estensione delle aree controllate sul terreno. È inoltre necessario distinguere tra la lunghezza del tratto di frontiera interessato dall’operazione, la profondità delle posizioni militari e la superficie complessiva dei territori occupati: sono misure diverse, che non possono essere utilizzate come equivalenti.
La distinzione è importante anche per comprendere la natura dell’annuncio. Una fascia di sicurezza non coincide necessariamente con una linea continua e uniforme di occupazione militare. La configurazione effettiva dipende dalla disposizione delle forze, dalla profondità delle posizioni e dall’evoluzione delle operazioni.
Le aree interessate comprendono settori delle regioni ucraine di Sumy e Kharkiv, lungo il confine nordorientale. A differenza di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, queste regioni non figurano tra quelle di cui Mosca ha proclamato l’annessione nel 2022.
È proprio questa differenza a rendere la dichiarazione politicamente significativa.
Zona di sicurezza e annessione: due questioni distinte
Nel linguaggio militare, una zona cuscinetto è un’area destinata a separare forze contrapposte o ad aumentare la distanza tra un confine e le posizioni da cui possono partire attacchi. La sua funzione dichiarata può essere difensiva, ma la sua istituzione all’interno del territorio di un altro Stato pone problemi giuridici e politici che non vengono risolti dalla denominazione utilizzata.
Nel caso ucraino, Mosca presenta la fascia come una misura necessaria alla sicurezza delle proprie regioni di confine. Kiev, dal canto suo, rivendica la sovranità sui territori interessati e considera illegittima la presenza militare russa all’interno dei propri confini internazionalmente riconosciuti.
La creazione di una zona cuscinetto non equivale automaticamente a un’annessione formale. La Russia potrebbe mantenere un controllo militare senza proclamare l’incorporazione amministrativa dei territori. Ciò non elimina, tuttavia, le conseguenze dell’occupazione né modifica il principio secondo cui l’acquisizione di territorio mediante l’uso della forza non è riconosciuta come legittima dal diritto internazionale.
Per un eventuale accordo di pace, la distinzione è tutt’altro che secondaria. Un conto è discutere il ritiro delle truppe da territori rivendicati formalmente da Mosca; un altro è affrontare la presenza russa in aree che il Cremlino definisce necessarie alla propria sicurezza pur senza averne dichiarato l’annessione.
L’annuncio di Putin sembra voler attribuire a queste ultime un carattere permanente o comunque non subordinato all’esito dei negoziati. Non è però possibile dedurre dalle sole dichiarazioni del 16 ottobre quale assetto amministrativo Mosca intenda stabilire nel lungo periodo.
Il significato della parola «non negoziabile»
Nelle trattative internazionali, la definizione di una posizione come non negoziabile può avere funzioni differenti. Può rappresentare una condizione effettiva, che una parte considera indispensabile, oppure costituire un punto di partenza particolarmente rigido, destinato a influenzare il confronto successivo.
Per questo motivo, le parole di Putin non dimostrano che qualsiasi futura trattativa sia impossibile. Segnalano però che il Cremlino intende presentare la zona cuscinetto come un requisito di sicurezza da riconoscere prima ancora di discutere altri aspetti dell’accordo.
Il problema per Kiev è evidente. Accettare l’esclusione di quei territori dal negoziato significherebbe, almeno sul piano pratico, rinunciare a discutere il ripristino del controllo ucraino su una parte delle proprie regioni settentrionali. Una simile impostazione si scontrerebbe con la posizione ucraina sulla sovranità e sull’integrità territoriale.
La questione riguarda anche gli eventuali mediatori. Un processo diplomatico dovrebbe stabilire se la sicurezza delle regioni russe di confine possa essere affrontata attraverso strumenti diversi dall’occupazione di territorio ucraino: meccanismi di verifica, limitazioni concordate alle attività militari, sistemi di monitoraggio o altre forme di garanzia reciproca.
Nessuna di queste ipotesi costituisce, al momento, una soluzione concordata. Rappresentano piuttosto le alternative teoriche che una trattativa dovrebbe esaminare qualora entrambe le parti accettassero di discutere il problema della sicurezza lungo la frontiera.
L’affermazione di Putin restringe pubblicamente quello spazio di confronto.
La sicurezza del confine come obiettivo militare
La scelta di collegare la fascia cuscinetto all’incursione ucraina nella regione di Kursk ha anche una funzione narrativa. Mosca presenta l’avanzata oltre confine come conseguenza di un’esigenza difensiva maturata dopo le operazioni ucraine in territorio russo.
Dal punto di vista militare, allontanare le posizioni avversarie dalla frontiera può ridurre alcune minacce immediate. Non significa, tuttavia, eliminare automaticamente il rischio di attacchi a distanza. Droni, missili e altri sistemi d’arma possono colpire obiettivi situati ben oltre una fascia territoriale di alcune decine di chilometri.
La profondità necessaria a proteggere una determinata area dipende quindi dalle capacità dei sistemi impiegati, dalla disponibilità di difese aeree e dalla natura delle infrastrutture da proteggere. Una zona cuscinetto può modificare le condizioni operative sul terreno, ma non garantisce di per sé quella sicurezza assoluta richiamata dal presidente russo.
Esiste inoltre un problema di possibile estensione del criterio. Se la sicurezza di un confine viene fatta dipendere dal controllo militare di territori situati oltre quel confine, la dimensione della fascia potrebbe diventare oggetto di continue ridefinizioni in funzione delle minacce percepite.
Per questo, un eventuale accordo non dovrebbe limitarsi a stabilire dove si trovino le truppe in un determinato momento. Dovrebbe anche chiarire quali regole impedirebbero successive avanzate giustificate da nuove esigenze di sicurezza.
Un nuovo ostacolo sulla strada della pace
La dichiarazione del 16 ottobre si inserisce in un quadro nel quale le questioni territoriali restano strettamente collegate alle garanzie di sicurezza, al cessate il fuoco e alle condizioni di un possibile accordo.
Per la Russia, la zona cuscinetto viene presentata come uno strumento necessario a prevenire nuove incursioni nelle regioni di confine. Per l’Ucraina, il mantenimento di forze russe nelle aree di Sumy e Kharkiv comporterebbe un’ulteriore limitazione del controllo sul proprio territorio.
La divergenza non riguarda soltanto la valutazione delle minacce militari. Riguarda chi possa stabilire unilateralmente le condizioni di sicurezza e quali conseguenze territoriali possano derivarne.
L’annuncio non permette di stabilire se Mosca intenda trasformare la fascia in una struttura stabile, né se la posizione dichiarata oggi resterà immutata in un eventuale confronto diplomatico. Permette però di individuare una nuova linea pubblica del Cremlino: il controllo di una parte del territorio ucraino viene presentato non come un risultato provvisorio delle operazioni militari, ma come una condizione necessaria alla sicurezza futura della Russia.
È questo il nodo che potrebbe pesare sui prossimi tentativi di negoziato. La questione non è soltanto quanto territorio le forze russe controllino oggi, ma se Mosca intenda trasformare quel controllo in una condizione preliminare per la pace. Finché la sicurezza di una parte verrà definita attraverso la presenza militare sul territorio dell’altra, la distanza tra un cessate il fuoco e un accordo duraturo rischierà di rimanere profonda.
