(AGENPARL) - Roma, 10 Ottobre 2026 - Il presidente degli Stati Uniti suggerisce a Kiev di valutare una nuova leadership politica, accusando Volodymyr Zelensky di non essere riuscito a concludere un’intesa per fermare la guerra. La dichiarazione arriva dopo l’accordo energetico tra Washington e Mosca e mentre i negoziati di Miami si interrompono prima del previsto. Il presidente ucraino denuncia il rischio che le esportazioni russe finanzino nuove armi e ribadisce il rifiuto di cedere il Donbass senza garanzie di sicurezza.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha suggerito pubblicamente che l’Ucraina dovrebbe valutare la possibilità di sostituire Volodymyr Zelensky con un nuovo capo dello Stato capace, a suo giudizio, di raggiungere un accordo per porre fine alla guerra con la Russia.
Secondo le dichiarazioni riportate nel materiale diffuso sabato, Trump ha affermato parlando con i giornalisti sul prato della Casa Bianca: «Suggerisco che trovino un nuovo leader che sappia raggiungere un accordo», aggiungendo che Zelensky, «per qualche ragione, non ci riesce mai».
L’intervento segna un nuovo momento di tensione nei rapporti tra Washington e Kiev. La critica americana non riguarda soltanto le condizioni di un eventuale cessate il fuoco, ma investe direttamente la leadership politica ucraina e la sua capacità di condurre il Paese verso una soluzione negoziata.
Le parole attribuite a Trump arrivano in una fase particolarmente delicata, caratterizzata dal confronto tra Stati Uniti e Russia sulle forniture di gasolio, dalle divergenze con Zelensky sulla politica delle sanzioni e dalle difficoltà incontrate nei colloqui diplomatici di Miami.
Trump: «Quella guerra non sarebbe mai iniziata»
Il presidente americano ha ribadito anche una delle sue posizioni più ricorrenti sulla guerra in Ucraina, sostenendo che il conflitto non sarebbe scoppiato se alla Casa Bianca ci fosse stato lui anziché Joe Biden.
«Quella guerra non sarebbe mai iniziata. Non c’era motivo per cui quella guerra tra Ucraina e Russia dovesse iniziare. È iniziata per incompetenza», ha dichiarato, secondo il resoconto fornito.
Trump ha inoltre criticato Zelensky per le perdite territoriali e umane subite durante la guerra, citando percentuali e cifre particolarmente elevate.
Il messaggio politico, tuttavia, è esplicito: Trump considera necessario un cambiamento nella conduzione dei negoziati e ritiene che l’attuale leadership ucraina non abbia raggiunto i risultati da lui auspicati.
La questione delle elezioni ucraine e della legge marziale
Le dichiarazioni americane riaprono anche il dibattito sulla mancata convocazione delle elezioni presidenziali ucraine previste ordinariamente per il 2024.
Zelensky è stato eletto presidente nel 2019, dopo una precedente carriera nel mondo dello spettacolo e della televisione.
Le elezioni non si sono svolte nel 2024 a causa del quadro giuridico determinato dalla legge marziale, introdotta dopo l’invasione russa.
La normativa ucraina limita lo svolgimento delle consultazioni elettorali durante la legge marziale. A questo si aggiungono difficoltà organizzative particolarmente rilevanti: territori occupati, popolazione sfollata, cittadini rifugiati all’estero, militari impegnati al fronte e rischi per la sicurezza dei seggi.
Zelensky ha sostenuto che organizzare elezioni in tali condizioni comporterebbe problemi logistici, economici e di sicurezza.
Trump ha già contestato in passato l’assenza di elezioni, utilizzando anche espressioni politicamente molto dure nei confronti del presidente ucraino.
Il tema presenta tuttavia una distinzione essenziale: la mancata celebrazione delle elezioni durante la legge marziale non equivale, di per sé, a dimostrare che il presidente abbia assunto il potere al di fuori delle disposizioni costituzionali applicabili.
La questione riguarda piuttosto il rapporto tra continuità delle istituzioni, regole democratiche e condizioni eccezionali di guerra.
Inoltre, l’eventuale scelta di un nuovo presidente spetta alle istituzioni e ai cittadini ucraini secondo le procedure previste dal loro ordinamento, non a una decisione del governo americano.
L’accordo Trump-Putin sul diesel alimenta lo scontro con Kiev
Le nuove dichiarazioni di Trump si collocano poche ore dopo l’annuncio di un accordo con Vladimir Putin sulle forniture di gasolio russo ai mercati internazionali.
Secondo le informazioni diffuse, l’intesa prevede una disponibilità iniziale di circa 300.000 tonnellate di diesel, con ulteriori quantitativi annunciati per i mesi successivi.
Il governo russo ha inoltre comunicato la revoca parziale del divieto di esportazione di gasolio a partire dal 10 ottobre, nell’ambito dell’attuazione degli accordi raggiunti tra i due presidenti.
Il vice primo ministro Alexander Novak ha illustrato un programma di crescita delle esportazioni, indicando 300.000 tonnellate per ottobre, 500.000 per novembre e un milione per dicembre, con la prospettiva di arrivare successivamente a volumi mensili ancora superiori.
La Casa Bianca considera la maggiore disponibilità di diesel uno strumento potenziale per contenere le tensioni sui mercati energetici.
Kiev interpreta invece la scelta americana in maniera opposta.
Per Zelensky, consentire nuove esportazioni russe significa rischiare di aumentare le risorse economiche disponibili per finanziare la guerra.
Zelensky: «Le entrate energetiche russe finanzieranno nuove armi»
In un messaggio pubblicato su X, il presidente ucraino ha criticato l’allentamento delle restrizioni commerciali sui prodotti petroliferi russi.
Secondo Zelensky, gli ulteriori ricavi delle esportazioni potrebbero essere utilizzati da Mosca per acquistare componenti e attrezzature militari, modernizzare i droni Shahed, produrre missili e sostenere il reclutamento di personale destinato al fronte.
Il presidente ucraino ha sostenuto che la Russia sarebbe disposta a concludere la guerra soltanto quando non avesse più la capacità di prolungarla.
Ha inoltre chiesto agli Stati Uniti, all’Europa e agli altri partner di inviare segnali politici chiari a sostegno dell’Ucraina e di mantenere misure capaci di limitare il potenziale bellico russo.
La posizione ucraina si fonda su un principio economico e strategico: le esportazioni energetiche contribuiscono alle entrate russe e, indirettamente, alla capacità finanziaria complessiva dello Stato.
Non è però possibile stabilire automaticamente che ogni ricavo aggiuntivo derivante dal diesel venga destinato integralmente alla produzione militare. La destinazione effettiva delle entrate dipende dai meccanismi fiscali, dalle decisioni di bilancio e dalle attività delle imprese coinvolte.
La divergenza politica resta comunque profonda.
Washington privilegia, in questa fase, l’aumento dell’offerta energetica internazionale.
Kiev teme che la stessa misura possa ridurre la pressione economica esercitata sulla Russia.
Gli attacchi alle raffinerie russe e le richieste americane
Un ulteriore motivo di contrasto riguarda gli attacchi ucraini contro le raffinerie petrolifere russe.
Trump ha affermato che gli Stati Uniti avevano chiesto a Zelensky di interrompere tali operazioni, sostenendo che i danni alla capacità di raffinazione aggravassero la scarsità di diesel sul mercato internazionale.
Secondo una ricostruzione giornalistica diffusa nei giorni precedenti, Washington avrebbe sollecitato ripetutamente Kiev a fermare gli attacchi.
Zelensky avrebbe invece proposto una sospensione reciproca delle operazioni contro le infrastrutture energetiche: stop ucraino agli attacchi alle raffinerie russe in cambio della cessazione degli attacchi russi contro il sistema energetico ucraino.
La differenza tra le due posizioni è sostanziale.
Gli Stati Uniti chiedevano una riduzione delle operazioni che, a loro giudizio, avevano effetti negativi sul mercato mondiale dei carburanti.
L’Ucraina chiedeva che tale riduzione fosse accompagnata da un impegno corrispondente di Mosca.
Una tregua energetica potrebbe costituire una misura iniziale di de-escalation, ma richiederebbe obblighi chiari e verificabili per entrambe le parti.
Miami, i colloqui si interrompono prima del previsto
Lo scontro pubblico tra Trump e Zelensky coincide con le difficoltà emerse nei negoziati diplomatici a Miami.
Secondo le informazioni riportate, rappresentanti ucraini ed europei avevano avviato venerdì incontri con negoziatori americani, tra cui l’inviato Steve Witkoff.
I colloqui avrebbero dovuto proseguire anche sabato.
L’ufficio presidenziale ucraino ha invece comunicato che la delegazione di Kiev era già in viaggio verso casa.
La conclusione anticipata degli incontri non dimostra necessariamente la rottura definitiva del negoziato, ma segnala la complessità della fase diplomatica.
Al centro delle discussioni restano le condizioni territoriali di un eventuale accordo, le garanzie di sicurezza per l’Ucraina e il ruolo degli Stati Uniti e degli alleati europei nell’attuazione di una possibile intesa.
Le dichiarazioni di Trump sulla necessità di una nuova leadership ucraina rischiano di aggiungere un ulteriore elemento di tensione politica a un confronto già difficile.
Il Donbass resta il nodo centrale della trattativa
Uno dei principali ostacoli a un accordo riguarda il futuro del Donbass.
Secondo le posizioni attribuite al Cremlino, Mosca chiede che l’Ucraina rinunci al controllo dell’intera area rivendicata dalla Russia, comprese porzioni di territorio che non risultano sotto il controllo militare russo.
Zelensky si oppone a una cessione territoriale di questo tipo.
La posizione ucraina è legata al timore che il trasferimento di territori strategicamente rilevanti possa consentire alla Russia di consolidare le proprie posizioni e preparare nuove operazioni militari.
Per Mosca, invece, il riconoscimento delle proprie richieste territoriali viene presentato come una delle condizioni fondamentali per raggiungere un accordo.
Il contrasto non è soltanto geografico.
Riguarda il diritto internazionale, la sovranità ucraina, il futuro assetto delle frontiere e la credibilità delle garanzie di sicurezza.
Un cessate il fuoco può interrompere i combattimenti, ma non risolve automaticamente le controversie territoriali e politiche che hanno alimentato la guerra.
Washington può chiedere un accordo, ma la leadership ucraina resta una questione interna
Il suggerimento di Trump di individuare un nuovo presidente introduce un problema diplomatico distinto da quello dei negoziati di pace.
Gli Stati Uniti possono esprimere giudizi politici sulla conduzione della guerra e sulle prospettive di un accordo.
Possono condizionare le proprie scelte di politica estera, il sostegno economico e militare e il ruolo negoziale che intendono svolgere, ma la scelta della leadership ucraina appartiene al sistema costituzionale e politico dell’Ucraina.
La distinzione è fondamentale anche per la credibilità di un eventuale processo diplomatico.
Un accordo di pace deve essere negoziato da rappresentanti che dispongano dell’autorità necessaria per assumere impegni e attuarli.
Il problema delle elezioni in tempo di guerra richiede dunque una soluzione giuridica e politica che tenga conto della sicurezza, della partecipazione dei cittadini e delle regole democratiche.
Una pace sostenibile richiede più di un cambio di presidente
La posizione di Trump si fonda sull’idea che un diverso interlocutore ucraino possa rendere più semplice la conclusione di un accordo.
Anche un nuovo presidente dovrebbe confrontarsi con gli stessi problemi strutturali: il controllo dei territori, la sicurezza delle frontiere, le richieste russe, le aspettative della popolazione ucraina e le garanzie offerte dagli alleati.
La questione decisiva resta quindi il contenuto dell’accordo.
Quali territori sarebbero interessati?
Quali impegni assumerebbe la Russia?
Quali garanzie riceverebbe l’Ucraina?
Quali meccanismi internazionali controllerebbero il rispetto delle condizioni?
E quali conseguenze sarebbero previste in caso di nuove violazioni?
Senza risposte credibili, il rischio è che una tregua si trasformi soltanto in una pausa temporanea delle ostilità.
Trump aumenta la pressione su Zelensky, mentre la pace resta legata alle condizioni dell’accordo
Le dichiarazioni del presidente americano segnano un ulteriore irrigidimento del confronto politico con Zelensky.
Trump non si limita a criticare le decisioni militari ucraine o le posizioni negoziali di Kiev.
Suggerisce apertamente che l’Ucraina dovrebbe prendere in considerazione un nuovo presidente capace, secondo il suo giudizio, di raggiungere un’intesa.
La posizione americana emerge mentre Washington e Mosca annunciano una cooperazione sulle forniture di diesel e mentre i colloqui diplomatici incontrano nuove difficoltà.
Per Zelensky, l’accordo energetico rischia di rafforzare economicamente la Russia.
Per Trump, il prolungamento della guerra e gli attacchi alle infrastrutture petrolifere russe contribuiscono ad aggravare costi economici e tensioni internazionali.
Le due prospettive riflettono priorità differenti, che il negoziato dovrà necessariamente affrontare.
La fine della guerra dipenderà soltanto dalla disponibilità di un leader a firmare un accordo. Dipenderà anche e soprattutto dall’esistenza di condizioni che entrambe le parti possano accettare e che risultino sostenibili nel tempo.
Il futuro politico di Zelensky ormai è al capolinea. E la questione riguarda le istituzioni e i cittadini ucraini.
Il futuro della pace, invece, richiede un’intesa capace di affrontare i nodi territoriali, militari e diplomatici ancora irrisolti.
Ed è su questi contenuti e sul nome del presidente chiamato a negoziare, che si misurerà la possibilità di una conclusione duratura del conflitto.
