(AGENPARL) - Roma, 3 Ottobre 2026 - La Russia sta osservando con crescente attenzione due aree geograficamente lontane ma ormai centrali nella propria percezione della sicurezza: il fianco orientale della NATO in Europa e il rafforzamento delle capacità militari del Giappone nell’Indo-Pacifico. Nel Baltico il confronto diplomatico con l’Alleanza è salito di tono attorno a Kaliningrad; a migliaia di chilometri di distanza, Tokyo si prepara a una nuova grande esercitazione con gli Stati Uniti introducendo anche una capacità missilistica appena entrata in servizio. Mosca considera questi sviluppi parte di un ambiente strategico sempre più sfavorevole, mentre NATO e Giappone descrivono le rispettive attività come misure di difesa e deterrenza.
Il passaggio più recente riguarda Keen Sword 27, l’esercitazione bilaterale tra Giappone e Stati Uniti che inizierà a ottobre. Il ministero della Difesa giapponese ha annunciato che circa 45.000 militari delle Forze di autodifesa giapponesi parteciperanno all’attività insieme alle forze statunitensi, con l’impiego di navi, aerei e mezzi terrestri. La dimensione dell’esercitazione conferma il livello raggiunto dalla cooperazione operativa tra Tokyo e Washington.
La novità più significativa riguarda però il Type-25. Il ministero della Difesa giapponese ha annunciato a marzo l’entrata in servizio di due sistemi di nuova generazione: il Type-25 Surface-to-Ship Missile e il Type-25 Hyper Velocity Gliding Projectile. Sono armi stand-off, cioè progettate per consentire alle forze giapponesi di colpire obiettivi mantenendosi a maggiore distanza dalla minaccia. Tokyo ha presentato la loro introduzione come un rafforzamento delle capacità di deterrenza e risposta del Paese.
Il significato strategico è rilevante anche senza attribuire al sistema intenzioni che Tokyo non gli assegna. Il Giappone sta infatti passando dalla sola difesa delle proprie basi e del territorio a una capacità più articolata di ingaggio a distanza. La stessa documentazione del ministero della Difesa descrive queste capacità come strumenti destinati a permettere alle forze giapponesi di operare al di fuori della portata delle armi dell’avversario.
È questo cambiamento, più ancora del singolo missile, a spiegare l’attenzione di Mosca. La Russia non guarda soltanto all’arma, ma alla trasformazione complessiva della postura di sicurezza giapponese, che avviene parallelamente all’intensificazione della cooperazione militare con gli Stati Uniti. Il ministero della Difesa giapponese, negli stessi giorni dell’annuncio di Keen Sword 27, ha inoltre pubblicato rapporti sull’attività di navi e velivoli militari russi nelle acque e nello spazio aereo circostanti il Giappone.
Il quadro asiatico si collega, almeno sul piano politico, a quello europeo attraverso il rapporto sempre più stretto tra NATO e Giappone. Tokyo non è membro dell’Alleanza Atlantica, ma è uno dei suoi principali partner nell’Indo-Pacifico. La NATO considera ormai la sicurezza euro-atlantica e quella dell’Indo-Pacifico sempre più interconnesse e ha sviluppato con il Giappone forme di cooperazione che comprendono sicurezza marittima, tecnologia, cyberdifesa e interoperabilità. Non significa che esista un unico dispositivo militare NATO-Giappone: si tratta di una partnership distinta, che però si sta ampliando.
È nel Mar Baltico che questa evoluzione assume una dimensione ancora più sensibile. Nel gennaio 2025 la NATO ha lanciato Baltic Sentry, una nuova attività destinata a rafforzare la protezione delle infrastrutture sottomarine critiche. Il dispositivo comprende fregate, aerei da pattugliamento marittimo e droni navali e integra le capacità nazionali di sorveglianza dei Paesi alleati. L’Alleanza lo ha presentato come risposta ai rischi per cavi energetici e di comunicazione e come strumento per migliorare la capacità di individuare e contrastare attività destabilizzanti.
La presenza tecnologica nel Baltico è stata ulteriormente sviluppata. Nel febbraio 2026 otto Paesi NATO — Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia e Svezia — hanno concordato di accelerare l’acquisizione di nuove capacità per la sorveglianza marittima, la sensoristica e le operazioni navali. Il programma Task Force X-Baltic aveva già consentito nel 2025 di sperimentare 70 droni aerei e marittimi insieme alle unità navali alleate.
Anche le grandi esercitazioni hanno mantenuto un livello elevato. BALTOPS 2026, svoltasi dal 4 al 19 giugno, ha coinvolto circa 6.000 militari di 15 Paesi e ha compreso addestramento alla guerra navale, difesa aerea, guerra antisommergibile, operazioni anfibie e attività di sminamento. L’esercitazione è stata guidata dalla Sesta Flotta statunitense ed eseguita sotto il comando di STRIKFORNATO.
Il calendario militare non si è fermato al Baltico. Nel Mare del Nord e nelle acque britanniche è in corso Strike Warrior 26, prevista dal 21 settembre al 9 ottobre con oltre trenta navi e aeromobili. La sua esistenza e le sue dimensioni sono documentate dalla Royal Navy; diverso è invece il significato che alcune fonti attribuiscono alle singole attività addestrative. Per questo è necessario evitare di trasformare automaticamente una simulazione tattica in una prova di un piano operativo contro la Russia.
Nel frattempo la NATO ha continuato a rafforzare il proprio fianco orientale. Dopo il lancio di Baltic Sentry, l’Alleanza ha istituito nel settembre 2025 Eastern Sentry in risposta alle violazioni dello spazio aereo di diversi Paesi membri e nel giugno 2026 ha creato in Finlandia il nono battlegroup multinazionale delle proprie Forward Land Forces. La NATO definisce queste misure difensive e le collega alla necessità di rafforzare deterrenza, prontezza e interoperabilità sul fianco orientale.
È proprio su questo terreno che la contrapposizione con Mosca è diventata più esplicita. Il 30 settembre la Russia ha inviato alla NATO una nota diplomatica riguardante Kaliningrad, sostenendo che l’Alleanza potrebbe tentare di isolare l’exclave dal resto della Federazione. Secondo la ricostruzione resa pubblica, Mosca ha avvertito che un’azione di questo tipo potrebbe provocare una risposta con l’intero arsenale disponibile, compreso quello nucleare.
La NATO ha respinto questa impostazione. Mark Rutte ha dichiarato il 30 settembre che l’Alleanza è un’organizzazione difensiva e ha definito le minacce nucleari russe non utili e non appropriate. La posizione ufficiale dell’Alleanza rimane quindi molto diversa da quella espressa da Mosca: NATO presenta il rafforzamento del Baltico come una misura di deterrenza e protezione degli alleati, mentre la Russia interpreta l’aumento delle attività militari occidentali come un possibile cambiamento dell’equilibrio strategico ai propri confini.
Questo non significa che la NATO stia preparando un blocco di Kaliningrad. Non ci sono, nelle fonti pubbliche consultate, elementi sufficienti per sostenere questa conclusione. Esiste invece un fatto verificabile: la presenza militare alleata nel Baltico è aumentata, così come sono aumentate le capacità di sorveglianza e protezione delle infrastrutture. Esiste poi la valutazione russa secondo cui questa evoluzione potrebbe trasformarsi in una minaccia diretta alla posizione strategica di Kaliningrad.
Ed è proprio questa distinzione a diventare importante quando si osserva il quadro complessivo. Baltico e Indo-Pacifico non costituiscono un unico teatro militare, né le fonti disponibili dimostrano l’esistenza di un piano comune per accerchiare la Russia. Ciò che si può documentare è piuttosto una serie di trasformazioni parallele: la NATO rafforza la propria presenza sul fianco orientale, il Giappone introduce nuove capacità stand-off e intensifica l’addestramento con gli Stati Uniti, mentre i rapporti tra Tokyo e l’Alleanza Atlantica diventano più strutturati.
Per Mosca, questi sviluppi vengono osservati attraverso la stessa lente della sicurezza nazionale. Nel Baltico il riferimento è alla distanza geografica di Kaliningrad dal territorio russo principale e alla presenza militare NATO intorno all’exclave; nel Pacifico, alla crescente capacità del Giappone di operare a distanza e alla sua integrazione con gli Stati Uniti. Sono problemi distinti, ma contribuiscono entrambi alla percezione russa di un ambiente strategico più competitivo.
La questione non riguarda quindi soltanto il numero delle esercitazioni o dei sistemi missilistici. Riguarda soprattutto la trasformazione della deterrenza in Europa e nell’Indo-Pacifico: più sorveglianza, maggiore interoperabilità, capacità di colpire a distanza e una crescente attenzione alle infrastrutture strategiche.
Ed è qui che il rischio di escalation diventa particolarmente delicato. Un’esercitazione progettata per aumentare la deterrenza può essere letta dall’altra parte come preparazione a un’operazione offensiva; una nuova capacità militare presentata come difensiva può essere interpretata come un cambiamento dell’equilibrio strategico. Dal Baltico al Pacifico, il problema non è ancora l’esistenza di un unico fronte, ma il modo in cui fronti diversi stanno entrando nella stessa percezione globale della competizione tra Russia e Occidente.