(AGENPARL) - Roma, 1 Ottobre 2026 - I mutamenti sociali in atto e la crisi profonda che attraversa l’Europa e, più in generale, il mondo occidentale, sembrano suggerire una domanda difficile da eludere: siamo alla vigilia di una nuova “catarsi” politica?
Non una semplice alternanza di governi o di partiti, ma un processo più profondo: una sorta di liberazione collettiva da una sofferenza ormai divenuta evidente, da un senso di impotenza e di sfiducia che attraversa le società contemporanee. Una purificazione, se vogliamo usare una parola antica. Oppure, più semplicemente, la necessità di un rinnovamento morale e civile.
La parola “catarsi” è uno dei concetti più affascinanti della storia della cultura occidentale. Il termine nasce nell’antichità e attraversa ambiti diversi: quello religioso, quello medico, quello filosofico e, in epoca moderna, quello della psicanalisi.
Nei culti misterici la purificazione del corpo e dell’anima poteva passare attraverso danze, musica e rituali capaci di liberare l’individuo dalle proprie inquietudini e dalle proprie colpe. Per i medici della tradizione ippocratica, invece, la katharsis aveva un significato molto più concreto: era l’eliminazione dal corpo di ciò che veniva considerato nocivo, un processo necessario per ristabilire l’equilibrio e la salute.
In entrambi i casi, tuttavia, il significato profondo rimane sorprendentemente attuale: liberarsi di qualcosa che impedisce di stare bene per poter ritrovare un nuovo equilibrio.
È forse per questo che il termine è entrato anche nel linguaggio politico.
In Italia, già nei primi anni Novanta, la stagione di Mani Pulite fu interpretata da parte del dibattito pubblico e degli studiosi come una sorta di catarsi collettiva. La crisi della Prima Repubblica travolse partiti e protagonisti che per decenni avevano rappresentato il sistema politico italiano, aprendo una fase completamente nuova.
Ma la storia dimostra che le grandi catarsi non nascono dal nulla.
Le depressioni economiche, i periodi successivi alle guerre, le crisi finanziarie, le profonde trasformazioni sociali e le rotture degli equilibri consolidati possono costringere una società a interrogarsi sui propri valori e sulle proprie istituzioni.
Quando il disagio diventa troppo grande, ciò che prima sembrava inevitabile può improvvisamente apparire intollerabile.
È allora che possono emergere movimenti di protesta, richieste di trasparenza, domande di partecipazione, invocazioni di onestà e di ricambio della classe dirigente. La società avverte che qualcosa si è spezzato e che non è più sufficiente cambiare qualche volto: occorre, almeno nella percezione collettiva, cambiare il modo stesso in cui il potere viene esercitato.
Alcuni analisti hanno letto la storia politica come una successione di fasi di consolidamento, stagnazione e crisi, alle quali seguono momenti di forte rinnovamento. La catarsi si manifesterebbe proprio quando la distanza tra la cosiddetta “società civile” e il “palazzo” diventa troppo grande per essere ignorata.
Ma qui emerge il punto più delicato: una crisi non produce necessariamente una trasformazione.
Un momento percepito come catartico può infatti limitarsi a sostituire una classe politica con un’altra, modificare le regole formali e lasciare sostanzialmente intatte le dinamiche profonde del potere.
La storia, del resto, conosce molte rivoluzioni che hanno cambiato i protagonisti senza cambiare davvero la natura del sistema.
Per questo la catarsi politica non dovrebbe essere intesa semplicemente come la caduta di ciò che esiste, ma come la capacità di costruire qualcosa di diverso dopo quella caduta.
Ed è proprio qui che il concetto diventa interessante per il nostro presente: siamo davanti ad una nuova catarsi?
Oppure stiamo semplicemente attraversando una delle tante crisi cicliche della storia, destinata a produrre nuovi protagonisti, nuove parole d’ordine e nuovi equilibri, senza intaccare le cause profonde del malessere?
Forse la vera catarsi non è quella che abbatte un sistema, ma quella che costringe una società a cambiare se stessa.
E allora la domanda non è soltanto quando arriverà la prossima catarsi.
La domanda, molto più inquietante, è un’altra: quando arriverà, saremo in grado di riconoscerla e di trasformarla in un nuovo inizio, invece di limitarci a cambiare i nomi del vecchio mondo?
