(AGENPARL) - Roma, 30 Settembre 2026 - La rincorsa dell’Occidente nel nuovo nucleare passa dal Canada. A Darlington, in Ontario, è in costruzione il primo Small Modular Reactor (SMR) di nuova generazione destinato a entrare in funzione in un Paese del G7. È un progetto osservato con grande attenzione dall’intera industria energetica internazionale, perché potrebbe rappresentare il banco di prova decisivo per capire se i piccoli reattori modulari riusciranno davvero a trasformare il mercato nucleare.
Il protagonista è il BWRX-300, sviluppato da GE Vernova Hitachi Nuclear Energy: un reattore ad acqua bollente da circa 300 megawatt, concepito per essere più piccolo e meno complesso rispetto alle grandi centrali tradizionali. La costruzione del primo esemplare a Darlington è iniziata nel maggio 2025 e il completamento è previsto entro la fine del decennio, con il collegamento alla rete programmato entro il 2030.
Il progetto non si fermerà a una sola unità. Ontario Power Generation prevede la realizzazione di quattro BWRX-300, per una potenza complessiva di 1.200 megawatt, sufficiente, secondo le autorità dell’Ontario, ad alimentare circa 1,2 milioni di abitazioni. Il budget complessivo approvato per il programma Darlington New Nuclear Project è di 20,9 miliardi di dollari canadesi e comprende preparazione del sito, progettazione, ingegneria e costruzione dei quattro reattori.
La sfida dei piccoli reattori
L’idea alla base degli SMR è quella di superare uno dei principali problemi che hanno frenato il nucleare occidentale negli ultimi decenni: dimensioni enormi degli impianti, investimenti iniziali molto elevati e tempi di costruzione difficili da controllare.
I mini-reattori puntano invece sulla standardizzazione. Componenti e moduli possono essere realizzati in serie, assemblati più rapidamente e replicati in diversi siti. Il BWRX-300, in particolare, deriva dalla consolidata tecnologia dei reattori ad acqua bollente, ma punta a ridurre il numero dei componenti, la complessità degli impianti e la quantità delle opere necessarie.
GE Vernova Hitachi indica, per le unità successive alla prima, un obiettivo di costruzione compreso tra 24 e 36 mesi dal primo getto di calcestruzzo nucleare al momento in cui l’impianto sarà pronto per il caricamento del combustibile. È però un obiettivo industriale che dovrà essere verificato sul campo: proprio il cantiere canadese servirà a capire se la promessa di tempi e costi più prevedibili potrà essere mantenuta.
Russia e Cina sono arrivate prima
Sul terreno degli SMR l’Occidente non parte in testa. Russia e Cina hanno già portato in esercizio progetti appartenenti alla famiglia dei piccoli reattori modulari.
La Russia utilizza due piccoli reattori KLT-40S installati sulla centrale nucleare galleggiante Akademik Lomonosov, operativa a Pevek, nell’Estremo Oriente artico. La Cina ha invece sviluppato l’HTR-PM, un impianto modulare ad alta temperatura raffreddato a gas.
Darlington rappresenta quindi un passaggio differente: il tentativo dell’industria nucleare nordamericana di portare su scala commerciale un modello standardizzato, replicabile e inseribile nelle grandi reti elettriche occidentali.
La vera partita degli SMR, infatti, non si gioca soltanto sulle dimensioni. Si gioca sulla possibilità di trasformare la costruzione di una centrale nucleare da grande opera quasi artigianale a processo industriale seriale, nel quale lo stesso progetto possa essere riprodotto più volte con costi e tempi progressivamente più controllabili.
Anche gli Stati Uniti accelerano
Il progetto canadese non è più isolato. Negli Stati Uniti lo stesso BWRX-300 è diventato uno dei riferimenti della nuova strategia nucleare, con il progetto della Tennessee Valley Authority nel sito di Clinch River, in Tennessee.
Si sta così delineando una possibile filiera nordamericana attorno allo stesso modello di reattore. Per l’industria questo elemento è cruciale: la convenienza economica degli SMR dipende in larga misura dalla possibilità di realizzare numerose unità uguali, evitando di progettare ogni centrale come un esemplare unico.
Se Canada e Stati Uniti riusciranno a costruire una vera serie industriale, il vantaggio non sarà soltanto tecnologico. Potrebbe nascere una catena di fornitura comune, con componenti standardizzati, personale specializzato, procedure autorizzative progressivamente consolidate e una riduzione dei rischi associati alla costruzione.
Non solo SMR: la Germania torna a investire sulla ricerca nucleare
Il cambiamento di clima nei confronti dell’energia nucleare non riguarda soltanto il Nord America. Anche in Germania, il Paese che ha completato l’uscita dalla produzione commerciale di elettricità attraverso la fissione, si assiste a una crescente attenzione verso un’altra frontiera: la fusione nucleare.
È quanto emerge da un reportage della Frankfurter Allgemeine Zeitung dedicato alle attività del Karlsruhe Institute of Technology (KIT). Nel grande centro di ricerca tedesco si lavora sulla fusione da oltre trent’anni. Negli anni Novanta è stato creato un laboratorio per il trizio e sono iniziate le ricerche sulle basi tecnologiche del futuro ciclo del combustibile, basato sugli isotopi dell’idrogeno deuterio e trizio. Nella fusione, sottoposti a temperature dell’ordine dei 150 milioni di gradi, questi nuclei possono fondersi formando elio e liberando grandi quantità di energia. FAZ atomo
Il punto è importante perché rivela un cambiamento politico e industriale più ampio. Dopo anni nei quali la ricerca sulla fusione era rimasta ai margini del dibattito energetico tedesco, la crisi energetica europea e le conseguenze geopolitiche dell’invasione russa dell’Ucraina hanno riportato in primo piano il tema dell’autonomia tecnologica ed energetica.
Al KIT si lavora in particolare su alcuni dei problemi più difficili che un futuro reattore a fusione dovrebbe risolvere: il ciclo del trizio, i materiali sottoposti al bombardamento neutronico, la resistenza delle strutture e la necessità di individuare materiali affidabili, economicamente sostenibili e caratterizzati da una bassa attivazione radioattiva. FAZ atomo
Uno dei ricercatori citati dalla FAZ, Stefan Kirchlechner, direttore dell’Istituto per la ricerca applicata sui materiali del KIT, prospetta uno scenario molto ambizioso: se lo sviluppo procedesse nelle condizioni migliori, intorno al 2040 potrebbe essere possibile mettere in funzione un prototipo di centrale a fusione con una potenza dell’ordine di un gigawatt. Si tratta, naturalmente, di un obiettivo di ricerca e non della previsione di un impianto commerciale già programmato. FAZ atomo
Fusione e rinnovabili, non necessariamente alternative
Un altro aspetto significativo del dibattito tedesco riguarda il rapporto tra fusione e fonti rinnovabili.
Nel reportage della FAZ, la ministra della Scienza del Baden-Württemberg Petra Olschowski sottolinea come la politica della ricerca debba necessariamente guardare in avanti: saranno necessarie nuove soluzioni per la produzione di energia, anche considerando le esigenze delle industrie ad alto consumo elettrico e il mutamento degli equilibri geopolitici.
Ma la ricerca sulla fusione non viene presentata necessariamente come alternativa all’eolico o al solare. La stessa discussione riportata dal quotidiano tedesco insiste sulla necessità di continuare contemporaneamente lo sviluppo delle rinnovabili e delle tecnologie di accumulo. La fusione, qualora diventasse industrialmente disponibile, potrebbe soprattutto offrire in futuro una produzione elettrica continua per grandi attività industriali che richiedono energia ventiquattr’ore su ventiquattro. FAZ atomo
È un punto decisivo. Il dibattito energetico sta progressivamente abbandonando l’idea che una sola tecnologia possa risolvere tutto. Rinnovabili, accumuli, reti, nucleare da fissione e, in una prospettiva più lontana, fusione potrebbero svolgere funzioni differenti all’interno dello stesso sistema.
La corsa tecnologica con la Cina
Dietro la ricerca sulla fusione c’è poi una questione esplicitamente geopolitica.
Kirchlechner richiama l’attenzione sull’accelerazione cinese. Secondo quanto riportato dalla FAZ, la Cina conduce da anni un programma di ricerca estremamente ambizioso, con importanti infrastrutture nell’area di Hefei e investimenti considerevoli. L’obiettivo indicato nel reportage è arrivare intorno al 2050 a una prima utilizzazione commerciale della fusione. FAZ atomo
Per l’Europa il problema non è quindi soltanto stabilire quale tecnologia energetica utilizzare tra venti o trent’anni. È decidere se possedere oppure no le conoscenze scientifiche, industriali e materiali necessarie per costruirla.
La vicenda ricorda da vicino quella degli SMR.
Canada e Stati Uniti tentano di recuperare terreno nella fissione attraverso piccoli reattori standardizzati. Germania ed Europa cercano contemporaneamente di non restare indietro sulla fusione. In entrambi i casi la tecnologia energetica torna a essere considerata anche una questione di autonomia strategica.
Il ritorno dell’atomo
Il nuovo interesse verso il nucleare arriva mentre la domanda mondiale di elettricità cresce, l’elettrificazione si estende ai trasporti e all’industria e i sistemi energetici cercano fonti capaci di produrre energia in modo continuo e con basse emissioni di carbonio.
La corsa all’intelligenza artificiale e ai data center aggiunge un ulteriore elemento. Le nuove infrastrutture digitali richiedono grandi quantità di elettricità stabile e disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro. È una caratteristica che ha riportato il nucleare al centro delle strategie energetiche di diversi Paesi e di importanti imprese tecnologiche.
Gli SMR potrebbero offrire una strada alternativa ai giganteschi impianti da oltre mille megawatt, permettendo di aggiungere capacità nucleare in maniera più graduale, adattandola alle esigenze delle reti elettriche e, almeno in teoria, riducendo l’esposizione finanziaria associata a ogni singolo progetto.
La fusione si colloca invece su un orizzonte molto più lontano e incerto. Il reportage tedesco non nasconde che il percorso sarà ancora lungo e costoso: secondo le valutazioni riportate, per arrivare a un utilizzo commerciale potrebbero essere necessari ancora diversi decenni. Ma proprio per questo i ricercatori sostengono che le decisioni sugli investimenti debbano essere prese oggi. FAZ atomo
La prova sarà economica
Per gli SMR, però, la prova decisiva è già cominciata.
E non sarà soltanto tecnologica.
Sarà soprattutto economica.
Se Darlington verrà completata nei tempi previsti e senza una significativa esplosione dei costi, il BWRX-300 potrà diventare un modello replicabile in molti altri Paesi. Se invece il progetto dovesse incontrare gli stessi problemi di ritardi e aumenti della spesa che hanno caratterizzato diversi grandi progetti nucleari occidentali, la promessa degli SMR dovrà essere ridimensionata.
Per questo il cantiere canadese vale molto più dei suoi 300 megawatt.
È uno dei luoghi nei quali l’Occidente sta cercando di dimostrare che una nuova stagione dell’energia nucleare può essere costruita non soltanto con reattori più piccoli, ma con un diverso modo di progettare, finanziare e realizzare le centrali.
E mentre il Canada costruisce il suo primo SMR, nei laboratori tedeschi si lavora su materiali, trizio e tecnologie destinate a una generazione di reattori che ancora non esiste.
Sono due orizzonti temporali molto differenti, ma raccontano la stessa trasformazione: l’energia nucleare è tornata a essere non soltanto una questione energetica, ma una competizione industriale, scientifica e geopolitica.
Chi disporrà delle tecnologie, delle filiere produttive e delle competenze necessarie non controllerà soltanto una fonte di energia. Avrà anche una posizione privilegiata nella costruzione del sistema energetico della seconda metà del XXI secolo.
