(AGENPARL) - Roma, 29 Settembre 2026 - L’India potrebbe diventare nel lungo periodo uno dei principali poli alternativi alla Cina nella costruzione navale. Non è una previsione sul breve periodo, né una prospettiva che possa essere realizzata soltanto aumentando la produzione dei cantieri. Per Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e CEO di Fincantieri, la partita riguarda soprattutto ingegneria, competenze industriali, filiere e capacità di progettare e sviluppare nuove tecnologie.
È questo il quadro emerso da un colloquio con ThePrint, nel momento in cui la cantieristica navale torna ad assumere un peso strategico nelle principali economie mondiali. Gli Stati Uniti stanno cercando di ricostruire una propria capacità industriale nel settore, l’Europa sta rivalutando un comparto rimasto per anni ai margini delle grandi strategie industriali e l’India punta ad ampliare sia la propria flotta militare sia quella commerciale.
Sullo sfondo c’è soprattutto l’espansione della Cina, che negli ultimi anni ha consolidato una posizione dominante nella costruzione navale mondiale. Per Nuova Delhi, questo rappresenta anche uno stimolo ad accelerare lo sviluppo di una capacità nazionale che non si limiti alla costruzione su licenza, ma comprenda progettazione, produzione, manutenzione e sviluppo tecnologico.
«Questa è l’era della costruzione navale», ha osservato Folgiero, indicando nell’India un Paese particolarmente importante per Fincantieri. La sua posizione geografica, affacciata sull’Oceano Indiano, la necessità di rafforzare le flotte sulle coste orientali e occidentali e la crescente centralità del Paese nelle rotte tra Indo-Pacifico e Mediterraneo fanno dell’India qualcosa di più di un semplice mercato.
Per l’industria italiana ed europea può diventare un partner con cui costruire una capacità produttiva condivisa.
Fincantieri ha già alle spalle circa quindici anni di collaborazione con l’industria navale indiana. I rapporti hanno coinvolto anche componenti complessi dei sistemi di propulsione, mentre la controllata WASS ha ottenuto un contratto superiore ai 200 milioni di euro per la fornitura dei siluri Black Shark Advanced destinati ai sei sottomarini della classe Scorpène della Marina indiana.
Ora l’obiettivo indicato da Folgiero è andare oltre la semplice localizzazione produttiva. Il passo successivo dovrebbe essere rappresentato da un vero hub di ingegneria in India, capace di coinvolgere tecnici e progettisti locali già nelle prime fasi dei programmi navali.
La differenza è sostanziale. Produrre localmente determinati componenti significa trasferire una parte della catena industriale; partecipare alla progettazione significa invece costruire competenze che possono diventare progressivamente autonome. È il passaggio dalla produzione alla capacità di concepire una nave, svilupparne i sistemi e contribuire alle decisioni tecnologiche che ne determinano il funzionamento.
Secondo Folgiero, l’India dispone sia del capitale umano sia delle competenze ingegneristiche necessarie per compiere questo salto. Ma il percorso non sarebbe privo di difficoltà. Il mercato indiano, ha spiegato, non è un sistema nel quale un’impresa straniera possa semplicemente entrare e replicare modelli già sperimentati altrove. La dimensione del Paese implica una rete articolata di cantieri, fornitori, autorità pubbliche e interlocutori industriali, con procedure e sistemi contrattuali che richiedono una conoscenza specifica.
Per Fincantieri, dunque, la costruzione di una presenza stabile in India passa anche dalla capacità di comprendere questo ecosistema e di sviluppare rapporti industriali destinati a durare.
Ma la trasformazione della cantieristica non riguarda soltanto la capacità di costruire più navi. Secondo Folgiero, il settore sta entrando in una fase nella quale lo scafo rappresenta soltanto una parte di sistemi molto più complessi.
Le navi militari stanno diventando vere e proprie piattaforme capaci di operare insieme a sistemi autonomi in superficie, sott’acqua e nelle profondità marine. Droni e veicoli senza equipaggio possono essere utilizzati per ampliare le capacità di sorveglianza e intervento, ma la loro integrazione richiede nuove tecnologie di comunicazione, elettronica e comando.
È una trasformazione che porta la competizione anche sotto la superficie del mare. Cavi sottomarini, infrastrutture energetiche, porti e collegamenti strategici rendono infatti il dominio subacqueo sempre più importante per la sicurezza degli Stati. In questo campo India e Fincantieri potrebbero trovare nuovi spazi di collaborazione, insieme alle tecnologie digitali e ai sistemi di propulsione.
Il secondo grande cambiamento riguarda proprio il “cervello” della nave. La digitalizzazione e l’intelligenza artificiale stanno aumentando il peso del software nei sistemi navali, modificando il modo in cui le imbarcazioni raccolgono informazioni, elaborano dati e prendono decisioni operative.
Il terzo riguarda invece il “cuore”, cioè la propulsione. La decarbonizzazione sta spingendo la ricerca verso nuove soluzioni energetiche, mentre in campo militare torna anche il dibattito sull’impiego dell’energia nucleare per alcune tipologie di piattaforme.
Sono tre trasformazioni che, secondo la visione di Fincantieri, possono convergere nel rapporto con l’India: ingegneria, digitalizzazione e propulsione, insieme alla crescente importanza delle tecnologie subacquee.
Tutto questo richiede però tempi lunghi. La costruzione navale è un’industria ad alta intensità di capitale e di lavoro, nella quale il know-how non può essere creato attraverso un singolo investimento o un annuncio governativo. Le competenze si accumulano attraverso l’esperienza, la formazione e anche attraverso gli errori commessi nei programmi precedenti.
È per questo che Folgiero insiste sulla necessità che il trasferimento tecnologico sia pensato come un processo permanente. Fincantieri ha sviluppato nel tempo una presenza industriale anche negli Stati Uniti, in Vietnam, Romania e Norvegia, seguendo una logica di investimento duraturo piuttosto che di operazioni limitate a singoli contratti.
L’India rappresenta ora un’altra possibile tappa di questa strategia.
Il contesto è anche quello di una crescente cooperazione tra Roma e Nuova Delhi sul fronte della difesa. I due Paesi hanno definito un piano di cooperazione militare bilaterale per il 2026-27 e, parallelamente, le relazioni industriali nel settore navale stanno diventando parte di un rapporto più ampio.
In questo scenario si inserisce anche l’India-Middle East-Europe Economic Corridor, il corridoio economico tra India, Medio Oriente ed Europa. Per Folgiero, l’IMEC potrebbe contribuire a rafforzare il legame tra l’India e il continente europeo, ma la sua realizzazione resta condizionata dalla situazione geopolitica del Medio Oriente.
Il punto, però, va oltre il singolo corridoio commerciale. La crescente instabilità internazionale sta modificando il modo in cui governi e imprese valutano le catene di approvvigionamento, soprattutto nei settori strategici come difesa ed energia. La vecchia logica di una globalizzazione basata principalmente sull’efficienza dei costi lascia spazio a una maggiore attenzione alla sicurezza delle forniture e alla capacità di produrre componenti essenziali all’interno di reti considerate affidabili.
È in questo passaggio che Fincantieri vede l’opportunità indiana.
L’India dispone di un grande mercato interno, di una crescente domanda navale e di un patrimonio ingegneristico che può essere ulteriormente sviluppato. L’Italia, dal canto suo, porta competenze industriali consolidate e una posizione particolare all’interno del sistema europeo della difesa e della cantieristica.
La sfida sarà trasformare queste condizioni in una collaborazione capace di produrre tecnologia e competenze, non soltanto navi.
Per Fincantieri, quindi, l’India non rappresenta semplicemente un nuovo mercato nel quale vendere prodotti. È una possibile piattaforma industriale con cui costruire, nel tempo, una parte della futura capacità navale mondiale. E mentre la Cina mantiene una posizione dominante nella cantieristica globale, la domanda che emerge dalla strategia italiana è se, nel prossimo decennio, l’India possa diventare uno dei Paesi capaci di contribuire alla nascita di un sistema navale più distribuito e meno concentrato.
