(AGENPARL) - Roma, 26 Settembre 2026 - La partita tra Stati Uniti e Iran entra in una fase nella quale diplomazia e pressione militare procedono contemporaneamente, spesso in direzioni opposte. Da una parte Teheran ha messo sul tavolo una proposta per riaprire lo Stretto di Hormuz entro sette giorni e riavviare i negoziati sul programma nucleare. Dall’altra, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, il presidente Donald Trump avrebbe respinto l’intesa e avrebbe comunicato ai propri collaboratori di ritenere possibile una ripresa dei bombardamenti dopo le elezioni di medio termine di novembre.
Il dato va però trattato con cautela: la ricostruzione del Wall Street Journal, rilanciata da Reuters, non è stata confermata autonomamente da Reuters. Parallelamente, un funzionario statunitense aveva descritto le discussioni con Teheran condotte attraverso i mediatori come “positive e costruttive”.
Il quadro che emerge dalle ultime ore è quindi più complesso di un semplice rifiuto americano. Il canale diplomatico non appare formalmente chiuso, mentre attorno al dossier iraniano si stanno muovendo Cina, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia, Iraq, Qatar e Oman.
Il piano iraniano: sette giorni per riaprire Hormuz
La proposta è stata illustrata dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi durante gli incontri collegati all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York.
Il meccanismo indicato da Teheran è preciso: se gli Stati Uniti accettassero l’intesa, partirebbe un conto alla rovescia di sette giorni al termine del quale lo Stretto di Hormuz dovrebbe essere riaperto e dovrebbe iniziare una fase di negoziati più ampia.
Araqchi ha sostenuto che, una volta raggiunto un accordo sulla riapertura dello stretto e sulla cessazione delle ostilità, le parti potrebbero affrontare questioni ulteriori, compreso il programma nucleare iraniano.
La proposta non riguarda dunque soltanto la navigazione. Teheran collega direttamente Hormuz alla fine delle ostilità, alla rimozione delle pressioni economiche e alla ripresa del negoziato.
Secondo le ricostruzioni disponibili, il piano comprende la fine del blocco dei porti iraniani, il rilascio di fondi congelati e l’allentamento delle sanzioni sul petrolio. Araqchi ha inoltre parlato della necessità di fermare le ostilità su tutti i fronti regionali, compreso quello libanese.
La questione dello Stretto assume così una funzione che va oltre la semplice sicurezza marittima: Hormuz diventa contemporaneamente una leva militare, economica e diplomatica.
Il nodo è anche la sequenza delle concessioni
È probabilmente questo il punto più delicato dell’intera trattativa.
Teheran sembra proporre una sequenza nella quale la cessazione delle ostilità e la riapertura di Hormuz precedono il negoziato più ampio sul programma nucleare.
Washington, invece, considera proprio il dossier nucleare uno degli elementi centrali della trattativa.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato di essere pronto a discutere limiti al programma nucleare e modalità di ispezione nel quadro del Trattato di non proliferazione. Allo stesso tempo, ha escluso che l’Iran possa negoziare sotto minaccia o coercizione.
Un alto funzionario iraniano citato da Reuters ha invece affermato che Teheran non sarebbe disposto a fare concessioni sui propri diritti, compreso l’arricchimento dell’uranio o il trasferimento fuori dal Paese dell’uranio altamente arricchito.
Il risultato è una situazione nella quale esiste uno spazio per il negoziato, ma le parti sembrano ancora partire da presupposti differenti.
Il precedente di Islamabad
Il riferimento iraniano al memorandum di Islamabad è importante perché offre una base già esistente.
Il memorandum raggiunto in precedenza prevedeva una cessazione delle ostilità, la rimozione progressiva del blocco navale statunitense, la ripresa della navigazione attraverso Hormuz e un periodo destinato alla negoziazione di un accordo definitivo.
L’Iran continua a sostenere che quella intesa possa rappresentare la base per uscire dalla crisi.
Il presidente Pezeshkian ha ribadito questa posizione anche nei contatti con il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.
Il Pakistan, del resto, aveva svolto un ruolo di mediazione nella costruzione dell’intesa e continua a sostenere il ritorno al dialogo.
La nuova proposta iraniana può quindi essere letta anche come un tentativo di riportare in vita una struttura diplomatica già esistente, modificandone però tempi e priorità.
La Cina entra direttamente nella partita
Un altro elemento emerso nelle ultime ore riguarda Pechino.
Il presidente cinese Xi Jinping ha espresso sostegno al ritorno al memorandum di Islamabad e alla soluzione delle controversie attraverso il dialogo.
Il presidente iraniano ha accolto positivamente la posizione cinese, sottolineando la convergenza tra Teheran e Pechino sulla necessità di rispettare la sovranità degli Stati, ridurre le tensioni e preservare la stabilità regionale.
La posizione cinese era stata manifestata anche prima del vertice tra Xi e Trump. Pechino aveva già chiesto a Iran e Stati Uniti di tornare al memorandum e di adottare misure per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.
La questione assume quindi una dimensione più ampia. La proposta iraniana non rimane confinata al rapporto bilaterale con Washington, ma si inserisce in un’attività diplomatica nella quale diversi attori cercano di evitare un’ulteriore escalation.
Questo non significa che Cina, Pakistan, Qatar, Oman e gli altri Paesi coinvolti condividano integralmente la posizione iraniana. Significa però che Hormuz è diventato un problema internazionale e regionale, non più soltanto un elemento del confronto tra Teheran e Washington.
Il controfuoco dentro l’Iran
La situazione è resa ancora più complessa dalle posizioni che emergono all’interno dello stesso Iran.
Mentre Pezeshkian e Araqchi insistono sulla possibilità di una soluzione negoziata, alcuni ambienti conservatori criticano apertamente l’iniziativa diplomatica.
Iran International ha riportato nelle ultime ore le dure critiche del quotidiano conservatore Kayhan alla proposta dei sette giorni e alla posizione assunta da Pezeshkian nei confronti degli Stati Uniti.
Kayhan ha contestato l’idea di riaprire Hormuz nell’ambito di un accordo con Washington e ha definito la proposta un possibile segnale di debolezza.
Si tratta della posizione di un organo editoriale vicino agli ambienti conservatori iraniani e non può essere automaticamente considerata la posizione dell’intero governo di Teheran. Il contrasto, tuttavia, è significativo.
Da una parte la diplomazia iraniana cerca uno spazio per negoziare. Dall’altra una parte dell’apparato politico e mediatico interno considera qualsiasi concessione agli Stati Uniti inaccettabile.
L’Iraq chiede deroghe
Un altro segnale arriva dall’Iraq.
Baghdad ha chiesto agli Stati Uniti esenzioni che consentano la ripresa di alcuni voli delle compagnie iraniane verso aeroporti iracheni.
Il governo iracheno ha spiegato che le deroghe sarebbero necessarie per consentire collegamenti destinati a esigenze umanitarie e civili, comprese cure mediche, istruzione e visite religiose.
La vicenda mostra come le conseguenze delle misure americane contro l’Iran si stiano propagando oltre i confini iraniani.
La pressione esercitata da Washington non riguarda infatti soltanto le attività militari o il programma nucleare. Coinvolge anche trasporti, finanza, commercio e rapporti economici con i Paesi confinanti.
L’Iraq si trova così a dover gestire contemporaneamente il rapporto con Washington, i propri legami con Teheran e gli effetti regionali della guerra.
Arabia Saudita, Turchia e Pakistan rafforzano il coordinamento
Mentre la diplomazia cerca uno spazio di manovra, sul terreno regionale continua il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza.
Funzionari della difesa di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan si sono incontrati a Riyadh per discutere della situazione regionale, della cooperazione di intelligence, del coordinamento militare e dell’integrazione delle forze.
L’incontro arriva dopo quello dei ministri degli Esteri dei tre Paesi nell’ambito dell’accordo di difesa congiunto della Mecca.
Il contesto è quello di una guerra che ha ormai prodotto diversi fronti.
Nelle stesse ore la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha dichiarato di avere intercettato missili balistici e droni lanciati dagli Houthi verso il territorio saudita.
Il fronte yemenita costituisce uno dei principali elementi di incertezza perché anche un eventuale accordo tra Washington e Teheran dovrebbe fare i conti con le dinamiche militari sviluppatesi nel Mar Rosso e nello Yemen.
Hormuz e Mar Rosso, due fronti collegati
La geografia della crisi spiega perché la riapertura di Hormuz sia diventata una questione centrale.
A est della penisola arabica si trova lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota rilevante del commercio mondiale di energia.
A sud-ovest, il Mar Rosso e il corridoio del Bab el-Mandeb rappresentano l’altra grande direttrice attraverso la quale le esportazioni energetiche e il commercio internazionale raggiungono i mercati globali.
La guerra ha messo sotto pressione entrambe le rotte.
L’Iran cerca ora di trasformare Hormuz da strumento di pressione in strumento negoziale. La proposta dei sette giorni punta infatti a utilizzare la riapertura dello stretto come primo passo verso una più ampia cessazione delle ostilità.
Ma rimane da capire come un eventuale accordo tra Washington e Teheran potrebbe incidere sul comportamento degli Houthi e sulla sicurezza del Mar Rosso.
Questo è uno dei motivi per cui la questione non può essere considerata esclusivamente bilaterale.
Il ruolo dei mediatori
Il fatto che la proposta iraniana sia arrivata attraverso canali di mediazione è un altro elemento importante.
Il Qatar ha svolto un ruolo nei contatti tra Teheran e Washington. Oman e Pakistan hanno mantenuto un’attività diplomatica propria. La Cina sostiene il ritorno al memorandum di Islamabad.
Questa rete di mediazione dimostra che, nonostante mesi di combattimenti e ripetuti fallimenti diplomatici, esiste ancora una struttura attraverso la quale le parti possono comunicare.
Il problema è che i mediatori devono operare mentre continuano gli attacchi e mentre le diverse capitali coinvolte hanno interessi spesso divergenti.
Il rapporto del Wall Street Journal
In questo quadro si inserisce la notizia più delicata delle ultime ore.
Il Wall Street Journal ha riferito che Trump avrebbe respinto la proposta iraniana e avrebbe espresso ai propri collaboratori la convinzione che una nuova campagna di bombardamenti potrebbe diventare probabile dopo le elezioni di medio termine di novembre.
La notizia è stata rilanciata da Reuters, che ha precisato di non aver potuto verificare autonomamente la ricostruzione.
Questo elemento deve quindi essere distinto dalle dichiarazioni ufficiali.
Sul piano pubblico, infatti, il canale diplomatico non risulta formalmente chiuso. Le dichiarazioni iraniane continuano a parlare di negoziato e Pezeshkian ha ribadito la disponibilità a discutere il programma nucleare.
La vera questione delle prossime ore sarà dunque capire se Washington confermerà ufficialmente il rifiuto dell’impianto iraniano oppure se cercherà di utilizzare la proposta come base per una nuova trattativa.
Il vero punto di rottura
Mettendo insieme i diversi elementi, emerge un problema molto preciso.
Teheran e Washington non sembrano necessariamente escludere il negoziato: divergono soprattutto sulla sequenza e sulle condizioni attraverso le quali arrivarci.
L’Iran propone prima la cessazione delle ostilità, la fine del blocco, l’alleggerimento delle sanzioni e la riapertura di Hormuz. Solo successivamente intende affrontare le questioni più ampie, compreso il programma nucleare.
Gli Stati Uniti, secondo le ricostruzioni disponibili, vogliono invece mantenere il dossier nucleare al centro della pressione esercitata su Teheran.
È una differenza che può sembrare tecnica, ma in una trattativa di questo tipo è sostanziale.
Chi ottiene il primo passo ottiene infatti anche una parte importante della leva negoziale.
Una diplomazia che procede mentre la guerra continua
È questa la contraddizione che emerge dalle notizie delle ultime ore.
Teheran propone una road map di sette giorni.
Pechino sostiene il ritorno al memorandum di Islamabad.
Il Pakistan continua a svolgere un ruolo diplomatico.
L’Iraq chiede deroghe per limitare le conseguenze delle sanzioni.
Arabia Saudita, Turchia e Pakistan rafforzano il coordinamento militare.
All’interno dell’Iran, invece, le posizioni sulla trattativa rimangono profondamente differenti.
E contemporaneamente sul terreno continuano gli attacchi.
Per questo la domanda decisiva non è soltanto se Donald Trump abbia respinto il piano iraniano.
La domanda è che cosa farà concretamente Washington davanti a una proposta che mette insieme Hormuz, cessazione delle ostilità, sanzioni e negoziato nucleare.
Se il rifiuto attribuito al presidente americano verrà confermato, bisognerà capire se riguarderà l’intero impianto della proposta o soltanto la sequenza indicata da Teheran.
Se invece il canale diplomatico resterà aperto, il piano dei sette giorni potrebbe diventare il punto di partenza per una nuova trattativa, probabilmente molto diversa da quella immaginata dall’Iran.
Nel frattempo Hormuz rimane il punto nel quale convergono tutte le dimensioni della crisi: sicurezza militare, energia, commercio internazionale e potere negoziale.
Ed è proprio questo a rendere la situazione particolarmente delicata. La diplomazia non è scomparsa, ma deve muoversi dentro una guerra ancora attiva e dentro una regione nella quale ogni nuovo fronte rischia di modificare rapidamente l’equilibrio della trattativa.
