(AGENPARL) - Roma, 23 Settembre 2026 - A poco più di un mese dalle elezioni anticipate, il podio delle Nazioni Unite si trasforma per Benjamin Netanyahu in una delle ultime occasioni pubbliche per tentare di invertire la rotta nei sondaggi. Tuttavia, le mosse della Casa Bianca rischiano di frenare i piani del premier israeliano, che sperava in un forte assist diplomatico da parte di Donald Trump.
Una difficile risalita nei sondaggi in patria
Il capo del governo israeliano si presenta a New York con un consenso interno logorato da molteplici fattori critici:
- Il peso politico del fallimento nella prevenzione dei massacri del 7 ottobre 2023.
- Il rifiuto opposto all’istituzione di una commissione d’inchiesta statale sul disastro.
- Le forti tensioni sociali causate dall’opposizione della sua coalizione alla coscrizione della comunità ultra-ortodossa (Haredim).
Gli ultimi sondaggi pubblicati da Zman Yisrael mostrano il blocco di Netanyahu ben al di sotto della soglia dei 61 seggi necessari per formare un nuovo governo. Di conseguenza, l’intervento all’Assemblea Generale non è soltanto un discorso di politica estera, ma un vero e proprio spot elettorale pensato per il pubblico televisivo di casa.
Lo scontro con New York e la “verità” dal Palazzo di Vetro
Per catalizzare l’attenzione dei media, Netanyahu ha aperto un fronte polemico diretto con la politica locale statunitense. Ha replicato duramente alle accuse del sindaco di New York, Zohran Mamdani — il quale aveva minacciato di arrestarlo bollandolo come responsabile di genocidio —, invitandolo a vergognarsi per il presunto sostegno ai miliziani di Hamas e per le tensioni generate contro la comunità ebraica locale. Con questo cappello polemico, il premier ha promesso di salire sul podio dell’ONU domani per raccontare “la verità sui nostri soldati eroici”.
Le rivendicazioni sulla sicurezza: Gaza, Libano e Iran
Sul fronte strategico, Netanyahu proverà a dipingere come successi le tre campagne militari, sebbene i risultati sul campo appaiano complessi e incompleti:
- Gaza: Il premier ricorderà che l’esercito controlla oltre il 60% della Striscia e che i comandanti di brigata di Hamas vengono sistematicamente eliminati, promettendo il disarmo totale del gruppo pur senza spiegare le modalità pratiche di un simile obiettivo. Sosterrà inoltre di aver liberato gli ostaggi, sorvolando sul fatto che oltre 40 ostaggi rapiti vivi siano poi morti o stati uccisi in cattività.
- Libano: Verrà sottolineato il forte indebolimento di Hezbollah e l’avanzata delle truppe israeliane nel territorio nemico, anche qui senza un piano chiaro su come garantire il ritiro definitivo delle infrastrutture armate del gruppo nel sud del Paese.
- Iran: Pur riconoscendo l’indebolimento economico e militare della Repubblica Islamica dopo le campagne congiunte con Washington, Teheran non mostra alcuna intenzione di cedere sul controllo dello Stretto di Hormuz o sul programma nucleare. Per imprimere una svolta, Netanyahu punterà a influenzare direttamente le valutazioni di Trump presentando nuove informazioni e infografiche dettagliate sui siti atomici iraniani.
Il fattore Trump e l’assenza del vertice bilaterale
A complicare la strategia del premier contribuisce però l’atteggiamento della presidenza statunitense. Impegnato nelle elezioni di metà mandato (midterms), Donald Trump non sembra affatto intenzionato a ordinare nuovi bombardamenti intensi; al contrario, i suoi emissari — Jared Kushner e Steve Witkoff — hanno avviato colloqui esplorativi con funzionari iraniani, puntando a un accordo diplomatico post-elettorale.
Ancora più penalizzante per Netanyahu è l’assenza di un incontro bilaterale a quattr’occhi con Trump a margine dei lavori ONU. Negli anni passati, l’immagine di un asse privilegiato con la Casa Bianca rappresentava il pilastro fondamentale della narrativa securitaria del leader del Likud contro gli avversari politici — in particolare contro il principale sfidante Gadi Eisenkot —, usata per dimostrare di essere “in un altro campionato”.
Oggi, la freddezza della Casa Bianca e l’esiguo tempo trascorso a New York — ridotto al minimo indispensabile per evitare i contraccolpi dell’immagine pubblica compromessa dai partner di estrema destra — privano Netanyahu del prezioso traino internazionale. Appena rientrato in Israele, il premier avrà a disposizione solo quattro settimane prima del verdetto elettorale definitivo del 7 ottobre.
