(AGENPARL) - Roma, 22 Settembre 2026 - La corsa mondiale all’intelligenza artificiale sta trasformando i data center in infrastrutture strategiche, paragonabili per importanza economica alle reti elettriche, ai porti e ai grandi nodi delle telecomunicazioni. Ma alla crescita degli investimenti corrisponde un’espansione altrettanto rapida dei rischi: controversie con le comunità locali, consumo di energia e acqua, eventi meteorologici estremi, cyberattacchi e, ormai, persino guerre e attacchi militari diretti.
È il quadro delineato dal nuovo rapporto di Howden, Insuring the data centre supercycle, pubblicato il 15 settembre 2026. Il broker assicurativo internazionale descrive sei grandi categorie di rischio interconnesse e sostiene che la tradizionale separazione tra assicurazioni cyber, property e war risk stia diventando sempre meno adeguata alla nuova realtà delle infrastrutture digitali.
Uno dei dati più significativi riguarda il contenzioso. Le grandi cause e gli arbitrati che coinvolgono data center sono passati da 4 nel 2021 a 14 nella sola prima metà del 2026. Pianificazione territoriale, zoning, impatti ambientali, rumore, generatori, acqua e opposizione delle comunità stanno trasformando la costruzione di nuove capacità informatiche in una questione non soltanto tecnologica, ma anche legale e sociale.
Contemporaneamente è comparsa una categoria di rischio che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata remota per un campus cloud commerciale: essere fisicamente coinvolto in un conflitto armato.
L’AI sta costruendo infrastrutture a una velocità eccezionale
Il punto di partenza è la dimensione della trasformazione.
Secondo Howden, il 58% di tutta la capacità mondiale dei data center costruita dal 1990 è stato realizzato tra il 2020 e il 2025. In appena sei anni è stata quindi concentrata più della metà dell’espansione infrastrutturale accumulata dal settore nell’arco di oltre tre decenni.
L’AI generativa ha ulteriormente accelerato questo ciclo.
I grandi modelli richiedono enormi cluster di GPU e acceleratori specializzati. Questi sistemi producono calore, consumano grandi quantità di elettricità e necessitano di reti, sistemi di raffreddamento, generatori di emergenza, connessioni in fibra e infrastrutture idriche.
Di conseguenza, un data center moderno non è semplicemente un edificio pieno di server.
È un sistema industriale complesso nel quale energia, acqua, telecomunicazioni, sicurezza fisica e digitale devono funzionare contemporaneamente.
Ed è proprio questa interdipendenza ad amplificare il rischio.
Le grandi controversie sono più che triplicate
Howden ha analizzato grandi cause e arbitrati riguardanti il settore.
Nel 2021 erano quattro.
Nella prima metà del 2026 erano già 14.
Non significa che ogni progetto di data center sia coinvolto in una controversia. Il rapporto prende in considerazione una categoria selezionata di grandi procedimenti individuati attraverso fonti pubbliche, documentazione giudiziaria, stampa specializzata e tracker delle organizzazioni non governative.
La tendenza, tuttavia, è evidente.
Le controversie riguardanti pianificazione urbanistica, zoning e ambiente rappresentano alcuni dei principali motori della crescita.
A queste si aggiungono sempre più spesso le denunce per rumore e disturbo.
Secondo Howden, le questioni relative a pianificazione, ambiente e nuisance rappresentano complessivamente il 78% dell’aumento dei casi registrato negli ultimi tre anni.
Il rumore diventa una nuova battaglia legale
Un dato del rapporto è particolarmente sorprendente.
Dei 14 casi registrati nella prima metà del 2026, sette riguardavano lamentele delle comunità per il rumore prodotto da sistemi di raffreddamento, alimentazione elettrica, apparecchiature informatiche o altre infrastrutture.
Howden aveva identificato soltanto due controversie di questo tipo nell’intero periodo compreso tra il 2018 e il 2025.
La crescita è quindi molto rapida.
E molti casi sono ancora aperti: dei nove contenziosi sul rumore presenti nel tracker di Howden, al momento della pubblicazione del rapporto soltanto uno risultava risolto, con la chiusura del data center coinvolto.
Il problema nasce anche dalla natura dei campus AI.
Una struttura hyperscale può funzionare 24 ore su 24. Ventole, chillers, torri di raffreddamento, trasformatori e generatori di emergenza possono modificare sensibilmente l’ambiente acustico circostante.
Quando queste strutture vengono costruite vicino ad aree residenziali, il rischio diventa inevitabilmente anche sociale.
Non soltanto rumore: acqua, diesel, calore ed emissioni
Il quadro delle responsabilità ambientali è ancora più ampio.
Howden identifica esposizioni potenzialmente associate a scavi, stoccaggio di carburante, generatori, raffreddamento dei chip, acque reflue, rumore, calore ed emissioni atmosferiche.
L’acqua sta diventando particolarmente importante.
I sistemi di raffreddamento evaporativo possono consumarne quantità significative, mentre l’adozione del liquid cooling per i server AI modifica ulteriormente il rapporto tra infrastrutture informatiche, energia e gestione termica.
Non sorprende quindi che le autorità pubbliche stiano aumentando l’attenzione sul problema.
Il 21 settembre la Commissione europea ha proposto nuove regole che obbligherebbero i data center europei con capacità di almeno 500 kW a rendere pubbliche informazioni sull’efficienza energetica e idrica. L’UE sta cercando contemporaneamente di espandere rapidamente la propria capacità di calcolo e di rendere più trasparenti i suoi impatti sulle risorse locali.
Anche la rete elettrica diventa terreno di conflitto
Un’altra pressione proviene dalla quantità di elettricità richiesta.
Il caso britannico è emblematico.
Ofgem ha avviato nel luglio 2026 una consultazione per contrastare le richieste speculative di connessione alla rete provenienti dai data center. Secondo il regolatore, le richieste di connessione della domanda sono aumentate da 41 GW a 125 GW in meno di un anno, con almeno 80 GW attribuiti ai progetti di data center nella rilevazione citata.
Il problema è che non tutti i progetti presenti nella coda verranno necessariamente costruiti.
Un progetto speculativo può quindi prenotare capacità della rete che potrebbe essere utilizzata da un investimento realmente pronto a partire.
Ofgem ha proposto per questo una Data Centre Commitment Fee, insieme a nuovi traguardi che obbligherebbero gli sviluppatori a dimostrare capacità finanziaria, maturità commerciale e progressi concreti.
L’obiettivo dichiarato non è bloccare l’AI, ma distinguere i progetti effettivamente realizzabili da quelli che occupano capacità della rete senza sufficienti garanzie di costruzione.
Dalle comunità locali alla guerra
Ma il cambiamento più radicale evidenziato da Howden riguarda la geopolitica.
La società ha confrontato la posizione dei data center con quella delle zone di conflitto attive.
Nel 2025, la superficie dei data center situati entro 10-15 chilometri da aree di conflitto era equivalente a circa il 60% di quella complessivamente registrata nei cinque anni precedenti. Era inoltre quattro volte il totale osservato tra il 2015 e il 2019.
Il dato non significa necessariamente che gli operatori abbiano deciso deliberatamente di costruire accanto alle guerre.
Può verificarsi anche il processo inverso: infrastrutture realizzate in territori relativamente stabili possono trovarsi improvvisamente vicino a un conflitto che successivamente si espande.
Ed è precisamente questa possibilità che rende il rischio geopolitico particolarmente difficile da assicurare.
2026: i data center diventano obiettivi di guerra
Nel 2026 il rischio teorico è diventato concreto.
Howden identifica gli attacchi contro strutture commerciali negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein come i primi casi noti di targeting deliberato di data center commerciali durante una guerra e riferisce che fino a cinque strutture separate sono state colpite da droni iraniani.
Fonti indipendenti confermano danni molto gravi alle infrastrutture cloud nella regione.
Reuters ha riferito il 15 settembre che Amazon Web Services non era ancora riuscita a ripristinare l’accesso alle proprie infrastrutture in Bahrein e a una delle tre availability zone negli Emirati Arabi Uniti dopo i danni provocati dagli attacchi con missili e droni avvenuti durante il conflitto.
La conseguenza va molto oltre la perdita materiale dell’edificio.
Un data center colpito può contemporaneamente produrre danni fisici, perdita di apparecchiature, interruzione del servizio, indisponibilità dei dati e danni economici per migliaia di clienti.
È precisamente questa concatenazione a mettere sotto pressione il modello assicurativo tradizionale.
Il problema dell’assicurazione: dove finisce il cyber e comincia la guerra?
Immaginiamo un attacco militare contro un data center.
Un drone danneggia fisicamente l’edificio.
L’alimentazione elettrica viene interrotta.
I server diventano irraggiungibili.
Una banca non riesce più ad accedere a determinati servizi cloud.
Le aziende ospitate subiscono interruzioni operative.
Alcuni dati potrebbero essere danneggiati o perduti.
Quale assicurazione deve intervenire?
Quella sulla proprietà?
La business interruption?
La polizza cyber?
Una copertura specifica per terrorismo o guerra?
Il problema diventa ancora più complicato quando lo stesso attacco comprende contemporaneamente operazioni informatiche e cinetiche.
Howden osserva che questa convergenza crea difficoltà per clausole di aggregazione e confini tra coperture cyber, property e war.
La guerra può essere esclusa dalle polizze tradizionali
Esiste inoltre un problema fondamentale.
I danni derivanti direttamente da guerra e conflitto armato sono spesso esclusi dalle normali coperture property e cyber.
Questo può creare un enorme protection gap.
Howden sostiene quindi che il settore assicurativo debba sviluppare una valutazione cyber-fisica più rigorosa e coordinare maggiormente il linguaggio delle diverse polizze.
Il concetto chiave è proprio cyber-physical risk.
Per un data center non è più sufficiente chiedersi se qualcuno possa hackerare i server.
Bisogna domandarsi contemporaneamente se un incendio, un’alluvione, un tornado, un missile, un drone, un blackout o la distruzione di una sottostazione possano produrre conseguenze digitali su scala molto più ampia.
Anche un singolo guasto può avere conseguenze enormi
La guerra è soltanto la manifestazione più estrema del problema.
Howden osserva che gli outage a bassa frequenza ma ad alta gravità possono produrre enormi perdite operative nonostante la ridondanza progettata nei data center.
Tra le principali cause dei grandi outage analizzati figurano alimentazione elettrica con il 45%, raffreddamento con il 14%, networking con l’11% e sistemi IT con il 9%.
Solo una piccola parte degli incidenti deriva da danni fisici normalmente assicurati.
Questo significa che può esistere una notevole differenza tra la perdita economica realmente subita dall’operatore e ciò che una tradizionale polizza property è progettata per coprire.
Il rischio di concentrazione
Un altro elemento importante riguarda la concentrazione.
I data center commerciali non ospitano necessariamente un solo cliente.
Secondo Howden, le strutture di retail colocation rappresentano il 72% dei data center multi-tenant e il 63% delle strutture interconnesse considerate nella sua analisi.
Un singolo evento può quindi propagarsi attraverso numerose aziende.
Il problema ricorda quello osservato nel settore finanziario: non conta soltanto la probabilità che una singola infrastruttura fallisca, ma il numero di soggetti che dipendono contemporaneamente da essa.
Più l’economia diventa cloud-based, maggiore è il potenziale rischio sistemico derivante dalla concentrazione.
Clima estremo: negli USA il rischio è fortemente concentrato
La guerra non è l’unica minaccia fisica.
Howden ha sovrapposto la posizione dei data center statunitensi agli eventi di grandine severa e tornado registrati nell’ultimo decennio.
Il risultato mostra una distribuzione sorprendentemente concentrata.
Circa il 68% della superficie operativa non è stato interessato dagli eventi analizzati, mentre il restante 32% ha subito esposizione.
Ma soltanto 20 località rappresentano l’80% della superficie dei data center colpita da tornado e grandinate severe nell’analisi di Howden.
Quelle strutture ad esposizione più elevata genererebbero circa 16 miliardi di dollari di ricavi annuali.
La geografia diventa quindi uno degli strumenti principali della gestione del rischio.
La posizione di un data center conta quanto la sua tecnologia
Per decenni la localizzazione dei data center è stata determinata principalmente da fattori come costo dell’elettricità, connettività, disponibilità del terreno, fiscalità e vicinanza agli utenti.
Il nuovo scenario aggiunge molte altre variabili.
Un investitore deve considerare contemporaneamente rischio climatico, stress idrico, stabilità politica, esposizione militare, disponibilità della rete, opposizione delle comunità, rumore, regolamentazione ambientale e possibilità di assicurare la struttura a condizioni economicamente sostenibili.
Il terreno più economico potrebbe quindi non produrre il progetto più conveniente nel lungo periodo.
Europa: crescita e opposizione procedono insieme
Il problema è particolarmente evidente in Europa.
La necessità di aumentare la capacità informatica è ormai considerata strategica dall’Unione europea, che punta a ridurre la dipendenza tecnologica e sostenere lo sviluppo dell’AI.
Reuters riferisce che la capacità europea dei data center dovrebbe crescere da circa 12 GW nel 2025 a 28 GW entro il 2030.
Ma l’espansione incontra resistenze crescenti.
Il 16 settembre, per esempio, il Parlamento scozzese ha approvato una sospensione fino a un anno delle autorizzazioni per nuovi grandi data center AI mentre vengono sviluppate linee guida nazionali e una strategia specifica per gli hyperscale. Le preoccupazioni espresse comprendono consumo d’acqua, emissioni e domanda energetica.
La sfida europea è quindi duplice: aumentare rapidamente la capacità digitale senza perdere consenso sociale nei territori che devono ospitarla.
Dalla cybersecurity alla resilienza totale
Per gli operatori questo implica un cambiamento concettuale.
La sicurezza del data center non può più essere considerata semplicemente sinonimo di cybersecurity.
Serve resilienza energetica.
Serve resilienza idrica.
Serve ridondanza geografica.
Servono piani di disaster recovery realmente indipendenti.
Serve protezione fisica.
E, in alcune aree del mondo, diventa necessario valutare perfino la possibilità di un conflitto armato.
Gli attacchi del 2026 nel Golfo rappresentano un precedente particolarmente importante proprio perché mostrano che l’infrastruttura cloud commerciale può entrare direttamente nel calcolo strategico di una guerra moderna.
L’assicurazione dovrà cambiare insieme ai data center
Per Howden questa trasformazione crea una grande opportunità per il settore assicurativo, ma non può essere affrontata semplicemente aumentando i massimali.
Edward Howland Jackson, Chief Commercial Officer di Howden Global Specialty, osserva che il boom dell’AI sta generando enormi investimenti mondiali mentre le esposizioni diventano contemporaneamente più numerose e complesse. La funzione dell’assicurazione, secondo Howden, dovrà quindi comprendere maggiormente dati, consulenza specialistica, identificazione preventiva delle esposizioni e trasferimento del rischio.
In altre parole, assicurare un campus AI da miliardi di dollari richiederà sempre più una comprensione integrata dell’intero ecosistema.
Non soltanto dell’edificio.
I data center diventano infrastrutture strategiche
È probabilmente questa la conclusione più importante.
Il data center sta smettendo di essere percepito come un semplice immobile tecnologico.
L’intelligenza artificiale lo sta trasformando in una componente essenziale dell’economia moderna.
Banche, ospedali, governi, industrie, piattaforme digitali, telecomunicazioni, difesa e servizi pubblici dipendono sempre più da infrastrutture cloud e capacità computazionale.
Di conseguenza, un problema fisico può diventare immediatamente digitale e un problema digitale può produrre conseguenze economiche fisiche.
Un drone può distruggere server.
Un blackout può interrompere servizi finanziari.
Una siccità può limitare il raffreddamento.
Una protesta locale può bloccare un nuovo campus.
Una coda di connessione congestionata può ritardare miliardi di investimenti.
Una causa ambientale può fermare un progetto.
Un cyberattacco può sfruttare l’interconnessione tra numerosi clienti.
Sono rischi differenti, ma sempre meno separabili.
La nuova equazione dell’AI: chip, energia, acqua, territorio e sicurezza
La corsa all’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una competizione per GPU, semiconduttori e modelli sempre più potenti.
La realtà fisica è molto più complessa.
Dietro ogni grande cluster AI servono energia, reti elettriche, trasformatori, acqua, sistemi di raffreddamento, terreni, autorizzazioni, fibra, generatori, capitale e assicurazioni.
E adesso alla lista bisogna aggiungere esplicitamente anche la sicurezza geopolitica.
Il rapporto Howden fotografa quindi una nuova fase dell’economia digitale: più i data center diventano indispensabili, più assumono le caratteristiche delle altre infrastrutture strategiche e più devono essere progettati pensando a eventi estremi.
Il passaggio fondamentale è dalla semplice protezione del server alla resilienza dell’intero sistema.
Dopo gli eventi del 2026, la guerra non può più essere considerata soltanto un rischio remoto per chi costruisce infrastrutture digitali in alcune regioni del mondo. È diventata una delle variabili che operatori, investitori e assicuratori devono inserire direttamente nelle proprie mappe del rischio.
