(AGENPARL) - Roma, 17 Settembre 2026 - Il calcio italiano potrebbe trovarsi davanti a uno di quei passaggi nei quali non basta cambiare un nome. Bisogna decidere che cosa si vuole diventare.
Il caso che investe la presidenza di Giovanni Malagò ha aperto uno scenario che soltanto poche settimane fa sarebbe apparso difficilmente immaginabile. Il CONI sta effettuando approfondimenti giuridici sull’elezione del 22 giugno e sulla questione del mancato tesseramento del presidente al momento della candidatura. Sul tavolo esiste anche l’ipotesi del commissariamento della FIGC.
E allora la domanda non può essere soltanto: che cosa succederà a Malagò?
La domanda più importante è un’altra: se davvero il calcio italiano dovesse tornare alle urne, chi potrebbe rappresentare una discontinuità autentica?
Un nome c’è. Luigi Martini.
Non una candidatura annunciata ufficialmente, almeno allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili. Piuttosto un nome che, proprio alla luce della crisi attuale, merita di entrare nella discussione.
Perché Martini possiede qualcosa che nel calcio contemporaneo è diventato rarissimo: una biografia capace di attraversare mondi profondamente differenti senza essere confinata in nessuno di essi.
È stato calciatore vero, protagonista della Lazio di Tommaso Maestrelli che conquistò lo storico scudetto del 1973-74. Con la maglia biancoceleste ha disputato oltre duecento partite di campionato e ha indossato anche quella della Nazionale.
Ma dopo il pallone la sua vita non si è fermata al pallone.
È diventato pilota di linea, ha lavorato in Alitalia, è stato parlamentare per due legislature ed è arrivato alla presidenza di ENAV. Una traiettoria professionale inconsueta per un ex calciatore e che gli ha permesso di conoscere sport, istituzioni e gestione di organizzazioni complesse.
Ed è proprio questo il punto.
Non l’uomo di una componente, ma un presidente federale
Se la FIGC dovesse davvero affrontare una nuova fase costituente, riproporre semplicemente la tradizionale battaglia fra blocchi, leghe e componenti rischierebbe di significare perdere un’altra occasione.
Il prossimo presidente dovrebbe provare a essere prima di tutto il presidente della Federazione.
Martini, pochi mesi fa, aveva espresso una posizione particolarmente significativa: il problema del calcio italiano, secondo lui, è anche strutturale e la Federazione è fondamentale per il benessere dell’intero movimento. Soprattutto, aveva sostenuto un principio preciso: nessuno dovrebbe concentrare tutto il potere nelle proprie mani.
Parole che oggi acquistano un peso diverso.
Perché il problema della FIGC non riguarda soltanto il nome scritto sulla porta del presidente. Riguarda il modello di governo.
Serve una Federazione nella quale competenze sportive, tecniche e amministrative abbiano autonomia e responsabilità precise. Una FIGC capace di programmare per dieci anni anziché vivere aspettando la prossima partita della Nazionale.
Il grande tema: ricostruire il calcio italiano dalla base
Martini ha indicato anche un’altra questione decisiva: i giovani.
Ha ricordato l’esperienza dei vecchi nuclei federali dedicati all’addestramento giovanile e ha sostenuto la necessità di tornare a investire sui fondamentali e sulla formazione, sottolineando inoltre come un sistema affidato prevalentemente alle scuole calcio private possa creare anche un problema di accessibilità economica.
Qui potrebbe nascere il cuore di un eventuale progetto Martini.
Non promettere una Nazionale vincente domani mattina. Sarebbe propaganda.
Costruire invece le condizioni perché l’Italia torni stabilmente a produrre calciatori.
Centri tecnici territoriali, formazione degli allenatori giovanili, rapporto organico con le società dilettantistiche, scouting nazionale, collaborazione con le scuole, investimenti sui tecnici federali e una filosofia calcistica riconoscibile.
Il presidente della FIGC non deve scegliere il terzino della Nazionale.
Deve costruire un sistema capace di produrne dieci.
Mancini non può diventare il problema del calcio italiano
In queste ore inevitabilmente si parla anche di Roberto Mancini.
Malagò ne ha annunciato il ritorno alla guida della Nazionale il 28 luglio, insieme alla nomina di Claudio Ranieri a direttore tecnico della FIGC e presidente del Club Italia.
Che cosa accadrebbe in caso di commissariamento?
Secondo la ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera, i ruoli tecnici non decadrebbero automaticamente: il commissario manterrebbe la struttura fino all’elezione del nuovo presidente, che successivamente potrebbe assumere decisioni differenti.
È un particolare fondamentale.
Perché una FIGC seria dovrebbe evitare di trasformare ancora una volta la panchina azzurra nell’epicentro di ogni crisi istituzionale.
Mancini va giudicato per il lavoro di Mancini.
La governance federale va giudicata su un altro terreno.
Confondere i due piani significherebbe ricominciare esattamente dagli errori che hanno accompagnato troppe stagioni del nostro calcio.
E Malagò?
Anche qui occorre distinguere i fatti dalle suggestioni.
Il procedimento personale nei confronti di Malagò è stato archiviato dalla Procura generale dello Sport, mentre al CONI è stata rimessa la verifica sul comportamento della Federazione e sul rispetto dei principi relativi al tesseramento.
E c’è un altro elemento destinato a rendere ancora più interessante un eventuale nuovo scenario elettorale: secondo il Corriere della Sera, un commissariamento non impedirebbe necessariamente a Malagò di presentarsi nuovamente, una volta soddisfatto il requisito del tesseramento.
Potremmo quindi assistere non alla conclusione di una partita, ma al suo secondo tempo.
Ed è proprio per questo che servirebbero alternative fondate non sulla contrapposizione personale, ma su un progetto.
Perché Martini potrebbe rappresentare qualcosa di diverso
Luigi Martini avrebbe un vantaggio evidente: non avrebbe bisogno di inventarsi un rapporto con il calcio.
Quel mondo lo ha vissuto dall’interno.
Sa cosa significa uno spogliatoio. Sa cosa significa vincere. Ha conosciuto una figura come Tommaso Maestrelli e un calcio nel quale l’allenatore era anche educatore e costruttore di uomini.
Ma, diversamente da molti uomini provenienti esclusivamente dal pallone, Martini ha conosciuto anche amministrazione, Parlamento e management.
Calcio e istituzioni.
Spogliatoio e organizzazione.
Campo e responsabilità pubblica.
Non sono automaticamente garanzie di successo. Nessuna biografia lo è.
Sono però caratteristiche che rendono il suo nome meritevole di essere discusso seriamente qualora si aprisse una nuova corsa alla presidenza.
Una candidatura dovrebbe partire da cinque parole
Competenza. Giovani. Territorio. Responsabilità. Trasparenza.
Potrebbe essere questa l’architettura di un progetto federale nuovo.
Una FIGC nella quale il presidente stabilisca la direzione ma non pretenda di essere contemporaneamente presidente, direttore tecnico, selezionatore e uomo solo al comando.
Una Federazione che restituisca centralità alle competenze.
Una Nazionale inserita dentro un progetto tecnico complessivo e non utilizzata come soluzione istantanea a problemi costruiti nell’arco di vent’anni.
Un rapporto nuovo con il calcio dilettantistico, che rappresenta la base enorme e spesso dimenticata della piramide.
E soprattutto giovani.
Perché il vero fallimento del calcio italiano non si misura soltanto quando la Nazionale perde una partita. Si misura quando un movimento di milioni di appassionati fatica a trasformare il proprio patrimonio umano in calciatori di livello internazionale.
Martini presidente FIGC? È il momento di aprire il dibattito
Il calcio italiano potrebbe essere vicino a un altro passaggio traumatico. Il CONI sta verificando la vicenda dell’elezione Malagò e il commissariamento resta uno degli scenari discussi.
Se accadesse, sarebbe troppo facile limitarsi alla conta dei voti e alla ricerca dell’accordo fra le solite componenti.
Quella crisi potrebbe invece diventare un’occasione per discutere finalmente di quale presidente serva alla FIGC, prima ancora di discutere di chi debba esserlo.
Ed è qui che il nome di Luigi Martini acquista forza.
Un campione d’Italia che conosce il campo. Un ex azzurro che conosce il significato della Nazionale. Un uomo che dopo il calcio ha pilotato aerei, amministrato, fatto politica e guidato un’azienda strategica.
A 77 anni non rappresenterebbe la promessa di una carriera da costruire.
Rappresenterebbe, semmai, l’idea di mettere una vita di esperienze al servizio di un ultimo grande progetto.
Il calcio italiano ha inseguito abbastanza salvatori.
Quello di cui ha bisogno adesso è un progetto.
E se davvero si dovesse tornare a scegliere il presidente della FIGC, Luigi Martini è un nome che merita di stare sul tavolo.
