(AGENPARL) - Roma, 13 Settembre 2026 - PARIGI – Emmanuel Macron entra nell’ultima fase della sua permanenza all’Eliseo con un dato politicamente pesantissimo: appena il 16% dei francesi esprime un giudizio favorevole sulla sua azione, il livello più basso registrato dall’attuale presidente nel barometro politico Ipsos bva-CESI per La Tribune Dimanche. Il risultato segna una caduta di cinque punti rispetto al 21% rilevato a luglio e fotografa una crisi di fiducia che investe non soltanto il capo dello Stato, ma l’intero campo politico che lo ha sostenuto.
Il dato assume un significato ancora maggiore perché arriva mentre la Francia si avvicina alle presidenziali del 2027, alle quali Macron non potrà presentarsi per un terzo mandato consecutivo. La battaglia non riguarda quindi più soltanto la popolarità personale del presidente: riguarda la capacità del macronismo di sopravvivere politicamente al proprio fondatore.
A luglio Macron era risalito leggermente al 21%, due punti in più rispetto alla precedente rilevazione. Lo stesso sondaggio attribuiva allora al primo ministro Sébastien Lecornu il 27% di opinioni favorevoli. La nuova rilevazione interrompe quella breve risalita e porta il presidente al suo nuovo minimo.Uno degli elementi politicamente più significativi della rilevazione riguarda proprio l’elettorato che dovrebbe costituire la base naturale del presidente.
Secondo i dati riportati sul sondaggio, soltanto il 53% dei simpatizzanti del blocco centrista composto da Renaissance, MoDem e Horizons esprime ormai un giudizio favorevole sull’azione di Macron.
In altre parole, la difficoltà del presidente non riguarda più soltanto l’opposizione.
La frattura attraversa anche il campo che ha governato la Francia durante l’era macroniana.
È probabilmente questo il dato più preoccupante per coloro che aspirano a raccogliere l’eredità dell’attuale capo dello Stato: se il presidente diventasse un peso elettorale anche all’interno del proprio spazio politico, i candidati centristi potrebbero essere costretti contemporaneamente a rivendicarne il bilancio e a prenderne le distanze.
La crisi di consenso investe contemporaneamente Matignon.
Sébastien Lecornu raccoglie nella nuova rilevazione appena il 20% di opinioni favorevoli, rispetto al 27% registrato a luglio.
Il deterioramento è quindi di sette punti.
Il quadro conferma che la debolezza dell’esecutivo non può essere interpretata semplicemente come una questione di personalità presidenziale: la difficoltà riguarda più ampiamente il governo e il blocco politico che lo sostiene. Le rilevazioni pubblicate il 13 settembre collocano sia Macron sia Lecornu sui rispettivi livelli più bassi di popolarità.
E il confronto con luglio rende evidente la velocità del cambiamento. Solo due mesi fa Ipsos indicava Lecornu al 27% e Macron al 21%.La difficoltà si estende alla squadra di governo.
Secondo i dati riportati, Gérald Darmanin rimane il ministro con il livello più alto di apprezzamento, ma si ferma al 38%. Seguono il ministro dell’Interno Laurent Nuñez, al 25%, e il ministro per l’Europa e gli Affari esteri Jean-Noël Barrot, al 12%.
Anche qui il confronto con luglio è indicativo.
Nel barometro Ipsos di luglio Darmanin era al 40%, Nuñez al 25% e Barrot al 12%. Darmanin perde dunque due punti, mentre gli altri due rimangono sui livelli precedenti.
Non emerge, almeno da questi numeri, una figura governativa capace di trasformarsi spontaneamente nel punto di aggregazione di un campo centrista in cerca del proprio candidato per il dopo-Macron.
Ed è proprio questa assenza a rendere particolarmente incerta la successione.
La grande domanda della politica francese è ormai semplice da formulare e difficilissima da risolvere: può esistere il macronismo senza Macron?
Il presidente aveva costruito nel 2017 una coalizione capace di rompere il tradizionale bipolarismo tra socialisti e repubblicani.
Quella formula funzionava perché Macron era contemporaneamente candidato, leader e principale elemento di coesione del nuovo spazio politico.
Nel 2027 quella condizione non esisterà.
Il centro dovrà scegliere un successore e affrontare contemporaneamente una destra nazionale rafforzata, una sinistra frammentata ma ancora significativa e un elettorato che, secondo l’attuale barometro, esprime un livello molto elevato di insoddisfazione nei confronti dell’offerta politica disponibile.
Tra i nomi maggiormente osservati c’è quello dell’ex primo ministro Édouard Philippe, oggi sindaco di Le Havre.
Philippe viene da tempo considerato uno dei candidati più strutturati per tentare di mantenere l’Eliseo nell’area liberal-centrista.
Ma anche per lui i numeri mostrano difficoltà.
Secondo la rilevazione riportata, soltanto il 19% dei francesi si dichiarerebbe soddisfatto di una sua eventuale elezione, mentre il 57% sarebbe insoddisfatto.
Il confronto con luglio mostra un peggioramento significativo. Due mesi fa Ipsos attribuiva a Philippe il 23% di soddisfatti.
Quattro punti persi in un momento in cui il potenziale candidato avrebbe teoricamente bisogno di ampliare il proprio spazio.
Il problema per Philippe è evidente: deve presentarsi come erede di una parte dell’esperienza macroniana senza essere percepito semplicemente come la continuazione di un sistema politico che oggi raccoglie livelli estremamente bassi di consenso.
Una difficoltà analoga riguarda Gabriel Attal.
Giovane, ex primo ministro e tra le personalità più conosciute del campo centrista, Attal rappresenta un’altra possibile opzione per il dopo-Macron.
Ma secondo i dati citati nel sondaggio, il 60% degli intervistati sarebbe insoddisfatto di una sua eventuale elezione alla presidenza.
A luglio soltanto il 19% dichiarava che sarebbe stato soddisfatto di vedere Attal all’Eliseo.
Il centro francese si trova quindi davanti a un problema strategico: dispone di diversi potenziali candidati, ma nessuno appare al momento capace di ricostruire l’ampia coalizione elettorale che permise a Macron di conquistare due volte la presidenza.
Le difficoltà non appartengono però soltanto al campo presidenziale.
Il barometro evidenzia un forte livello di rifiuto nei confronti di Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise.
Secondo i dati riportati, il 70% dei francesi si dichiarerebbe insoddisfatto nel caso di una sua elezione all’Eliseo.
Già a luglio Ipsos registrava per Mélenchon un livello di insoddisfazione del 65%, nonostante fosse allora il candidato della sinistra con la quota più elevata di persone soddisfatte di una sua eventuale vittoria, pari al 17%.
La nuova rilevazione suggerisce quindi un ulteriore aumento della polarizzazione attorno alla sua figura.
Anche Marine Tondelier, leader degli Ecologisti, registra secondo i dati citati un 61% di insoddisfatti.
Il problema francese appare pertanto più profondo della sola crisi del macronismo: una larga parte dell’elettorato manifesta giudizi negativi nei confronti di quasi tutte le principali alternative.
È in questo quadro che assume particolare rilievo il risultato di Marine Le Pen.
Secondo i dati riportati nella rilevazione, il 52% degli intervistati sarebbe insoddisfatto della sua eventuale elezione alla presidenza.
Si tratta ancora di una maggioranza assoluta e quindi di un livello di rifiuto significativo.
Ma, nel confronto tra i nomi citati, è inferiore al 70% attribuito a Mélenchon, al 61% di Tondelier, al 60% di Attal e al 57% di Philippe.
Il dato conferma una tendenza già chiaramente visibile nel barometro di luglio: allora Le Pen era la personalità capace di suscitare il livello più elevato di soddisfazione per un’eventuale elezione all’Eliseo, con il 34%, immediatamente davanti a Jordan Bardella al 33%. Philippe era al 23%, Attal al 19% e Mélenchon al 17%.
Questo non equivale a una previsione del risultato delle presidenziali. Un sondaggio sulla soddisfazione verso una possibile elezione misura infatti qualcosa di diverso dalle intenzioni di voto e non consente, da solo, di affermare chi vincerebbe un eventuale ballottaggio.
Ma segnala comunque un cambiamento politicamente importante.
Per anni il principale limite del Rassemblement National nelle elezioni presidenziali è stato il cosiddetto front républicain: la capacità degli elettori di forze differenti di convergere al secondo turno contro il candidato della destra nazionale.
La questione decisiva per il 2027 sarà verificare quanto quel meccanismo continui a funzionare.
Più il rifiuto nei confronti dei candidati alternativi cresce, più diventa difficile considerare automaticamente il secondo turno come una semplice coalizione di tutti contro il RN.
Ed è probabilmente questo il dato politico più rilevante che emerge dall’attuale fase.
Il Rassemblement National non deve soltanto aumentare il proprio consenso.
Deve diminuire il proprio livello di rifiuto relativo rispetto agli avversari.
Se le due tendenze procedessero contemporaneamente, l’aritmetica tradizionale delle presidenziali francesi potrebbe cambiare profondamente.
La situazione resta tuttavia estremamente fluida.
La candidatura, le condizioni giuridiche di eleggibilità, l’identità definitiva dei concorrenti, le alleanze, la partecipazione e soprattutto il comportamento degli elettori tra primo e secondo turno possono modificare radicalmente il quadro.
Per questo occorre distinguere tra tre indicatori spesso confusi nel dibattito pubblico: popolarità, soddisfazione per un’ipotetica presidenza e intenzione di voto.
Non sono la stessa cosa.
Macron al 16% misura il giudizio sull’azione dell’attuale presidente.
Il 52% di insoddisfatti per un’eventuale elezione di Le Pen misura una valutazione ipotetica.
Un sondaggio sulle presidenziali misura invece una scelta elettorale tra candidati determinati.
Confondere questi tre piani trasformerebbe una fotografia politica significativa in una previsione che i dati citati, da soli, non consentono di formulare.
Ed è forse proprio questa la conclusione più importante.
La Francia non sembra semplicemente orientarsi da un campo politico verso un altro.
Sta attraversando una fase nella quale il rifiuto dell’offerta politica è diventato uno dei principali elementi del sistema.
Macron è al 16%.
Lecornu al 20%.
Mélenchon provoca il 70% di insoddisfazione nell’ipotesi di una sua elezione.
Tondelier il 61%.
Attal il 60%.
Philippe il 57%.
Le Pen il 52%.
Sono numeri differenti, riferiti a indicatori differenti, ma raccontano insieme una società politicamente inquieta e un elettorato nel quale nessuna delle principali figure riesce al momento a produrre un consenso maggioritario.
È in questo scenario che la corsa all’Eliseo entra nella fase decisiva.
Per il centro, la priorità sarà trovare un candidato capace di emanciparsi dall’impopolarità dell’attuale presidente senza rinnegare completamente l’esperienza di governo.
Per la sinistra, il problema sarà costruire una candidatura sufficientemente competitiva da superare divisioni e livelli elevati di rifiuto.
Per il Rassemblement National, la sfida sarà trasformare il vantaggio mostrato da numerose rilevazioni in una maggioranza effettiva nel sistema a doppio turno.
E per Macron, ormai impossibilitato a concorrere per un terzo mandato consecutivo, rimane una partita altrettanto importante: decidere quale eredità politica lasciare.
Il 16% di opinioni favorevoli non è soltanto un nuovo minimo personale.
È il segnale di quanto sia diventato difficile per il presidente uscente trasferire il proprio capitale politico a un successore.
La Francia si avvicina così alle presidenziali con una combinazione potenzialmente esplosiva: un presidente ai minimi storici, un governo debole, un centro senza erede dominante, una sinistra caratterizzata da forti divisioni e un Rassemblement National che parte da una posizione molto più competitiva rispetto al passato.
La domanda che accompagnerà i prossimi mesi non sarà quindi soltanto chi succederà a Emmanuel Macron.
Sarà se, dopo dieci anni, la Francia stia preparando semplicemente un nuovo presidente o la fine dell’intero ciclo politico aperto da Macron nel 2017.
