(AGENPARL) - Roma, 13 Settembre 2026 - TIRANA – Centosei giorni di protesta e una mobilitazione che, almeno nelle intenzioni dei suoi promotori, non vuole arretrare. A Tirana cittadini e attivisti sono tornati davanti alla sede del Primo Ministro albanese per contestare il progetto di investimento turistico nell’area di Zvërnec e, più in generale, l’operato del governo guidato da Edi Rama.
Quella iniziata il 31 maggio come una mobilitazione legata al progetto di Zvërnec si è progressivamente trasformata in una protesta dal contenuto politico molto più ampio. Alle contestazioni relative all’intervento turistico si sono aggiunte accuse nei confronti del governo e richieste riguardanti corruzione, occupazione, funzionamento delle istituzioni ed emigrazione dei giovani.
Il passaggio più significativo è rappresentato dalla richiesta apertamente politica avanzata durante la manifestazione: le dimissioni del primo ministro Edi Rama e del suo gabinetto.
I manifestanti si sono inizialmente riuniti in piazza Skanderbeg, nel centro della capitale, per poi percorrere il grande viale che conduce verso la sede del governo. Davanti all’ufficio del Primo Ministro sono intervenuti diversi partecipanti, mentre dalla folla sono partiti slogan contro l’esecutivo.
Tra quelli scanditi durante la manifestazione: «L’Albania chiede la rivoluzione», «Il tuo tempo è scaduto» e «Rama dimettiti».
La durata della mobilitazione rappresenta ormai uno degli elementi centrali utilizzati dagli stessi manifestanti per sostenere che il movimento non si sia esaurito.
Uno dei partecipanti, intervenendo davanti alla sede del Primo Ministro, ha sottolineato proprio questo aspetto:
«Nessuno avrebbe mai immaginato che anche dopo 106 giorni saremmo ancora migliaia davanti all’ufficio del Primo Ministro, a confrontarci con Rama e il suo governo corrotto».
Si tratta di un’accusa politica formulata dal manifestante e non di un accertamento giudiziario. Nel suo intervento, il dimostrante ha inoltre sostenuto che il governo manterrebbe il proprio potere attraverso quello che ha definito «il potere economico dell’oligarchia, le reti clientelari, l’amministrazione e le bande criminali».
Parole che mostrano quanto la piattaforma della protesta si sia allargata rispetto alla questione originaria di Zvërnec.
Il progetto turistico rimane il punto dal quale è partita la mobilitazione, ma la manifestazione si presenta ormai come un contenitore di un’insoddisfazione politica e sociale più generale.
Zvërnec si trova sulla costa albanese, nell’area di Valona, ed è conosciuta per il proprio patrimonio naturale e paesaggistico.
È proprio il futuro di quest’area ad aver dato origine alla protesta iniziata il 31 maggio.
I contestatori si oppongono al progetto di investimento turistico previsto nella zona e hanno trasformato progressivamente la vertenza locale in una questione nazionale, portando la protesta direttamente davanti alle istituzioni centrali della capitale.
La vicenda si inserisce in un tema particolarmente importante per l’Albania contemporanea: il rapporto tra la rapidissima crescita del turismo, i grandi investimenti immobiliari e turistici e la tutela del territorio.
Negli ultimi anni il Paese ha puntato fortemente sull’espansione dell’economia turistica, soprattutto lungo la costa. La crescita del settore può produrre occupazione, investimenti e infrastrutture, ma contemporaneamente rende sempre più rilevante la questione di come utilizzare territori di elevato valore ambientale e paesaggistico.
È precisamente su questo terreno che controversie apparentemente locali possono acquisire una dimensione politica nazionale.
Per gli organizzatori, la permanenza della protesta rappresenta essa stessa un messaggio indirizzato al governo.
Arrivare al 106° giorno significa infatti superare la dimensione della manifestazione occasionale e tentare di costruire una mobilitazione permanente.
Il messaggio ribadito durante la giornata è che il movimento continuerà finché le proprie richieste non saranno soddisfatte.
La capacità di trasformare questa continuità temporale in un’effettiva pressione politica sarà però il vero banco di prova della protesta.
Una mobilitazione può durare a lungo senza necessariamente riuscire a modificare le decisioni di un governo. Per incidere realmente deve mantenere partecipazione, organizzazione e visibilità, evitando contemporaneamente che il trascorrere delle settimane produca stanchezza tra i sostenitori.
È questa la sfida che il movimento di Zvërnec si trova ora ad affrontare.
La trasformazione della protesta emerge soprattutto dall’elenco delle questioni sollevate dagli organizzatori.
Accanto al progetto turistico vengono ormai indicate la corruzione, le difficoltà relative all’occupazione, il funzionamento delle istituzioni e soprattutto l’esodo dei giovani.
Quest’ultimo tema possiede un peso particolare nel dibattito albanese.
L’emigrazione verso gli altri Paesi europei è da tempo una delle questioni strutturali del Paese. Quando una parte della popolazione più giovane considera la partenza come la principale opportunità per migliorare le proprie condizioni economiche, il problema supera la semplice statistica demografica.
Diventa una questione economica, sociale e politica.
Ed è proprio su questo terreno che gli organizzatori cercano di collegare la battaglia di Zvërnec a un discorso molto più ampio sul futuro dell’Albania.
La richiesta delle dimissioni di Rama segna definitivamente il passaggio da una vertenza territoriale a una contestazione dell’esecutivo.
È un’evoluzione significativa.
All’inizio una protesta può chiedere la modifica o la cancellazione di un determinato progetto. Quando arriva a chiedere la caduta del governo, cambia inevitabilmente natura.
Il destinatario non è più soltanto l’amministrazione responsabile di una decisione.
Diventa l’intero sistema politico che quella decisione rappresenta agli occhi dei manifestanti.
Gli slogan pronunciati davanti all’ufficio del Primo Ministro lo rendono evidente.
«Il tuo tempo è scaduto» non è uno slogan urbanistico.
«Rama dimettiti» non è una richiesta relativa esclusivamente a un investimento turistico.
La protesta tenta ormai di trasformarsi in un movimento politico di opposizione.
Dopo gli interventi davanti alla sede governativa, i manifestanti hanno proseguito la mobilitazione attraversando le strade della capitale.
Il percorso da piazza Skanderbeg verso il palazzo del Primo Ministro ha anche una forte valenza simbolica.
Piazza Skanderbeg rappresenta il cuore civile di Tirana. Il boulevard conduce verso alcuni dei principali edifici istituzionali del Paese. Portare una protesta lungo questo asse significa trasferire fisicamente una rivendicazione dalla piazza alle porte del potere.
Gli organizzatori hanno utilizzato la manifestazione anche per lanciare un nuovo appello all’unità, promettendo di continuare le iniziative fino a quando le richieste non riceveranno risposta.
Al di là dello scontro politico, la vicenda di Zvërnec mette in evidenza una questione destinata probabilmente a diventare sempre più importante per l’Albania.
Il turismo rappresenta una grande opportunità economica.
Ma il successo turistico modifica inevitabilmente il valore dei terreni, attira capitali, accelera la costruzione di strutture ricettive e aumenta la pressione sulle aree costiere.
La domanda diventa quindi: come conciliare investimenti, sviluppo economico, accesso pubblico e protezione del patrimonio naturale?
Non è un problema esclusivamente albanese.
Dal Mediterraneo all’Adriatico, numerosi Paesi devono confrontarsi con la stessa tensione: territori che proprio grazie alla loro bellezza attirano investimenti rischiano, se trasformati eccessivamente, di perdere parte delle caratteristiche che ne hanno determinato l’attrattività.
Per questo le decisioni riguardanti grandi progetti turistici non sono mai soltanto economiche.
Riguardano la pianificazione del territorio, l’ambiente, la proprietà, le comunità locali e il modello di sviluppo scelto per i decenni successivi.
Per il governo Rama, il problema consiste ora nel capire se la protesta possa rimanere circoscritta al nucleo degli oppositori del progetto oppure diventare un catalizzatore di malcontenti differenti.
È questo il passaggio decisivo.
Le manifestazioni più difficili da gestire politicamente non sono necessariamente quelle nate da questioni nazionali.
Talvolta sono quelle che partono da un problema concreto e riconoscibile e successivamente riescono a collegarlo a un sentimento di insoddisfazione più generale.
Gli organizzatori stanno chiaramente tentando questa operazione.
Zvërnec rappresenta il punto di partenza.
Corruzione, lavoro, emigrazione giovanile e qualità delle istituzioni rappresentano invece il terreno sul quale la mobilitazione cerca di allargarsi.
La manifestazione di Tirana non rappresenta dunque la conclusione della mobilitazione.
Al contrario, gli organizzatori l’hanno presentata come una nuova tappa.
Dopo i discorsi davanti alla sede del governo e la successiva marcia per le strade della capitale, i partecipanti hanno ribadito l’intenzione di continuare e hanno invitato i cittadini a unirsi al movimento.
Resta da vedere quanto questa strategia riuscirà a tradursi in una crescita della partecipazione e soprattutto quale risposta arriverà dalle istituzioni.
Ma dopo 106 giorni, un elemento è ormai evidente: la protesta nata attorno al progetto turistico di Zvërnec non riguarda più soltanto Zvërnec.
È diventata uno scontro sul modello di sviluppo dell’Albania e, nelle intenzioni dei manifestanti, una contestazione diretta del governo di Edi Rama.
La domanda, da questo momento, è se resterà una protesta persistente davanti al palazzo del governo oppure se riuscirà a trasformarsi in qualcosa di politicamente più grande.
