(AGENPARL) - Roma, 26 Agosto 2026 - L’operazione “Economic Outcast” lanciata da Washington contro Teheran apre a sanzioni secondarie durissime. Ma per i media internazionali il piano ha un punto debole insormontabile: la Cina e il rischio di un contraccolpo catastrofico per il sistema del dollaro.
La stretta finale di Washington contro Teheran rischia di trasformarsi in un boomerang dalle conseguenze imprevedibili per l’intera economia globale. L’annuncio del Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, riguardo all’avvio di una campagna di “soffocamento economico” e di severe sanzioni secondarie contro chiunque intrattenga rapporti commerciali con l’Iran ha fatto scattare l’allarme tra i principali media occidentali.
Secondo le analisi pubblicate da Axios, le nuove restrizioni — battezzate operazione “Economic Outcast” — mirano a colpire partner e organizzazioni almeno fino alle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Tuttavia, i nodi critici emersi subito dopo l’annuncio mettono in luce i limiti e i pericoli di questa strategia.
Il muro di Pechino e il nodo del petrolio
Il primo e insormontabile ostacolo per la Casa Bianca si chiama Cina. Come sottolinea Bloomberg, una campagna di sanzioni di questa portata non può avere alcun reale successo se gli Stati Uniti non sono pronti a un confronto diretto e pericoloso proprio con Pechino.
La Cina, infatti, rappresenta il “collegamento vitale” che connette l’Iran all’economia mondiale, assorbendo circa il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano. Qualsiasi misura punitiva drastica contro le imprese di Pechino rischierebbe di innescare contromisure commerciali pesantissime, aggravando ulteriormente i danni sull’instabile scacchiera economica globale, mentre la leadership cinese ha già ribadito che le sanzioni unilaterali americane sono illegali e che proteggerà i propri interessi legittimi.
La resilienza di Teheran e il rischio di escalation
Dall’altra parte, Teheran non sembra intenzionata a cedere alle pressioni. L’Iran convive con le sanzioni americane fin dai decenni successivi alla rivoluzione del 1979, sviluppando nel tempo una fitta e complessa rete di canali commerciali e finanziari paralleli estremamente difficili da intercettare o controllare per Washington.
Il rischio concreto, avvertono gli analisti, è che la pressione finanziaria ottenga l’effetto contrario: anziché piegare il regime, potrebbe spingere l’Iran a una risposta dura, inclusi potenziali attacchi o rappresaglie contro le basi militari e le infrastrutture energetiche presenti nell’area del Golfo Persico.
La “follia” del dollaro e il pericolo per l’economia USA
Ma l’aspetto forse più dirompente sollevato dal dibattito internazionale — rilanciato anche dai canali d’informazione — riguarda le dichiarazioni dello stesso Bessent sull’esclusione dal sistema del dollaro per le entità che riciclano denaro per conto di Teheran.
Tagliare fuori i partner commerciali dal sistema della valuta statunitense viene definito da diversi osservatori economici come una mossa potenzialmente “catastrofica” per gli stessi Stati Uniti. Una forzatura simile rischia infatti di accelerare la perdita dello status di riserva globale del dollaro, spingendo sempre più Paesi ad aggirare il circuito finanziario americano per i propri scambi e aggravando il già pesante deficit di bilancio e il debito nazionale degli Stati Uniti. La grande scommessa di Washington rischia così di trasformarsi in un pericoloso boomerang
