(AGENPARL) - Roma, 24 Agosto 2026 - L'Italia e l'Europa devono all'emigrazione e all'immigrazione la loro identità
Da almeno duemila anni l'identità dei popoli europei si è alimentata e consolidata grazie alla dialettica tra popoli e culture diverse: dalla grande intelligenza con cui l'Impero romano seppe inglobare e assimilare genti e tradizioni diverse e lontane alla mobilità continua di persone che hanno forgiato e riscritto la fisionomia di interi popoli. «Non c'è paese occidentale – ha scritto il filosofo Mariano Croce – che sia stato capace di mantenersi in vita senza ibridarsi per tramite dei flussi migratori.» «Eppure – continua il filosofo italiano – l'Europa tratta oggi la figura del migrante come quell'importuna anomalia il cui definitivo superamento le garantirebbe un futuro di rinnovata prosperità».
In Italia si è addirittura arrivati a parlare esplicitamente di "remigrazione", cercando di dare legittimità teorica e normativa ad un concetto che se applicato alla nostra storia comporterebbe il rientro forzato di decine di milioni di italiani dall'estero. Una "svolta culturale" regressiva, indice al tempo stesso di profonda ignoranza, di cinico egoismo e sostanzialmente di una pulsione razzista celata dietro ad una presunta purezza delle radici culturali e delle tradizioni storiche.
La "remigrazione" viene così presentata come un processo di ripristino dell'ordine rispetto al disordine creato da quei governi incapaci di erigere muri o barriere per fermare la cosiddetta "invasione" straniera. Il paradosso di tali proclami non è soltanto quello di non tenere conto della storia migratoria dell'Italia e dell'Europa (che semmai dovrebbero rafforzare una legislazione sulla cittadinanza inclusiva con riferimento tanto alle comunità emigrate quanto a quelle immigrate regolarmente residenti) ma anche quello di trascurare un dato per niente irrilevante, e cioè che il "vecchio continente" (e l'Italia ' in primis ') è afflitto da una recessione demografica strutturale che dovrebbe consigliare politiche mirate e intelligenti proprio in materia di immigrazione.
L'equivoco è semplice per quanto drammatico: le migrazioni cessano di essere un tema di pianificazione strategica e di politica amministrativa per divenire materia di lotta identitaria e scontro ideologico, alla faccia della nostra storia e soprattutto delle nostre necessità. La ricerca del nemico, o meglio del "capro espiatorio", sul quale riversare tutte le nostre frustrazioni e al quale addebitare ogni responsabilità su temi delicati e complessi come sicurezza, crescita e sviluppo, finisce così con l'impoverire un dibattito politico che dovrebbe concentrarsi sui programmi e non sugli slogan.
La maniera miope e masochista con la quale il governo italiano ha affrontato in questa legislatura il tema della cittadinanza, negandola di fatto agli italiani in possesso di doppia nazionalità e rendendola sempre più difficile per i giovani stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, è la dimostrazione più evidente e per certi versi imbarazzante di questo deficit di cultura politica e sociale.
Uno dei maggiori pensatori del secolo scorso, Jurgen Habermas, parlava di "patriottismo costituzionale" per sostenere la tesi di una società dove la convivenza potesse fondarsi sul comune riconoscimento dei principi costituzionali fondamentali. Per decenni è stato il principio grazie al quale i nostri emigrati hanno potuto integrarsi in Paesi e nazioni a noi distanti e non soltanto geograficamente. Un principio moderno ma non lontano dallo "status civitatis" degli antichi romani. Il contrario esatto della "remigrazione".
