(AGENPARL) - Roma, 23 Agosto 2026 - Mentre i cittadini kazaki si recano alle urne per rinnovare il parlamento (il nuovo Kurultai) e consolidare ulteriormente la presa politica del presidente Kassym-Jomart Tokayev, nei palazzi del potere e nei board industriali si sta consumando una partita ben più silenziosa ma decisiva per i mercati globali: la presa di controllo dello Stato sui minerali critici.
Al centro di questa trasformazione c’è l’ascesa e la ristrutturazione della Eurasian Resources Group (ERG), colosso minerario globale e pilastro economico del Kazakistan, la cui produzione contribuisce tra il 2 e il 4 percento del PIL nazionale. Una volta saldamente in mano alla storica “Troika” di oligarchi post-sovietici, il gruppo sta scivolando rapidamente nell’orbita di un controllo governativo stretto e centralizzato.
Il modello “China-style” e i nuovi capitani d’industria
Il cambio d’epoca è plasticamente rappresentato dai nuovi volti al vertice. La nomina a CEO della divisione kazaka di ERG di Kudrat Shamiyev — 36enne e stretto alleato del nuovo “giovane oligarca” Shakhmurat Mutalip (che ha scalato il capitale della società) — ha fatto molto discutere. In una serie di clip circolate sui social, lo stesso Shamiyev non ha nascosto la visione di un business fortemente allineato alle direttive pubbliche, arrivando a definire esplicitamente efficiente un approccio “simile a quello cinese”: grandi gruppi industriali integrati sotto una forte e vigile tutela politica, capaci di coniugare il libero mercato con la pianificazione strategica dello Stato.
Una sintesi perfetta della direzione impressa da Astana. Per quanto Tokayev parli formalmente di privatizzazioni e liberalizzazioni, la realtà del settore minerario — l’acciaio, il ferro, la bauxite e il cobalto fondamentale per le batterie — va nella direzione opposta: un neo-statalismo muscolare.
La regia di Astana e la fine dell’era degli oligarchi
Il progressivo ridimensionamento dei vecchi equilibri oligarchici è confermato dai movimenti all’interno della governance di ERG. Con l’ingresso nel board di figure chiave legate all’amministrazione presidenziale — tra cui i rappresentanti del fondo sovrano kazako Samruk-Kazyna (che ha recentemente preso in carico la quota statale del 40%) e uomini vicini al cerchio magico del potere di Tokayev — il governo si è assicurato che le leve strategiche della compagnia non sfuggano più al controllo di Stato.
Le indiscrezioni di stampa economica su un possibile piano per dividere le attività domestiche kazake (sotto il controllo incrociato di Mutalip e Astana) da quelle internazionali (come i ricchi giacimenti di cobalto in Congo) confermano che la ricollocazione degli asset è in pieno fermento.
La posta in gioco globale
Per l’Occidente e per la Cina, che si contendono l’accesso alle catene di approvvigionamento delle materie prime essenziali per la transizione ecologica e tecnologica, la svolta kazaka rappresenta un segnale inequivocabile. Astana non intende più lasciare che i suoi giganti minerari agiscano come entità slegate dalle priorità geostrategiche nazionali. Sotto la spinta di un nuovo ciclo politico ed elettorale, il Kazakistan sta blindando le sue ricchezze nel sottosuolo, accentrandone la regia direttamente nelle mani del potere esecutivo.
