(AGENPARL) - Roma, 22 Giugno 2026 - Il Partito della Prosperità del primo ministro etiope Abiy Ahmed ha confermato la sua schiacciante egemonia politica, conquistando 438 seggi su 501 nella camera bassa del parlamento. Una vittoria, quella uscita dalle urne lo scorso weekend, che il governo interpreta come un plebiscito per proseguire nell’agenda di riforme economiche, ma che solleva interrogativi profondi sulla stabilità reale di una delle nazioni più strategiche del Corno d’Africa.
Un voto a macchia di leopardo Il dato politico più significativo non risiede nel numero dei seggi, ma nelle aree in cui il voto non è stato possibile. L’assenza delle urne nella regione settentrionale del Tigray, unita alle interruzioni delle operazioni elettorali in parti cruciali dell’Amhara e dell’Oromia per “ragioni di sicurezza”, delinea un panorama di profonda lacerazione. Se da un lato il governo rivendica la crescita economica e la sicurezza alimentare come pilastri del suo consenso, dall’altro le opposizioni – frammentate e fortemente indebolite dagli arresti dei loro leader – denunciano un clima di repressione sistematica del dissenso politico.
La stabilità è solo di facciata? Abiy Ahmed, già Premio Nobel per la Pace nel 2019, si trova oggi in una posizione paradossale: ha consolidato il potere centrale come mai prima d’ora, ma gestisce un Paese in cui la pace del 2022 resta un accordo fragile. Il deterioramento dei rapporti con la vicina Eritrea e le mai sopite tensioni con le autorità tigrine alimentano costantemente il timore che la violenza possa riesplodere, trascinando nuovamente la regione nell’instabilità.
Lo sguardo dall’Europa Mentre le imprese europee, in particolare quelle francesi, continuano ad espandere la loro presenza nel mercato etiope puntando sulla stabilità promessa dal governo, l’analisi di scenario suggerisce prudenza. La vittoria di Abiy garantisce una continuità di governo, ma la capacità di Addis Abeba di trasformare questa maggioranza parlamentare in una pacificazione duratura resta il vero banco di prova per il futuro del Corno d’Africa. La domanda che resta aperta non è quanto potere ha in mano il Primo Ministro, ma quanto sia solido il terreno su cui questo potere è costruito.
Crediti: Foto Governo Etiopia/Pubblico Dominio
